Scordiamoci i boomers: quelli i soldi li hanno fatti e nella migliore dell’ipotesi li stanno lasciando, più o meno gradatamente, a figli nati tra gli ‘80 e i ‘90 in grado e intenzionati a continuare a gestire le imprese, nella peggiore a vendersele: ma, per dire, non sono i boomers a poter produrre nuovo Pil. Non contiamo troppo sugli imprenditori immigrati, ben vengano e ce ne sono, ma pesci piccoli. Non contiamo sulla fraternità delle corporation, con poche eccezoni non fanno prigionieri, desiderano i nostri consumi, se ne strafregano del nostro welfare, della nostra felicità, è una favola propagandata da lupi travestiti da pecore per mangiarci meglio, la globalizzazione sana avrebbe dovuto essere un corpus di norme severe e simmetriche ed è diventato una legge con 1 articolo di 1 comma: vince il più forte.
L’Italia non cresce da trent’anni, ricorda giustamente l’onorevole Gusmeroli, nella sua intervista in questo numero. Perché purtroppo è vero, e non è quindi colpa solo della destra o della sinistra, alternatesi alla guida politica del Paese più o meno equilibratamente.
Il male oscuro ha due nomi, due facce brutte della stessa medaglia: burocrazia e malagiustizia. Sono stati e sono questi morbi secolari ad osteggiare la nostra crescita, e i complici siamo noi, tutti noi, che glielo abbiamo permesso pitoccando qualche favoritismo personale, invocando i “Picone” di turno dal quale farci raccomandare all’amico dell’amico.
Per “aprire un’impresa” il più fortunato degli sfidanti impiega 6 giorni. In Uk 24 ore, tutto online. La tassazione complessiva sulle imprese – ci scusi, viceministro Leo: nonostante lei! – tocca il 59,1% aggiungendo ai prelievi sul reddito tutti gli altri. Per pagare le tasse “qualcuno” impiega 238 ore all’anno, in Uk 114. La rigidità dei contratti nel lavoro è doppia rispetto alla media Ocse, e nel regno del lavoro nero! La PA paga (ed è un po miliorata) a 55 giorni medi, la Germanai a 23 giorni. Potremmo continuare.
La Giustizia poi: non lavora per punire i colpevoli di reati consumati, ma valuta come reati comportamenti che non lo sono, anche al costo di bloccare comparti cruciali del Paese: da almeno due anni, per effetto del caso Palazzopoli, l’Italia sta bruciando tra i 3 e i 4,5 miliardi di Pil l’anno, congelando contemporaneamente 5–8 miliardi di investimenti privati, con fino a 100 mila posti di lavoro equivalenti non generati e 2–3 miliardi di gettito fiscale perso, senza che vi siano ancora condanne definitive. Neanche di primo grado. Con praticamente tutte le misure cautelari, forcaiole, cancellate dagli istituti di tutela esistenti. Da non credersi. E senza che la politica, nell’inqualificabile passività del Comune di Milano, abbia saputo in sede nazionale sopperire a tanta pochezza con un qualsiasi strumento legislativo ad hoc, che arginasse quell’aggressione all’economia e al benessere nazionale ispirata dall’ipersensibilità di qualche verdognolo insipiente.
Tutto questo è sedimento deteriore della parte negativa del sistema. Che si contrappone e funge da tetra zavorra alla creatività, all’imprenditorialità, all’inventiva e alla capacità di lavoro che distingue quasi sempre l’imprenditore italiano nel mondo. Quello che ha portato il surplus commerciale del nostro Paese al record dei 620 miliardi, giustamente considerati – proprio dal governo Meloni – un ragionevole e breve “campo base” verso quota 700.
Il capitolo incentivi potrebbe essere aggiunto al “cahier de doleances” ma sarebbe un po’ ingeneroso, non è quello che manca (semmai c’è del disordine, tra gli strumenti, e se ne sta compiendo troppo lentamente il riordino, evidentemente osteggiato dai beneficiati). Manca la fiducia.
Infatti la buona notizia di dicembre è stata soprattutto il miglioramento dell’indice di fiducia delle imprese italiane a 96,5 punti (da 96,1). Ma la strada da percorrere è ancora lunga, e la concorrenza internazionale non attende: né per sottrarci quote di mercato in giro per il mondo né per accaparrarsi consumatori in casa nostra. Perchè attendiamo invece noi, a cambiare le tante, evidentissime, cose che andrebbero cambiate? Tanti auguri, che il 2026 sia l’anno buono?

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

 

Il Corsivo
La crescita, quella vera, si deve poter tagliare a fette

C. hiamiamoli Paolo e Francesco. Sono due amici di Verbania – territorio meraviglioso, civile, bellissimo, qualità della vita alta, tanti pregi. Loro hanno 50 anni in due, studi decenti, sono legatissimi alla loro terra come alle loro fidanzate, vogliono restarci, anche se sanno che l’industria manifatturiera in trent’anni ha dimezzato i suoi effettivi – c’è meritevolmente rimasta l’Alessi, ma è stato quasi un miracolo e il marchio è davvero iconico! – e i rubinettai di lusso, quelli in grado di vendere al Qatar e a Singapore. E che non hanno i mezzi per provare la strada del turismo.
A loro piace la natura, l’agroindustria e… ci provano. Filiera agroalimentare, comparto zootecnico, un prodotto Igp: la bresoala. La loro è una storia piccola ma positiva: un po’ di soldi di famiglia, un po’ personali, il primo microprestito e…partire, partono. Sono passati due anni e mezzo da allora. Hanno deciso di chiudere la loro società. Il 31 dicembre 2025 si cancellerà dai registri restandovi solo perché in liquidazione volontaria.
Paolo e Francesco stanno ora cercando un posto nelle pubbliche amministrazioni locali. Auguriamogli di trovarlo, per carità: sarà pur sempre un bene per loro, e forse per i servizi pubblici che andranno a erogare dopo aver provato sulla loro pelle quant’è faticoso aver a che fare con la burocrazia. Però, ecco: i loro futuri stipendi statali, saranno un modo per “battezzare” un microscopico pezzo di Pil che… c’era già. C’era nel bilancio dello Stato, nelle risorse collettive stanziate dalla Legge di Bilancio. Il Pil della crescita, quello che non si sviluppa più, avrebbe dovuto avere il sapore della loro bresaola, e qualcosa o qualcuno gliel’ha reso impossibile: non il prodotto, eccellente; non la domanda potenziale, vastissima anche grazie al turismo. Altri fattori, tanti. Ma uno soprattutto: che è difficile, quasi impossibile, trovare in Italia qualcuno che aiuti sul serio l’inizio di un business, quelle “levatrici d’impresa” che sembrano volersi occupare solo di AI. (s.luc.)

Articolo precedenteAir Campania, la strada della riscossa
Articolo successivoTra taglio dell’IRPEF e vincoli sui dividendi
Sergio Luciano
Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.