Si parla sempre più di longevità, ma quasi mai nel modo giusto: accade, ci riguarda, ci sorprende, ma raramente ci fermiamo a capire davvero che cosa significa. Eppure siamo uno dei Paesi più longevi al mondo, con un’età media che cresce più velocemente della nostra capacità di interpretarla. La longevità è diventata un tema onnipresente nei convegni, nei report, nelle analisi economiche, ma affrontato con un linguaggio che sembra più adatto ai bilanci che alle persone: si parla di costi sanitari, di sostenibilità del welfare, di nuove opportunità di consumo, come se vivere più a lungo fosse soprattutto una questione di mercato. Insomma, la affrontiamo come un fenomeno statistico, ma essere longevi oggi è una trasformazione culturale, psicologica e sociale, oltre che un cambio di paradigma che obbliga a chiederci non solo quanto viviamo, ma come viviamo. Significa capire che cosa accade alla qualità della vita mentre gli anni si accumulano, domandarsi se la società stia accompagnando questo cambiamento epocale o se, al contrario, continui a raccontarlo con narrazioni distorte: da un lato la retorica dell’“eternamente giovane”, dall’altro la paura di un’età che avanza come una minaccia. La domanda è: stiamo aggiungendo vita agli anni?
È in questo spazio che si inserisce la conversazione con Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e saggista, che della longevità offre una lettura radicale, quasi ribelle, capace di scardinare i luoghi comuni che oggi dominano il dibattito pubblico. Non parla di allungare la vita, ma di allargarla, di riempirla, di darle contenuti, bellezza, dubbi, sorprese. E questo ribalta la prospettiva.
«Allungare tanto per allungare mi sembra una cosa senza senso», e mentre lo dice sembra quasi di vedere la distanza tra una vita vissuta e una vita misurata, una distanza che la società, oggi, fatica a riconoscere. La sua riflessione diventa un invito a ripensare il modo in cui guardiamo al tempo.
«Oggi viviamo in un paradosso: abbiamo più anni davanti a noi, ma meno tempo dentro le nostre giornate, come se il tempo ci fosse stato sottratto, lentamente, quasi senza che ce ne accorgessimo», dice Crepet, e quando il tempo si restringe, anche la longevità perde senso, perché non basta vivere a lungo se non sappiamo più vivere davvero. È proprio qui che la sua voce diventa più netta: «L’esistenza non è una scatola di farmaci con il bugiardino che ti dice cosa fare. L’esistenza è libertà». Una libertà che la società, spesso, non accetta, preferendo proporre modelli di vita perfetti, sempre super-controllati e standardizzati, che però non hanno nulla a che vedere con la qualità.
Crepet osserva che il mito dell’allungamento estremo della vita è quasi sempre maschile, una forma di machismo contemporaneo, una corsa ossessiva verso la perfezione biologica che richiede disciplina, rinunce, regole ferree, integratori, sveglie all’alba, diete monastiche. Una vita regolata come un metronomo, che però perde la sua anima. «Vivere centotrenta anni regolati così è noioso, faticoso», continua, e in questa frase appare una critica profonda al pensiero comune che confonde la longevità con la performance, la salute con la perfezione, il benessere con il controllo sempre e comunque. Una società che sembra aver dimenticato che la vita è anche disordine e improvvisazione, con aperitivi fuori programma o cene che si allungano fino a notte perché la conversazione è talmente bella che non si riesce a farla terminare.
Crepet insiste in particolar modo su un punto: l’ossessione di imitare la giovinezza e rincorrere un ideale astratto di onnipotenza, è una forma di fragilità. Non è forza, non è vitalità: è insicurezza. E allora il vero eroismo, oggi, non è essere invincibili, ma essere autentici; accettare la maturità senza travestimenti, senza nostalgia, e senza la paura di non essere più “giovani abbastanza”. Il vero eroismo è avere un proprio modo di stare al mondo, un ritmo personale che permette di scegliere la qualità al posto della quantità, la libertà invece della perfezione, e la vita invece della sua imitazione. «Oggi c’è il mito dell’eroe che non deve chiedere mai. Poi in realtà i veri eroi della nostra storia sono tutti morti giovani. Da Caravaggio ad Achille, che so, anche Mozart non ha toccato i cento, mi pare. E’ una contraddizione, no?»
Quando la conversazione si sposta sulle nuove generazioni, rifiuta l’idea che i giovani siano più fragili di un tempo. «Io rispetto i giovani, e quindi dico: arrangiatevi», afferma con una sincerità che è fiducia nella loro capacità di scegliere, di sognare, di ribellarsi ai modelli che non sentono propri, nel fatto che possano dire basta alle dipendenze digitali, alle identità costruite sui social, alle intelligenze artificiali che promettono compagnia ma rischiano di sostituire la vita reale. «Giovani, siete sicuri che adottare una signorina dell’intelligenza artificiale che ti tiene, che ti garantisce una presenza nella tua solitudine, ti faccia campare bene? La stanno vendendo in Cina, costa sedici mila euro, io francamente gliela lascio sul banco una così. Non ne ho bisogno. E per questo che dico ragazzi, ma siete così messi male che avete bisogno di un meme che vi fa il salutino?»
La longevità, per Crepet, non è un tema tecnico ne’ è un grafico, ma una questione di libertà e di bellezza. È la capacità di non rinunciare ai propri sogni, a qualsiasi età. Come Ornella Vanoni, racconta così all’improvviso, che, a ottantadue anni, ha deciso di comprare una casa a Venezia perché quel sogno era ancora vivo. «Pensi quella donna tribolata. Casini, robe, storie, amori, non-amori. Ma aveva questo sogno e magari qualcuno gli ha detto no, ottantadue anni, stai ferma se no ti viene un infarto. Invece lei si è comprata una casa». È questo modo di procedere che aggiunge qualità agli anni: la possibilità di continuare a desiderare e a progettare.
In un Paese che parla tanto di longevità ma spesso la racconta male, la voce di Crepet diventa un invito a superare i tabù, a smontare luoghi comuni e a restituire al tempo il suo valore. A ricordare che la vita non è una gara di resistenza, ma un’opera da riempire ogni giorno con ciò che più ci somiglia. E forse, proprio da qui, può partire una nuova cultura della longevità: più libera, più umana, e sicuramente più autentica.
«Lei cosa non toglie al suo tempo, Dottore?», ho chiesto senza pensarci.
«La ricerca della bellezza. Tutte le emozioni possibili immaginabili… un quadro, un tramonto, un bellissimo sorriso, un ricordo».
Anche questa chiacchierata con il Paolo Crepet è stato tempo pieno, al di la’ dei numeri e delle previsioni, e mentre glielo dico, lui aggiunge: «Il problema è che qualcuno potrebbe pensare che la longevità e tutto quello che ci va dietro, sia una bella economia, perché effettivamente campare di più vuol dire consumare di più e quindi comprare più cose. Sostanzialmente significa cambiare più case, comprarsi tante vacanze, investire di qua, di su e di giù. Questo però non so se sia vero, perché credo che il vero spendaccione sia quello che vive a modo suo, oppure che va a mangiare il pesce tre volte alla settimana. Poi magari non campa cent’anni, però se l’è goduta, la vita!»
















