Jean-Jérôme Semat

Il cambio al vertice di Alfa Laval Italia porta con sé un messaggio chiaro: il Paese è considerato una piattaforma industriale su cui il gruppo svedese intende investire ancora. Jean-Jérôme Semat, francese, in azienda dal 2011 e dal 2017 alla guida di Alfa Laval France & North West Africa, è il nuovo Managing Director della filiale italiana. Succede a Renata Vachova, che ha assunto un nuovo incarico all’interno del gruppo. Il suo compito è guidare le attività commerciali e operative, definire la strategia e rispondere delle performance. Il manager, arrivato in Alfa Laval dopo esperienze commerciali e di marketing in aziende dell’energia e del trattamento termico, lo riassume così, parlando nel corso di un incontro a cui ha partecipato Economy insieme con testate di settore economico e tecnico: “L’Italia offre importanti opportunità di sviluppo industriale. Il mio obiettivo è rafforzare ulteriormente la presenza di Alfa Laval sul territorio, lavorando a stretto contatto con clienti, partner e team locali”.

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Un gruppo da sette miliardi di fatturato

Per capire dove può arrivare la filiale italiana bisogna partire dalle dimensioni del gruppo. Alfa Laval, quotata alla Borsa di Stoccolma e con quartier generale a Lund, nel sud della Svezia, è presente in un centinaio di Paesi e conta circa 25mila dipendenti, di cui circa 800 in Italia. Il fatturato è di circa 7 miliardi di euro, il doppio dei 3,5 miliardi di quando Semat è entrato in azienda. L’obiettivo per il 2030 è arrivare a 10 miliardi. “Cresciamo molto – osserva il manager – perché la domanda di mercato c’è, non soltanto perché siamo particolarmente bravi”.

La storia dell’azienda comincia 140 anni fa con Gustaf de Laval, inventore del separatore per distinguere la panna dal latte e autore, secondo il racconto di Semat, di circa duecento brevetti. Da quel prodotto è nata un’industria che oggi si regge su tre tecnologie principali: gli scambiatori di calore a piastre, i separatori centrifughi e il sistema di pompe, valvole e tubazioni necessario per far muovere, raffreddare o riscaldare i fluidi negli impianti. L’organizzazione è divisa in tre divisioni, dedicate al settore marino, a food e pharma e all’energia, e il fatturato si distribuisce in modo piuttosto stabile, circa un terzo ciascuna. Sul totale, il 70% arriva da nuove apparecchiature e il 30% dai servizi. A garantire l’orizzonte di lungo periodo è anche l’azionariato: un gruppo familiare discendente dal fondatore, che secondo Semat «non ha bisogno di guadagnare un milione in più» e preferisce investire in ricerca e sviluppo.

Monza, il Veneto e la mappa produttiva italiana

In Italia la sede è a Monza e i siti sono distribuiti lungo la dorsale produttiva del Nord. Vicino a Monza si trova lo stabilimento più importante, dove nascono i grandi scambiatori di calore. Un secondo sito, nella zona di Bergamo, si occupa di scambiatori tubolari di grandi dimensioni e di apparecchi che fanno scambiare calore tra aria e fluido. Un team specializzato lavora in provincia di Siena a stretto contatto con i frantoi, mentre a Genova c’è un ufficio dedicato alla marina e a Parma un presidio per l’alimentare, con una struttura che realizza anche linee complete per l’industria della trasformazione. Nel Mezzogiorno non ci sono fabbriche né uffici: Alfa Laval lavora lì con una rete di distributori e di tecnici che garantiscono assistenza su tutto il territorio, perché il servizio post-vendita è parte integrante del business.

Il cuore dell’espansione, però, è a San Bonifacio, nel Veronese, dove nascono i componenti per le pompe di calore e per il raffreddamento dei data center. “Abbiamo costruito San Bonifacio 1, poi San Bonifacio 2, e ora abbiamo un piano per un terzo stabilimento per rispondere alla domanda”, racconta Semat. Il ritmo è quello della produzione di serie: i volumi, spiega, superano i milioni di unità. Accanto agli stabilimenti c’è un laboratorio con ricercatori dedicati.

Data center: il collo di bottiglia non sono i soldi

Il tema che oggi spinge di più gli investimenti è quello dei data center. Dentro queste strutture, spiega Semat, le apparecchiature elettroniche generano enormi quantità di energia e quindi di calore, e vengono raffreddate da sistemi chiamati CDU, nei quali lavorano scambiatori di grandi dimensioni prodotti proprio in Italia, nel Veronese. A questi si aggiungono pompe e tubazioni igieniche, perché il circuito richiede acqua molto pulita. Il calore, però, non è un rifiuto: a valle del data center un altro tipo di scambiatore consente di iniettarlo nelle reti di teleriscaldamento, che lo ricevono di fatto gratuitamente. “Un data center è un po’ come una caldaia – sintetizza il manager – . Produce molto calore, e noi possiamo riutilizzarlo”.

