Non è soltanto una rivoluzione tecnologica: l’intelligenza artificiale sta diventando uno dei motori dell’economia mondiale. E, proprio per questo, anche una sua nuova vulnerabilità. A fotografare il fenomeno è Tiffany Wilding, economista di PIMCO, secondo cui gli investimenti nell’IA hanno ormai creato un ciclo industriale globale che collega la spesa americana alle fabbriche asiatiche, ai mercati finanziari e alle strategie di sicurezza nazionale.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

 

Le cifre sono imponenti. Gli investimenti annunciati dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per il 2026 superano i mille miliardi di dollari, ai quali si aggiungerebbero circa 1.500 miliardi negli anni successivi. Ma spendere negli Stati Uniti non significa necessariamente produrre ricchezza negli Stati Uniti. Una parte rilevante di server, processori e apparecchiature per i data center arriva dall’estero e, nel calcolo del Pil, le importazioni compensano parte della spinta degli investimenti.

 

Ecco perché, secondo le elaborazioni PIMCO, dall’inizio del 2025 l’IA ha contribuito direttamente in media per appena 0,4 punti percentuali alla crescita trimestrale annualizzata del Pil americano, attestatasi intorno al 2%. Ben diverso l’impatto sulla domanda interna: 1,2 punti su una crescita media del 2,7%. La differenza racconta una nuova divisione internazionale del lavoro: l’America compra, l’Asia produce.

 

Taiwan presenta esportazioni riconducibili alla filiera dell’IA pari a circa il 30% del proprio Pil; la Corea del Sud supera il 15%. Sono rapporti fra esportazioni lorde e Pil, non quote di valore aggiunto interno, ma danno la misura della dipendenza dal ciclo tecnologico. Anche il Messico ha assunto un ruolo importante nelle forniture per il mercato nordamericano.

 

C’è poi un secondo meccanismo, meno visibile e assai potente: la Borsa. Le aspettative di profitti e produttività alimentano le quotazioni delle società tecnologiche, accrescono la ricchezza finanziaria delle famiglie e incoraggiano i consumi. PIMCO stima che questo «effetto ricchezza» abbia aggiunto altri 0,5-0,7 punti percentuali alla crescita statunitense, più dell’impatto diretto degli investimenti.

 

Intanto la corsa non riguarda più soltanto Washington e Silicon Valley. Cina, altri Paesi asiatici e Medio Oriente investono in capacità di calcolo, infrastrutture energetiche e data center. Dietro la spinta economica c’è anche la geopolitica: disporre di tecnologia e potenza di elaborazione è sempre più una questione di autonomia strategica.

 

Il rovescio della medaglia è il rischio di contagio. Per indebolire la crescita non serve che gli investimenti nell’IA crollino: basta che smettano di accelerare. E se i guadagni di produttività promessi tardassero a manifestarsi, il rallentamento si propagherebbe dalle Big Tech americane alle catene produttive globali. L’IA ha reso l’economia più resistente, ma anche più dipendente da un unico grande motore.