C’è tutto un mondo, là fuori, pronto a investire nelle Pmi. È quello del private capital che, complice la crescente difficoltà di accesso al credito bancario, continua a crescere, pronto ad affiancare gli imprenditori nel percorso di crescita delle loro aziende. Non ci credete? I numeri parlano da soli. Prendiamo le operazioni di equity, caratterizzate dall’ingresso dell’operatore nel capitale di rischio: in Italia esistono dal 1986 e nel 2022 gli investimenti sono balzati da 14,7 a 23,6 miliardi di euro, con 848 operazioni distribuite su 624 società. Quanto al private debt, che vede l’operatore fornire all’azienda capitale di debito, festeggia il suo decimo compleanno dopo essere salito da 2,2 a 3,2 miliardi, con 262 operazioni su 133 società (meno del 2021, ma con dimensioni superiori). Per quanto riguarda l’equity, il taglio medio degli investimenti è di circa 28 milioni – ma nel caso dell’early stage è di 2,2 e in quello delle infrastrutture di oltre 200 milioni; mentre 456 milioni del private debt nel 2022 sono stati utilizzati in investimenti da 0 a 15 milioni. Insomma: un numero crescente di Pmi è impattato dal private capital, e sempre più interessato a comprendere come finire nel mirino di un investitore.
«Il progetto di crescita, di espansione e internazionalizzazione: questi sono i primi aspetti cui guarda l’operatore di private equity» dice Alessia Muzio, responsabile ufficio studi Aifi, Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt. «Si tratta di un socio di natura temporanea, che si dà un orizzonte temporale in genere di 4-5 anni per realizzare; prima di farlo individua anche, in prospettiva, le possibilità di disinvestimento. Visto che l’imprenditore manager diventa socio, di maggioranza o di minoranza, è importante che ci sia sintonia con le persone con cui si va a lavorare. Poi se l’impresa cresce in seguito potrebbe aver bisogno di altri fondi più grandi, magari internazionali, per fare un nuovo percorso di crescita all’estero».
L’apertura delle Pmi al private capital si scontra con una serie di ostacoli di non facile superamento. «La Pmi italiana è molto spesso un’impresa familiare, e l’imprenditore la considera quasi come un figlio» osserva Muzio. «È difficile per lui avere voglia di aprire il capitale a un estraneo, che anche se di minoranza è pur sempre un socio che vuole partecipare attivamente alla gestione. È vero che rispetto a qualche anno fa le cose cominciano a cambiare, ma nella visione del piccolo imprenditore medio resta la percezione dell’ingresso di un investitore come qualcosa di invasivo: specie le aziende familiari continuano a mostrare diffidenza, questo è il principale problema. E c’è la difficoltà di separare in modo netto tra quello che è impresa e quello che è famiglia».

Si tratta in buona misura di un limite culturale che va superato. «In Italia rispetto ad altri Paesi, specie Regno Unito e Stati Uniti, il private capital è poco conosciuto» aggiunge Muzio. «La stragrande maggioranza delle imprese se ha bisogno di soldi va in banca, pochi sanno pensare a un’alternativa. Per questo in Aifi organizziamo eventi per far capire che si tratta di una possibilità che può dare supporto non solo a livello di capitale, ma anche di strategie».
Specie per un’azienda di dimensioni contenute, l’accesso al private capital può seguire un’evoluzione progressiva. «Il private debt è un’alternativa meno invasiva» rimarca la responsabile dell’ufficio studi di Aifi, «uno strumento di debito con il coinvolgimento dell’operatore che dà supporto al business plan, ma non entra nel capitale dell’impresa e quindi non entra nella governance. Molto dipende da obiettivi e caratteristiche dell’impresa, ma per un’azienda familiare che fatica a superare la diffidenza, il debt può essere un primo passo che permette di rendersi conto della validità di questi strumenti, per poi magari preparare la richiesta di ingresso del private equity. C’è comunque da predisporre la reportistica: anche nel caso del fondo di private debt, che pure ha un livello di rischiosità minore, l’operatore vuole comunque controllare la situazione in modo periodico, visionando i principali indicatori di bilancio. Può succedere anche il contrario, un’impresa che ha fatto ricorso all’equity può successivamente accedere al debt, per esempio a sostegno di un progetto collaterale».
Quando un’azienda decide di muoversi verso il private capital, gli strumenti e le occasioni non mancano. «Noi come Aifi abbiamo un portale con tutto l’elenco degli operatori che sono nostri soci» spiega Muzio. «Un motore di ricerca permette di selezionare la tipologia dell’operatore, con fondi anche di natura regionale. Poi, oltre alle nostre, ci sono una serie di iniziative sul territorio, con Confindustria, le associazioni territoriali, i commercialisti, che rappresentano un altro canale importante di contatto con gli operatori, e ancora tutto il mondo della consulenza».
