E adesso? Fare soldi in Borsa in tempi recenti non è stato particolarmente difficile, ammettono i gestori, almeno per chi ha interpretato correttamente i segnali in arrivo dall’economia:  costo del denaro basso,  a quota zero o giù di lì, inflazione sotto controllo, crescita in ripresa in Usa e, a sorpresa, pure nell’Eurozona protetta da Mario Draghi. A prima vista, le condizioni possono apparire addirittura migliori, in vista del prossimo autunno. L’asticella del pil americano  a metà anno si è alzata più del previsto, come non avveniva da cinque anni. Dal mercato  del lavoro e dei consumi arrivano segnali positivi. E lo stesso vale per i conti delle corporations, alimentati dai benefici della riforma fiscale mentre i buy back, non solo in Usa, garantiscono un comodo paracadute per i mercati azionari. 

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Tutto bene? Anche no, perché il difficile, ammoniscono gli esperti, arriva adesso, dopo un’estate infuocata in cui non sono mancati i primi moniti contro l’euforia eccessiva. Basti pensare al fulmine a ciel sereno che ha colpito i portafogli investiti in titoli all’apparenza invincibili. Come quelli selezionati da William Danoff, gestore di Contrafund (scuderia Fidelity, patrimonio di 129 miliardi di dollari) seriamente penalizzato dal tracollo di Facebook, giù del 19 per cento di conti del secondo trimestre. Anche a stare alla larga dai titoli più speculativi ed a rischio bolla (che dire di Netflix che ai prezzi di inizio estate capitalizzava gli utili dei prossimi 150 anni)  gli investitori privati – e a maggior ragione i tesorieri aziendali – devono mettere in conto le insidie di una situazione nuova caratterizzata, con buona pace di Donald Trump, dalla tendenza al rialzo del costo del denaro nell’area dollaro, dopo anni di liquidità sovrabbondante. Ma non è meno  insidioso la congiuntura dei commerci, nonostante il compromesso sull’auto. Restano aperti i punti di conflitto con la Cina di Xi Jinping che si sta preparando a un lungo conflitto con l’America con la svalutazione del renminbi. Non meno impegnative, poi,  le domande sollevate dall’ Europa, alla vigilia del terremoto della Brexit che si annuncia imprevedibile. Così come l’autunno rovente che si annuncia per i conti dell’azienda Italia, legati a doppio filo con l’andamento dello spread e della tenuta delle banche, il comparto più importante di Piazza Affari. 

Prepariamoci a un 2019 difficile 

Per gli esperti già quest’estate ci sono stati i primi moniti contro l’euforia eccessiva. Come nel caso dei portafogli investiti in titoli all’apparenza invincibili come Facebook

Guadagnare attraverso la gestione del denaro, in questa cornice, diventa davvero difficile. Quasi un’impresa per i  privati che si affidano al fai da te. Ma una sfida complessa anche per i gestori,  peraltro “viziati” dall’andamento del recente passato, contraddistinto da bassa volatilità che ha favorito le gestioni passive e dal successo della domanda di prodotti  di nuovo tipo (vedi i Pir). Lo scenario non è meno complicato per le imprese.  Le tesorerie avranno un ruolo essenziale nella sfida competitiva in un mercato in cui la differenza di redditività di qualche decimale di punto potrà fare davvero differenza. Soprattutto a fronte dell’aumento delle spese in R&S che coinvolge un po’ tutto il sistema finanziario. In questa situazione, più che tentare previsioni più o meno affidabili, può tornare utile tracciare un quadro delle tendenze in atto, così come li vedono i “guru”. 

Ancora azioni, ma con prudenza

A partire dal sondaggio di Bank of America tra  gestori che amministrano complessivamente 542 miliardi di dollari. I signori del denaro, secondo Bloomberg, hanno espresso un parere netto: puntare sulle Borse Usa. Il campione segnala overweight sul Wall Street (il 9% in più dello scenario base) in netta controtendenza rispetto a fine 2017, quando il termometro segnalava -17%, ovvero la volontà di incassare profitto e stare a vedere. A sostenere l’ottimismo sulle Borse  Usa è stata soprattutto la corsa degli utili, a sua volta alimentata dall’impatto della riforma fiscale e dagli effetti del riacquisto delle azioni proprie da parte delle società quotate. Il 2018, rilevano le elaborazioni di Thomson Reuters, promette di chiudersi con una crescita del 22,5% dei profitti, quasi ai massimi di sempre, una performance eccezionale tanto più perché realizzata nella fase di maturità del ciclo, arrivato al nono anno di crescita. Grazie alla crescita dei profitti, il rapporto prezzo/utili di Wall Street è sceso dalle 19 volte del 2017 al livello più sostenibile di 17 volte.

Ma a fronte di questi numeri, altri dati suggeriscono cautela. Buona parte dei rialzi è legato agli effetti, ormai alle spalle, del taglio delle tasse. I ricavi, invece, non dovrebbero crescere più del 7,5% in lieve progressione rispetto al 2017 (6,6%). Le stime sugli utili 2019 sono assai più modeste: +9,9%, comunque quasi il doppio della media degli ultimi cinque anni. Diffidate però di questi previsioni così ottimistiche, ammonisce Liz Sonders, analista del colosso del trading Charles Schwab, perché non tengono conto dei fattori negativi, dalla tensione al rialzo del corso del denaro all’acuirsi della contesa sui dazi con la Cina e l’Europa. 

