di Giovanni Talente
A luglio 2026 le vendite al dettaglio in Italia sono cresciute dello 0,8% in valore rispetto a un anno prima e diminuite dello 0,6% in volume. Il dato, diffuso dall’Istat il 4 settembre, si scompone in un +0,3% a valore e -1,0% a volume per i beni alimentari e in un +1,1% a valore e -0,2% a volume per i non alimentari. Sul mese precedente le vendite hanno ceduto lo 0,4% in valore e lo 0,5% in volume, secondo arretramento congiunturale consecutivo, mentre la media mobile del trimestre maggio-luglio resta positiva in valore, +0,2%, e leggermente negativa in volume, -0,1%.
Il dato aggregato, però, tiene insieme due mercati che si muovono in direzioni opposte. Nello stesso mese la grande distribuzione ha registrato un +1,6% in valore e un +0,6% in volume, il commercio elettronico un +2,4% e un +1,6%. Il dettaglio tradizionale, cioè le imprese che operano su piccole superfici, è rimasto fermo in valore, a quota zero, e ha perso l’1,7% in volume. La flessione delle quantità vendute non è dunque un fenomeno generalizzato. È concentrata in un canale, e in quel canale vale quasi il triplo della media nazionale.
La distinzione cambia la lettura del fenomeno. Se le famiglie stessero semplicemente riducendo gli acquisti, il calo dei volumi si distribuirebbe su tutti i formati. Accade invece che nei punti vendita grandi e sul digitale gli italiani portino a casa più merce dell’anno scorso, e meno soltanto nel negozio sotto casa. Il presidente di Confesercenti Nico Gronchi lo aveva anticipato a marzo, presentando le previsioni elaborate con il Cer: il recupero della spesa delle famiglie, osservava, «non si trasferisce in modo proporzionale alle vendite e alle imprese del commercio”.
Resta da capire dove finisca la differenza tra il valore che cresce e le quantità che calano. La spiegazione più immediata, il rincaro dei prezzi in negozio, regge solo in parte. Nei dati definitivi di agosto, pubblicati dall’Istat il 16 settembre, l’indice dei prezzi al consumo è salito al 3,3% su base annua dal 2,9% di luglio, ma l’indice del carrello della spesa, che raccoglie alimentari e prodotti per la cura della casa e della persona, si è fermato allo 0,9%, in rallentamento dall’1,0% del mese prima. L’inflazione di fondo è scesa dall’1,6% all’1,5%. Ad accelerare sono stati i beni energetici, passati da +11,6% a +17,1%.
L’aritmetica del carrello alimentare torna senza bisogno di invocare un caro-cibo che i dati non registrano. Con prezzi alimentari intorno all’1% e un fatturato del comparto in crescita dello 0,3%, la quantità venduta scende dell’1%, che è esattamente il dato rilevato. A maggio, quando il carrello viaggiava ancora al 2,3%, il presidente di Federdistribuzione Carlo Alberto Buttarelli aveva dichiarato che “non registriamo ancora tensioni sui prezzi lungo la filiera”. Quattro mesi dopo la decelerazione a +0,9% gli ha dato ragione sul punto specifico, e ha spostato altrove il problema.
Il capitolo che corre è quello delle spese che le famiglie non possono comprimere. Secondo le elaborazioni diffuse da Confcommercio il 19 settembre, i consumi obbligati, dall’abitazione all’energia ai trasporti, pesano ormai per il 42,9% della spesa complessiva delle famiglie e registrano un’inflazione propria del 5,9%, quasi il doppio dell’indice generale. Per le sole imprese del terziario l’associazione stima in oltre un miliardo di euro l’aggravio delle bollette nel secondo semestre del 2026, di cui 494 milioni a carico dei negozi. Il presidente Carlo Sangalli ha chiesto interventi immediati per evitare «una nuova stagione inflazionistica che ridurrà drasticamente i consumi.
Sul lato del reddito, il secondo trimestre ha segnato un punto di svolta. Le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,5% su base annua, con il settore privato al 2,3% e la pubblica amministrazione al 2,7%, a fronte di un’inflazione intorno al 3%. Dopo dieci trimestri consecutivi in cui i salari contrattuali avevano corso più dei prezzi, il rapporto si è rovesciato. A fine giugno restavano circa 3,9 milioni di dipendenti con il contratto scaduto, per quanto il tempo medio di attesa del rinnovo si sia ridotto da 24,9 a 17,9 mesi in un anno. Nel bollettino economico di luglio la Banca d’Italia scriveva che l’attività economica aveva rallentato «risentendo dell’aumento dell’incertezza e del rincaro dei beni energetici», e attribuiva ai mesi primaverili una frenata netta dei consumi.
Sul conto delle famiglie l’effetto è quantificabile. Il Codacons ha calcolato che l’inflazione al 3,3% si traduce, a parità di consumi, in «un aggravio di spesa da +1.091 euro annui per la famiglia tipo», che salgono a 1.507 euro per i nuclei con due figli. Sono stime di associazione, costruite su una famiglia convenzionale, e vanno lette come ordine di grandezza.
Il dato di luglio sul piccolo dettaglio, intanto, si iscrive in una tendenza lunga. Il rapporto Confcommercio sulla demografia d’impresa nel commercio, presentato il 24 luglio, conta quasi 96.000 esercizi al dettaglio chiusi in sette anni, il 14,4% del totale, con il commercio di vicinato alimentare in calo del 17,9% e l’abbigliamento, le calzature e la gioielleria del 15,5%. Nello stesso periodo le vendite dei discount sono raddoppiate, +101,1%, e la quota delle società di capitali sul commercio al dettaglio è passata dal 9% del 2012 al 17,4% del 2025. Il settore nel suo insieme vale 411 miliardi di euro, il 26% in più rispetto al 2018.
Tre elementi consigliano cautela prima di leggere questi numeri come una contrazione dei consumi. Il primo è che i conti trimestrali dell’Istat diffusi il 1° luglio segnalano, nel primo trimestre del 2026, un reddito disponibile delle famiglie in crescita dell’1,6% sul trimestre precedente, consumi finali a +1,4% e potere d’acquisto a +0,8%, con la propensione al risparmio salita all’8,0%. Il secondo è che i volumi aumentano nella grande distribuzione e nell’online, il che rende impropria la formula secondo cui gli italiani comprerebbero meno. Il terzo riguarda il perimetro: la rilevazione sul commercio al dettaglio misura i beni e non i servizi, e un singolo mese risente del calendario e del confronto con l’anno precedente. I dati di agosto sono attesi all’inizio di ottobre.
















