Non è tanto la crescita della ricchezza finanziaria americana a colpire, quanto il boom della sua concentrazione. A certificarlo non è un think tank militante, ma la Federal Reserve, che attraverso i suoi Distributional Financial Accounts fotografa con regolarità la distribuzione del patrimonio delle famiglie statunitensi. Nel secondo trimestre del 2026, dicono quei dati, i super ricchi a stelle e strisce sono diventati ancora più ricchi. Lo 0,1% dei mega paperoni è arrivato a possedere, tra azioni societarie e quote di fondi comuni, ben 16.154 miliardi di dollari, contro i 13.610 miliardi detenuti appena tre mesi prima e i 12.360 miliardi di un anno fa.
Tradotto in variazioni, significa che in un solo trimestre il tesoretto di questa ristrettissima élite è aumentato di 2.544 miliardi di dollari, mentre sull’arco dei dodici mesi il balzo ha raggiunto i 3.794 miliardi. Un incremento annuo del 30,7%, ritmo che lascia sullo sfondo qualsiasi indicatore di crescita dell’economia reale o dei redditi da lavoro.
Un quarto dell’intero mercato in mano a un decimo dell’1%
Il dato più eloquente, però, emerge quando si guarda al peso di queste cifre sul totale di azioni e fondi considerati. Sempre secondo la Fed, lo 0,1% più ricco possiede il 25% dell’intero stock. È il valore più alto da quando questo tipo di rilevazione viene effettuato, ovvero dal terzo trimestre del 1989. E la tendenza recente mostra un’accelerazione tutt’altro che trascurabile: un anno fa la quota si fermava al 24,4%, nel primo trimestre del 2026 era salita al 24,7%, e ora ha raggiunto appunto il 25%.
In altre parole, un decimo dell’1% delle famiglie americane controlla da solo un quarto delle azioni e dei fondi del Paese. Una concentrazione che, per le dimensioni raggiunte e per la velocità con cui si è consolidata negli ultimi mesi, assume contorni quasi paradossali.
Allargando il campo: l’1% e il suo 50,9%
La fotografia non cambia nella sostanza quando si amplia il campione. L’1% dei super paperoni possiede 32.890 miliardi di dollari in azioni e fondi, quasi 5.000 miliardi in più rispetto a soli tre mesi prima. In termini percentuali, questo gruppo detiene il 50,9% di tutti i corporate equities and mutual fund shares registrati dai Distributional Financial Accounts della Fed: più della metà dell’intero stock nelle mani di una famiglia su cento.
Si tratta di situazioni che, da un lato, hanno del parossistico. Dall’altro, al di là di come la si pensi sul piano della necessità sociale di una distribuzione più equa della ricchezza, rischiano di rendere meno efficiente lo stesso sistema capitalistico americano. Non è sbagliato sostenere che, in un sistema fondato finora sul consumo di massa, l’eccesso di concentrazione della ricchezza in poche mani possa creare problemi alla domanda aggregata: chi detiene patrimoni enormi non li trasforma proporzionalmente in consumi, mentre la platea più ampia, che alimenta la spesa quotidiana, dispone di risorse molto più limitate.
Non solo finanza: il quadro del patrimonio complessivo
A chi volesse obiettare che il ragionamento si limita alla ricchezza finanziaria, e che dunque sarebbe parziale, i dati della Fed offrono una risposta netta. L’istituto fornisce infatti informazioni anche sull’intera ricchezza delle famiglie americane, e il quadro conferma lo squilibrio: l’1% più ricco ha in mano il 32,5% dell’intero stock, mentre il 10% più abbiente arriva a possederne il 69%. Il restante 90% della popolazione deve accontentarsi del 31% del patrimonio netto.
Il problema dell’eccessivo squilibrio, dunque, non è un artefatto statistico legato alla sola Borsa. Unito ai possibili problemi sociali che comporta, porta con sé i germi di un potenziale malfunzionamento di un’economia di massa, che per reggersi ha bisogno di una base ampia di famiglie con capacità di spesa e di risparmio.
L’obiezione dei fondi pensione e l’aritmetica dei Mr and Mrs Smith
Certo, tornando al mondo della finanza, va ricordato che milioni di americani partecipano ai mercati attraverso i fondi pensione. Non solo: i signori Smith sono abituati a investire i propri risparmi a Wall Street, tanto che la crescita dell’S&P 500 genera, com’è noto, un reale effetto ricchezza per le famiglie. Ma il ragionamento di fondo non cambia. Se il 99% delle famiglie americane detiene complessivamente circa il 49% di azioni e fondi, significa che in media lo stock per ogni singola famiglia è basso.
Per rendersene conto basta un esercizio di aritmetica elementare. Si immaginino 100 famiglie e 100 dollari complessivamente investiti in azioni e fondi. Se la famiglia che rappresenta l’1% più ricco possiede circa 51 dollari, alle altre 99 restano complessivamente 49 dollari. La prima dispone dunque, in media, di 51 dollari; per le altre 99 la media è di appena 49 centesimi a famiglia. Il rapporto supera il cento a uno. Un calcolo evidentemente spannometrico, basato su semplici medie aritmetiche, ma utile a cogliere la dinamica di fondo e la strada imboccata dal capitalismo finanziarizzato d’America.
















