Autostrade, prevale la linea

Sembra giunta a una prima conclusione la vicenda tra Atlantia – la holding che detiene l’88% di Autostrade per l’Italia – e il governo. Un’inimicizia iniziata nel 2018, quando in agosto il Ponte Morandi cedette inghiottendo 42 vite. Da quel momento il premier Conte in primis ha da sempre annunciato che si sarebbe prodigato per una revoca delle concessioni alla società dei Benetton. I quali, dal canto loro, dopo aver congedato lo storico amministratore delegato Giovanni Castellucci, si sono detti convinti che ci fossero clausole e penali che avrebbero portato a un esborso per il governo di 23 miliardi di euro. Ma in realtà con il Milleproroghe questo fardello è stato abbassato a 7 miliardi.

Dunque, si diceva, un accordo: i Benetton diluiti fino al 10-12% del capitale, l’ingresso di Cdp e di altri soggetti e l’azzeramento di tutti gli utili per la holding. Una base sorprendentemente efficace per Autostrade. E infatti Atlantia è letteralmente decollata in Borsa, con rialzi oltre il 20% dopo aver fatto fatica a fare prezzo per eccesso di richiesta.

Uno studio uscito nei giorni scorsi ipotizzava che la revoca delle concessioni avrebbe avuto un ulteriore costo: 19 miliardi, derivanti dal default di Autostrade e dall’iscrizione nei bilanci di Atlantia di questo ammanco. Un disastro che tutti hanno cercato di evitare. Tutti tranne uno, Luigi Di Maio. Il quale ha cavalcato l’onda malpancista di chi chiedeva la revoca e ha continuato imperterrito questa battaglia anche di fronte a chi gli faceva notare che far chiudere un’azienda di quel tipo, con indotti miliardari e migliaia di occupati, non fosse un’idea sensazionale durante la più grave crisi in tempo di pace.

Ma, si sa, Di Maio è un uomo con poche ma ferree convinzioni (tranne sul numero di mandati che possono essere fatti…) e poco prima del cdm fiume che ha sancito l’accordo, o almeno la base di partenza, lo ha detto ai suoi: “Conte ha voluto far saltare tutto”. Perché è evidente che abbia prevalso una linea più morbida, più accomodante. Quella di una parte del Pd che ha sempre avuto una reverenza verso quelle famiglie. Un accordo che ora potrebbe tramutarsi in boomerang se e quando si dovrà votare sul Mes. Accetteranno, i Cinque Stelle, di chinare ancora una volta la testa? O invece Conte sta tessendo qualche trama per un nuovo governo, magari con forze del centro-destra che compensino la fuoriuscita di una parte dei pentastellati?

Lo schema sul quale si è trovata l’intesa, riporta Adnkronos, è questo: Cdp entra nel capitale, Autostrade diventa di fatto una public company, e i Benetton progressivamente usciranno. “Restano all’inizio con un 10-12% e poi escono definitivamente nel giro di qualche mese”. Se l’accordo raggiunto nella notte non dovesse essere rispettato dai Benetton “la revoca è sempre sul tavolo”. Ma, si spiega, l’accordo è stato “firmato con una loro nota, dovrebbero ovviamente rispettarlo”. 

E’ stato dato mandato a Cassa depositi e prestiti di avviare il negoziato per entrare nell’assetto azionario di Aspi, di cui Cdp diventerà socio di maggioranza entro e non oltre il 27 luglio. Tempi strettissimi, dunque, per iniziare a disegnare e definire la ‘diluizione’ delle quote di Benetton in Autostrade per l’Italia. “A Cdp diamo un mandato – spiega all’Adnkronos una fonte di governo di primo piano – per definire il percorso di uscita dei Benetton”.

Mandato anche ai “ministeri dell’Economia e dei Trasporti per concludere una transazione” sul dossier Aspi “riportando la concessione in equilibrio giuridico ed economico”. Il risarcimento per la vicenda del ponte Morandi resta, come definito nella proposta della scorsa settimana, di 3,4 miliardi di euro.

L’unica domanda che rimane è: ma quanto vale Autostrade per l’Italia? Una prima quotazione a 14,8 miliardi era stata assicurata da Allianz, Edf e Dif da una parte e Silk Road dall’altra quando rilevarono il 12% del capitale dai Benetton. Ma ora in capo alle società il valore totale di Aspi è sceso a 11,5 miliardi. E il Milleproroghe ha sancito che le penali in caso di rescissione unilaterale dell’accordo passerebbero da 23 miliardi a 7. Una cifra più contenuta che non garantirebbe Autostrade in caso di fallimento. 

Infine, una notazione: tra i nomi dei possibili interessati ad Aspi, oltre a Maquire e F2i, è spuntato anche il fondo BlackRock, che potrebbe entrare in tandem con Cdp per un investimento – come riferisce Il Sole 24 Ore – di qualche centinaia di milioni.