Il «momentum» macro economico si è impoverito e questo fenomeno ha una dimensione ormai globale

In vista un rallentamento fisiologico

Ma a proposito del Vecchio Continente merita rilevare che gli utili non sono affatto male, in barba a tutti i segnali di crisi geopolitica: +8,2% in media per le società dell’indice Stoxx, dove brilla la stella delle blue chips italiane (+25,4% contro il ben più modesto +1,5% di quelle tedesche) con una stima di +8,6% per fine anno, con ricavi in aumento del 6%. Rispetto all’azionario Usa la sottovalutazione è del 25 per cento. Insomma, non mancano gli argomenti a difesa del Toro. 

Ma non la vede così Andrea Delitala, capo degli investimenti di Pictet Italia: il ciclo economico sta rallentando, la liquidità specie negli Usa,si sta contraendo  e la volatilità è destinata a crescere. Di qui la previsione che, a parità di utili, il livello dei listini potrebbe scendere tra il 5 ed il 10 % entro fine anno. “Il momentum macro – spiega – si è impoverito e questo fenomeno ha una dimensione piuttosto globale. Dunque anche dal punto di vista degli investimenti sostanzialmente dobbiamo rivedere le aspettative tenendo conto della debolezza”. Di qui un’immagine efficace, seppur inquietante: “se la discesa dei multipli si dovesse accompagnare nel 2019 , come è possibile, ad un arresto della crescita degli utili, il mercato azionario si comporterebbe come un aereo che vola a bassa quota e incontra un vuoto d’aria: non si schianterebbe al suolo, ma scenderebbe bruscamente con momenti di paura e questa volta senza molto aiuto dalle torri di controllo (le banche centrali)”. ”Chi investe – ha aggiunto qualche giorno prima dei ribassi a doppia cifra di Facebook (ma anche di Fiat Chrysler) – deve stare attento e non escludere dal suo orizzonte la possibilità di crisi improvvisi o ribassi azionari del 20-30% e anche più nei prossimi due-tre anni”. 

Un 2018 in crescita costante

Secondo le rilevazioni Thomson Reuters, quest’anno potrebbe chiudersi con un incremento dei profitti del 22,5%

L’ultima contromisura per limitare i danni sta nel procedere con molta prudenza alla ricerca di fondamentali solidi e di alternative agli strumenti più tradizionali. Senza tirare i remi in barca perché, ammonisce Mark Haefele, chief investment officer di Ubs, “è opportuno rimanere investiti, evitando però di assumere rischi eccessivi, e prepararsi a potenziali ribassi di breve periodo”. 

“Se le tariffe Usa si rivelassero solo una tattica di negoziazione e le aziende continuassero a generare utili ed effettuare investimenti,  l’economia mondiale andrebbe incontro a un’espansione del 4% sia quest’anno che il prossimo. Inoltre, la storia dei mercati finanziari ci insegna che, nella maggior parte degli orizzonti temporali, è più facile sbagliare per eccesso di cautela che per eccesso di ottimismo. Nel secondo dopoguerra, il numero di rendimenti positivi dell’indice S&P 500 ha superato il numero di rendimenti negativi di 2,3 volte in un orizzonte di sei mesi e di 5,8 volte in un orizzonte di cinque anni”.

Occhio agli investimenti

Bisogna tenere in considerazione possibili ribassi azionari anche del 20-30% e anche più nei prossimi due-tre anni, ma al tempo stesso non bisogna esagerare nei timori

Un poker di regole per un giusto mix rischio/rendimento 

Coraggio, insomma, ma “con juicio”, adottando per l’autunno strategie adeguate a contenere i rischi senza compromettere la possibilità di generare rendimenti. Quali? Proviamo ad elencare alcuni schemi di gioco.

1. Evitare di puntare sulle obbligazioni che distribuiscono le cedole più alte. I titoli high yield, in particolare quelli in euro, non compensano adeguatamente, ai prezzi attuali,  il rischio assunto. Per ridurre il potenziale di volatilità del portafoglio senza sacrificare eccessivamente i rendimenti, meglio migliorare la qualità del credito e allungare la duration.

2. Diversificare i rischi settoriali e geografici. A fine aprile, gli Stati Uniti, gli altri mercati sviluppati e le piazze emergenti registravano performance da inizio anno pressoché identiche e sostanzialmente invariate. Con la virata protezionista, tuttavia, le correlazioni sono diminuite e i rendimenti dei vari mercati hanno cominciato a differenziarsi. Oggi gli Stati Uniti guadagnano il 5% da inizio anno, gli altri Paesi sviluppati mostrano un andamento piatto e i listini emergenti perdono il 5% . Le tariffe creeranno vincitori e vinti a livello settoriale e geografico e quindi la diversificazione sarà essenziale per ridurre la volatilità del portafoglio ed evitare di detenere posizioni concentrate sui titoli più penalizzati. Investire in strumenti esposti alle tendenze strutturali. 

3. Puntare sui settori anticiclici. Con l’aumento delle preoccupazioni legate al commercio globale, di recente le società leader in termini di crescita strutturale nel software e nell’e-commerce hanno messo a segno una notevole sovraperformance. Questa dinamica ci sembra un esempio calzante di come le aziende esposte alle tendenze di lungo periodo, quali la crescita demografica, l’invecchiamento della popolazione e l’urbanesimo, siano in grado di tollerare meglio l’incertezza relativa alla crescita economica e al commercio internazionale rispetto a quelle più cicliche.

4. Per tenere conto dell’aumento dei rischi, ridurre il sovrappeso sulle azioni globali e sovrappesare invece il debito sovrano dei mercati emergenti in dollari perché rendimenti, pari al 6,5%, sono abbastanza alti da compensare il livello di rischio. Comprare anche i Treasury statunitensi a 10 anni, per proteggere i portafogli da eventuali correzioni dell’azionario.