La crescita, insomma, continua. «C’è ancora molto spazio per crescere» conclude la responsabile dell’ufficio studi di Aifi. «Essendo sempre più difficile rivolgersi alla banca per finanziare i progetti, sempre più imprese ricorrono a questi fondi alternativi, che sono in crescita sia in Italia che a livello internazionale. Senza dimenticare che rispetto alla banca il Private capital ha un aspetto cruciale in più: mette l’operatore a supporto della strategia».
Angeli col portafogli
Si chiamano angel ma al posto delle ali hanno il portafogli. A cui mettono mano per supportare startup e Pmi promettenti. Sono più di 1.200 i business angel in Italia, stando agli ultimi rilievi del Social innovation monitor del Politecnico di Torino. Sono manager e dirigenti di imprese privati (il 46%), imprenditori (il 32%), consulenti o liberi professionisti (il 17%) e persino dipendenti pubblici (il 3%), benestanti che, in cambio di una percentuale di equity, investono parte del proprio capitale in promettenti imprese nascenti in cui non hanno relazioni familiari o personali. Forniscono capitale di avviamento (seed) o di crescita, consulenza e assistenza pratica. Stanno quasi tutti al Nord (il 72%), con la Lombardia come di gravità, seguita da Piemonte e Lazio, e per l’86% sono uomini. E sono fondamentali per colmare l’equity gap lasciato dai venture capitalist negli investimenti seed ed early stage e stimolare l’imprenditorialità. Perché non è detto che investano (solo) per motivi finanziari: spesso lo fanno con il desiderio di essere coinvolti nella gestione delle imprese in cui investono. Agiscono da soli o attraverso network informali o formali. Basta chiedere a Google (o a Bing, o agli motori di ricerca) per trovarli: il 60% dei business angel identificati da Social innovation monitor è iscritto a un Business Angel Group o a un Ban, network come Angels4Impact (A4I), Angels for Women (A4W), BusinessAngels.Network, Club degli Investitori, Doorway, Instilla, Italian Angels for Biotech (Iab), Italian Angels for Growth (Iag), Molten Rock e Social Innovation Teams (Sit), Business Angel. Proporre le proprie idee non costa nulla: è sufficiente una email. Male che vada, non cambia nulla. Bene che vada, si potrà contare su un finanziamento da parte dei “passive angel“, coloro che non offrono servizi aggiuntivi (sono il 34% del campione considerato). E se andrà benissimo, oltre ai soldi si otterrà supporto da parte dei cosiddetti “active angel” (il 66% del campione): supporto a livello organizzativo, di network, di apertura al mercato… Tutti fattori decisivi alla crescita dell’impresa. E niente paura: nessuno si aspetta di trovarsi di fronte alla proverbiale gallina dalle uova d’oro. Ci sono moltissmi “hybrid angel” – coloro che danno priorità a investimenti in organizzazioni a significativo impatto sociale e hanno nel proprio portfolio meno del 50% di organizzazioni a significativo impatto sociale rispetto al totale o hanno dichiarato di non dare priorità a investimenti in organizzazioni a significativo impatto sociale, ma hanno nel proprio portfolio almeno un’organizzazione di tale tipologia – e “impact-oriented angel” – danno priorità a investimenti in organizzazioni a significativo impatto sociale e hanno nel proprio portfolio almeno il 50% di organizzazioni a significativo impatto sociale – sulla piazza. E l”86% di essi è un “impact first angel“, vale a dire che ha dichiarato di investire in settori sottocapitalizzati o di accettare ritorni economici inferiori a quelli di mercato a favore di ritorni maggiori in termini di impatto sociale. Esempi di organizzazioni a significativo impatto sociale possono essere riscontrati tra le B Corp, le Società Benefite le Startup Innovative a Vocazione Sociale (SIaVS).
In media, ciascun business angel investe, secondo il Social innovatori monitor, 61.845,36 euro: il 49% di loro in organizzazioni a significativo impatto sociale, il 50% in settori sottocapitalizzati. Quali settori o tecnologie predilige? Digital Services & Ict per il 57% (99 business angel) si dimostra essere il settore più attrattivo. A seguire, Biotech & healthcare e Fintech & big data tech, con rispettivamente il 55% (97) e il 45% (79). Tra i settori meno attrattivi, invece, troviamo Mobility con il 15% (27), Electronics con il 13% (23) ed Education”con il 13% (22). (m.m.)
















