Carlo Calenda

“Per Napoli, città in movimento, Milanesi, sindaco manager”: era il lontano 1974 e un signore livornese naturalizzato nel capoluogo campano, Bruno Milanesi, notabile democristiano, sindaco per alchimie di coalizione tra l’agosto del ’74 e il settembre del ’75, sfidò con questo slogan pionieristico (45 anni fa i manager, in Italia, si chiamavano ancora “dirigenti”) il candidato del Pci, Maurizio Valenzi. E perse. Peccato per Napoli, perché nei suoi tredici mesi di sindacatura il “sindaco manager” aveva posto le firme istituzionali per la nascita della Tangenziale di Napoli, e le premesse politiche per la metropolitana. Due opere senza le quali oggi la viabilità di Napoli non sarebbe com’è, cioè come quella di Calcutta, ma molto molto peggio.

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Riusciranno i sindaci che verranno eletti l’anno prossimo a passare alla storia come “sindaci-manager”? Il che significa ormai – nell’immaginario collettivo – a risolvere problemi pratici e gestire quattrini? Riuscirà il futuro sindaco di Roma a livellare le buche e far funzionare i mezzi pubblici? E il futuro sindaco di Milano a risollevare l’ex capitale morale dai problemi sofferti per il Covid? E il futuro sindaco di Napoli a riscattare la città dai cinque anni del populismo di De Magistris? E poi: è così sicuro che basti essere un buon manager per diventare bravi sindaci?

C’è chi dice no. Vero che Bruno Milanesi lo fu, vero che Gabriele Albertini (si veda l’intervista in queste pagine) è stato un grande sindaco della sua Milano essendo, per professione, imprenditore e manager, vero che sono manager l’attuale primo cittadino milanese Giuseppe Sala come il sindaco di Bergamo, rieletto, Giorgio Gori e quello di Venezia Luigi Brugnaro. Ma ci sono anche casi di dubbia riuscita dell’impiego di un manager in ruoli politici, basti pensare alle meteore Andrea Guerra nel governo Renzi o Vittorio Colao nel governo Conte 2: non da sindaci, si dirà. Ma insomma: altro è la politica, altro la gestione di un’impresa. Lì si comanda, qui si media.

Il «pioniere» dei sindaci manager fu il democristiano Milanesi che in 13 mesi a Napoli impostò tangenziale e metropolitana

“Il mito dei sindaci-manager è un’infatuazione sbagliata», stronca Giulio Sapelli, storico ed economista: «Un mito in linea con la pretesa di ricondurre ogni attività all’economia. Della stessa deriva che ha indotto a ribattezzare city-manager i vecchi segretari comunali. Ma il cittadino non può essere ridotto a cliente, e dunque il Comune non è un’azienda, ha ben diverse e più complesse responsabilità politiche».

«Quel che i fatti dimostrano è che nei ruoli politici a spiccato contenuto operativo, e quello del sindaco lo è, il metodo manageriale unito alle giuste competenze ed alla necessaria sensibilità politica, dà i suoi frutt», sostiene però Massimo Bucci, l’imprenditore-manager che, da sindaco di Genova, si è preso il rischio e l’onere di fare da commissario della ricostruzione del Ponte, meravigliando il mondo per la concretezza e rapidità dimostrata: «Per le città complesse come la Capitale, il manager prestato alla politica può segnare la svolta. Roma significa grandi poteri e complessità, vanta una gamma di società di servizi pubblici essenziali di imponente rilevanza. Merita un’opera di rilancio, merita le linee strategiche dettate dalla politica su cui costruire le soluzioni operative. In tutte le situazioni di complessità, oggi più che mai le responsabilità della politica vanno coniugate con le competenze manageriali».

E dunque, Roma sia. Perché è nell’Urbe che si gioca una buona parte della suspence del prossimo appuntamento primaverile. È sulla Capitale che si concentrano autocandidature o ipotesi, o ballon d’essai o progetti che ruotano tutti, chi più chi meno, attorno alla managerialità del futuro sindaco.

Carlo Calenda, innanzitutto: un manager riconvertitosi alla politica. Dalla Ferrari al ministero dello Sviluppo economico. Detrattori e ammiratori. Memorabili caricature di Crozza. Papa straniero per il Pd? Forse. Ammesso che i due partiti-guida dell’attuale governo, appunto il Pd e i Cinquestelle, non si accordino strategicamente anche su Roma, promuovendo una staffetta di cui si inizia a parlare ed affidando il Campidoglio all’attuale segretario piddino Nicola Zingaretti che lascerebbe la poltrona da presidente della Regione Lazio alla più attiva delle grilline romane, Roberta Lombardi.

Ma se Calenda vuol dire Pd, Guido Bertolaso e Aurelio Regina vogliono dire Centrodestra: l’ex capo della Protezione civile e il presidente della Manifattura Sigaro Toscano hanno entrambi un’oggettiva caratura manageriale.

Però molti circoli qualificati – e preoccupati di un’ulteriore polarizzazione politica che sarebbe nociva alla miglior gestione dell’emergenza-Roma – amerebbero vedere in Campidoglio una figura tecnicamente ferrata e politicamente più neutra, una riproposizione evoluta del “modello Conte”. E su un nome in particolare molti consensi convergono, quello dell’attuale presidente di Federmanager Stefano Cuzzilla, comprovatamente abile nella gestione (anche dei grandi patrimoni: e ben lo sanno al Fasi, il fondo per l’assistenza integrativa dei dirigenti rifiorito sotto la sua guida) e navigatore esperto nelle secche della politica.

Poi c’è Milano, l’altra capitale. Che sta uscendo dal Covid con molte ammaccature sull’antica scintillante immagine del post-Expo. Ci sarà un Sala-bis? L’interessato avrebbe tutte le carte per rigiocare e vincere, col “Capitano” Salvini retrocesso di molto nel cuore già verso di lui tiepido dei milanesi e col vecchio Cavaliere ormai non pervenuto, ma non si sbilancia.. Contro di lui il centrodestra potrebbe schierare Paolo Veronesi, figlio del grande medico, che però ha declinato la chanche, come pure Paolo Baresi – vecchia gloria milanista. Rimane il rettore del Politecnico Ferruccio Resta; o un trasloco meneghino dell’eterno Bertolaso, reduce dai fasti dell’ospedale-lampo – contestato ma poi rivelatosi prezioso – alla Fiera di Milano. O ancora il mitico Alberto Zangrillo: ammesso che il virus della politica lo abbia davvero contagiato. O un grillino doc: Stefano Buffagni.

Qualche pennellata su Napoli: alla candidata dell’uscente De Magistris, Alessandra Clemente – fattiva, entusiasta ma molto giovane – potrebbe opporsi un vecchio cavallo di razza, Antonio Bassolino, mai abbastanza rimpianto sindaco degli Anni Novanta, uscito con 19 assoluzioni da una persecuzione giudiziaria di rara ignominia. E su Torino: la brava ma extraterreste Chiara Appendino lascerà il passo. All’omogeneo Guido Saracco, Rettore del Politecnico? O perderà per il berlusconiano Massimo Giletti? Tutto è apertissimo. Anche perché un sindaco deve sapersi far bastare 3500 euro netti al mese. Per un incarico full-time, pieno di rogne e pericoli, senza tutele e senza scudi legali. Chi può permetterselo? Solo pochi rentier, gente che non viva di lavoro ed abbia patrimoni abbondanti all’attivo.   (s.l.)