Il filone di indagini sul caporalato nella moda che oggi agita le grandi maison non nasce in un vuoto giudiziario, né come un fulmine improvviso sulle passerelle. Secondo quanto riportato da Domani, la Procura di Milano ha avviato da tempo un monitoraggio della filiera con l’obiettivo di capire se dietro l’estetica del lusso si nascondano operai sottopagati e condizioni di lavoro incompatibili con gli standard dichiarati dai brand.
L’elemento scatenante
L’elemento scatenante, stando alle carte citate, è legato a una serie di indagini da cui sono emersi “episodi di pesante sfruttamento nel corso di accessi ispettivi”. Una formula che indica un salto di qualità: non semplici sospetti o segnalazioni generiche, ma riscontri raccolti direttamente durante ispezioni, in un contesto dove il sistema di appalti e subappalti è spesso il punto cieco che rende opaca l’effettiva organizzazione del lavoro.
Il precedente di Amazon Italia Transport
In questo quadro si inserisce il precedente di Amazon Italia Transport. La società, finita sotto inchiesta per i “serbatoi di manodopera”, avrebbe versato oltre 180 milioni di euro come risarcimento in sede fiscale e avrebbe poi modificato il sistema di monitoraggio dei fattorini attraverso un software-algoritmo. L’inchiesta del quotidiano Domani suggerisce che i lavoratori fossero tracciati nelle consegne “come fossero merce”, e che la correzione del modello organizzativo sia stata parte della risposta alle contestazioni. Il caso Amazon appare dunque come un precedente rilevante non tanto per la somiglianza settoriale, quanto per il metodo investigativo e per il messaggio al mercato: la responsabilità lungo la catena degli affidamenti non può essere neutralizzata invocando la distanza formale tra brand e livelli più bassi della produzione o del servizio.
Il focus sul fashion
Ed è qui che il focus si sposta sul fashion. L’ultima operazione del pm Paolo Storari — come riportato — riguarda tredici aziende di alta moda, non formalmente indagate, per cui sono stati chiesti approfondimenti e acquisizione di atti. L’elenco include Missoni, Off White, Adidas Italy, Yves Saint Laurent Manifatture, Givenchy Italia, Ferragamo, Gianni Versace, Guccio Gucci, Pinko, Prada, Coccinelle, Dolce & Gabbana e Alexander McQueen Italia. L’obiettivo dichiarato è “appurare il grado di coinvolgimento” dei brand “nell’utilizzo della manodopera di etnia cinese in condizioni di pesante sfruttamento” e prevenire fenomeni riconducibili all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro. La Procura chiede verbali dei consigli di amministrazione, atti di controllo interno e documenti che descrivano le procedure di accreditamento, selezione, gestione e monitoraggio dei fornitori, incluse eventuali esternalizzazioni parziali della produzione.
















