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Starship compie il salto che SpaceX inseguiva da anni: non più soltanto un gigantesco veicolo sperimentale, ma un razzo capace di raggiungere l’orbita, trasportare un carico operativo e generare ricavi. Nel quattordicesimo volo di prova, partito da Starbase in Texas, il sistema ha immesso nello spazio 26 satelliti Starlink V3, segnando il primo utilizzo commerciale della nuova architettura. La missione non è stata però priva di problemi: lo spegnimento anticipato di un motore ha spinto il controllo di volo ad abbreviare la permanenza in orbita. Ma gli obiettivi principali sono stati raggiunti, trasformando il test in uno dei passaggi più importanti nello sviluppo del programma.

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Il primo vero volo orbitale di Starship

Fino a oggi Starship aveva seguito traiettorie sostanzialmente suborbitali, sufficienti per testare rientro, controllo e ammaraggio ma non per restare stabilmente attorno alla Terra. Flight 14 ha invece raggiunto per la prima volta la velocità orbitale, completando una seconda accensione necessaria all’inserimento in orbita. Poco dopo, il veicolo ha iniziato a rilasciare uno dopo l’altro i 26 Starlink V3, satelliti di nuova generazione troppo grandi per essere trasportati nelle stesse modalità dal Falcon 9.

Il guasto al motore cambia il piano di volo

Durante la salita, uno dei sei motori Raptor dello stadio superiore si è spento prima del previsto. Per alcuni minuti SpaceX ha valutato di rinunciare all’inserimento orbitale, salvo poi procedere dopo aver verificato che gli altri sistemi fossero nelle condizioni necessarie. La missione, inizialmente programmata per durare quasi dieci ore e sei orbite, è stata però accorciata a poco più di tre ore. La decisione ha consentito di effettuare anticipatamente la manovra di deorbitazione, limitando i rischi dopo l’anomalia registrata nella fase iniziale.

Starlink V3, il carico che cambia il valore economico

Il vero salto rispetto ai test precedenti riguarda il payload. I 26 satelliti dispiegati appartengono alla nuova generazione Starlink V3 e, secondo i dati riportati durante la missione, dispongono di una capacità di trasmissione molto superiore rispetto alle versioni precedenti. Per SpaceX significa poter utilizzare Starship come vettore per accelerare l’espansione della propria costellazione broadband. È anche per questo che Flight 14 rappresenta il primo volo capace di produrre ricavi: non si è trattato soltanto di collaudare il razzo, ma di utilizzarlo per mettere in servizio asset commerciali.

Il rientro anticipato non cancella il traguardo

Starship è rientrata nell’atmosfera e ha raggiunto la zona di ammaraggio nel Pacifico, nei pressi delle Hawaii, dopo circa tre ore di missione. Il veicolo si è poi inclinato e disintegrato in una fiammata una volta toccata l’acqua, un esito compatibile con una fase di sviluppo nella quale SpaceX non punta ancora al recupero operativo dello stadio superiore. Il dato centrale resta però la combinazione tra orbita, rilascio del carico e rientro controllato, una sequenza mai completata prima da Starship.

Ora la sfida è la piena riutilizzabilità

Con il raggiungimento dell’orbita, il programma entra in una fase più complessa. SpaceX dovrà dimostrare di poter rendere Starship rapidamente riutilizzabile, recuperando non solo il booster Super Heavy ma anche il veicolo superiore e aumentando progressivamente la frequenza dei voli. Il sistema è inoltre centrale nei programmi lunari della Nasa e nelle strategie industriali di SpaceX, che punta nel lungo periodo a trasferire su Starship una quota crescente delle missioni oggi affidate al Falcon 9. Il successo di Flight 14 non chiude quindi la fase sperimentale, ma sposta l’asticella su affidabilità, recupero e operazioni ripetibili.