La domanda cresce a una velocità che mette sotto pressione l’intera filiera. “Il collo di bottiglia oggi non sono i soldi – afferma Semat -. È la capacità dell’industria di produrre tutti i prodotti necessari, e questo vale anche per noi». Il manager riconosce che in Europa il percorso per realizzare queste infrastrutture è più lento, tra autorizzazioni, capitali e la complessità di decidere in ventisette, ma resta convinto che la crescita sia strutturale, anche perché i data center sono ormai una questione di sovranità per ogni Paese. Per questo il suo mandato italiano, dice, consiste nel prendersi cura delle persone e nel «preparare la nostra impronta industriale a rispondere alla domanda futura», pianificando gli investimenti con anticipo.

Efficienza energetica: la leva che si può usare subito

Alfa Laval non si presenta come fornitore di una tecnologia miracolosa, ma come abilitatore di efficienza. Semat ricorda che nel mondo circa il 77% dell’energia deriva ancora da fonti fossili e che uscirne richiederà trenta o quarant’anni. Nel frattempo, sostiene, c’è molto da fare subito. “Quando visitiamo i clienti, a volte è sorprendente quanta energia e quanta acqua sprecano”, racconta, citando il caso di uno stabilimento caseario in Normandia dove l’investimento “ad alta tecnologia” per risparmiare acqua nelle pulizie era una semplice pistola a pressione da giardinaggio. Il problema, secondo lui, è che energia e acqua costano meno di quanto dovrebbero perché non ne paghiamo il costo reale, a cominciare dalle emissioni di CO2.

Da questa convinzione è nato, circa quattro anni fa, l’Energy Efficiency Movement, promosso insieme ad ABB e oggi composto da circa 600 realtà tra imprese e università. L’obiettivo è parlare a tutti, anche ai decisori, con un racconto diverso da quello della sola decarbonizzazione: “Parliamo di competitività, perché meno energia consumi, più sei competitivo. E in più decarbonizzi”. Anche le ottimizzazioni più piccole contano: una deviazione di mezzo grado di temperatura, spiega, può avere un impatto enorme sui consumi di una pompa, e usare meno acciaio con più efficienza è uno dei fronti su cui lavora la ricerca.

Sostenibilità misurata, dai pannelli solari all’acciaio a idrogeno verde

Sul fronte della sostenibilità interna, Semat insiste sulla differenza tra dichiarazioni e dati. L’azienda aderisce alla Science Based Targets initiative, che certifica gli obiettivi climatici, e distingue tra le emissioni degli scope 1 e 2, legate alla produzione, e quelle dello scope 3, generate dai materiali acquistati. “Molte aziende dicono che saranno carbon neutral, ma sugli scope 1 e 2 è facile”, osserva. “E lo scope 3?”. Alfa Laval ha scelto di raggiungere la neutralità sui primi due: nel sito di Monza i pannelli solari coprono il 93% dei consumi elettrici e il consiglio di amministrazione ha appena approvato un impianto geotermico per eliminare il gas, con tecnologia Alfa Laval al suo interno. La flotta aziendale si sta convertendo all’elettrico, un cambiamento che, ammette il manager, richiede molto lavoro sulle persone.

Il capitolo più impegnativo resta lo scope 3, perché tutti i prodotti del gruppo sono in acciaio. Da qui lo scambiatore a piastre “Net Zero”, realizzato con acciaio prodotto da un’azienda siderurgica nordica grazie all’idrogeno verde: il primo esemplare venduto è stato collegato a un data center. La sfida ora è la scala. Sul fronte circolare esiste un accordo, per ora limitato ai Paesi nordici, per ritirare i vecchi scambiatori e avviarne l’acciaio al riciclo, con un valore economico riconosciuto al cliente. Semat spiega anche perché, nel farmaceutico, Alfa Laval ha sviluppato separatori in plastica monouso: pur sembrando un controsenso, il bilancio ambientale è migliore perché evita le pulizie con grandi quantità di acqua e prodotti chimici. «L’importante è tornare ai dati e guardare i dati».

Giovani, competenze e intelligenza artificiale

Un altro pilastro del piano italiano riguarda le persone. Semat cita un programma europeo con sei giovani talenti, in maggioranza donne, che ruotano per sei mesi ciascuno tra Italia, Svezia e altri Paesi, e una Service Academy a Monza, partita per formare dieci giovani tecnici e arrivata a inserirne sette nel team in un anno. Il messaggio ai giovani, dice, è che la transizione richiederà tempo e che «si può avere una carriera davvero interessante nell’industria».

Anche l’intelligenza artificiale è per ora in fase di sperimentazione. Esiste un’AI interna e un progetto con il Politecnico di Milano per automatizzare i preventivi dei ricambi richiesti dagli armatori, così da liberare tempo per il confronto tecnico. Un digital solution center segue i clienti con tecnici a terra, con team separati per Italia, Francia e Penisola Iberica perché ognuno vuole essere assistito nella propria lingua, e un assistente digitale guida i tecnici sui separatori decanter consultando tutta la documentazione. Per le macchine più critiche, come i separatori che girano a circa 8.000 giri al minuto, un sistema di controllo avvisa in modo proattivo il cliente in caso di anomalie. “Sull’AI siamo ancora nella fase di sperimentazione, poi dovremo scalare” spiega il manager, che ricorda come in questi casi serva sempre qualcuno capace di valutare l’esito: le conseguenze di un errore potrebbero essere gravi per le macchine e per le persone.