Milano non è soltanto la città italiana dove si concentra una parte rilevante del capitale finanziario: è anche il luogo in cui il denaro destinato all’innovazione incontra con maggiore facilità imprese, startup, università, investitori e grandi corporate. Tra il 2020 e il 2024 l’ecosistema milanese ha attratto oltre 4,1 miliardi di euro di venture capital attraverso 1.134 operazioni, un volume quasi sette volte superiore ai 601 milioni complessivamente raccolti da Roma e Torino nello stesso periodo. È uno dei dati più netti che emergono dal rapporto Chi fa innovazione e dove? Roma, Milano, Torino: player, infrastrutture e numeri comparati della Rome Business School, curato da Michele Franzese, imprenditore, e Valerio Mancini, direttore del Centro di Ricerca Divulgativo di RBS. Il confronto fotografa tre ecosistemi con caratteristiche differenti, ma anche un vantaggio milanese che si manifesta in quasi tutte le principali dimensioni considerate: capitale, network, infrastrutture, trasferimento tecnologico, numero di startup e capacità di collegare ricerca e mercato.
Una città costruita intorno alla domanda
Il tratto distintivo di Milano, secondo il report, è il suo essere un ecosistema Market-Driven. La logica parte dalla domanda del mercato: le imprese cercano tecnologie e soluzioni, startup e università provano a svilupparle, gli investitori forniscono il capitale necessario per trasformare quelle idee in prodotti e aziende. È un meccanismo nel quale la distanza tra chi dispone di un’idea, chi può finanziarla e chi può acquistare la soluzione tende a ridursi, grazie alla concentrazione territoriale di imprese, professionisti, università, fondi e infrastrutture.
Il vantaggio non è quindi soltanto quantitativo. È soprattutto una questione di connessioni. Per un founder milanese, osserva il rapporto, trovare un co-fondatore, intercettare un primo cliente enterprise oppure entrare in contatto con un investitore seed può richiedere meno tempo e meno passaggi relazionali rispetto a contesti nei quali capitale e domanda sono maggiormente dispersi. Il costo di transazione tra idee, capitale e mercato si abbassa quando questi tre elementi convivono nello stesso ecosistema. Ed è proprio questa densità, più che la semplice presenza di singoli operatori di eccellenza, a spiegare una parte del vantaggio competitivo della città.
Il risultato è visibile anche nella struttura imprenditoriale. A Milano risultano registrate 2.417 startup innovative, contro le 1.276 di Roma e le 502 di Torino. Ancora più significativo, per un sistema economico fortemente orientato ai servizi avanzati e alla domanda corporate, è il dato sulle startup B2B: il 46,8% di quelle italiane ha sede nell’area milanese. Una concentrazione che il report collega direttamente alla presenza sul territorio di grandi imprese e corporate, potenziali clienti, partner industriali e investitori.
Il venture capital racconta un divario difficile da ignorare
La distanza emerge con particolare chiarezza quando si guarda ai capitali raccolti. Nei cinque anni compresi tra il 2020 e il 2024 Milano ha catalizzato 4,1 miliardi di euro di venture capital, contro i 306 milioni di Torino e i 295 milioni di Roma. Il capitale raccolto dalle due città messe insieme arriva dunque a 601 milioni, mentre Milano supera da sola quota 4 miliardi. Anche considerando la natura volatile degli investimenti in startup e la concentrazione di operazioni di dimensione molto diversa, la fotografia restituisce una polarizzazione marcata del mercato italiano del venture capital.
Il capitale, naturalmente, non arriva nel vuoto. La sua disponibilità tende a seguire la presenza di aziende, competenze, infrastrutture e possibilità di exit, alimentando a sua volta la capacità dell’ecosistema di attrarre nuovi imprenditori e nuovi investitori. È un meccanismo circolare nel quale la dimensione conta: più imprese innovative crescono, più aumenta il numero di potenziali acquirenti o partner industriali; più investitori sono presenti, più diventa semplice finanziare le diverse fasi della crescita; più startup vengono finanziate, maggiore diventa la probabilità che alcune di esse raggiungano dimensioni tali da generare nuove operazioni.
Non tutto, tuttavia, è concentrato a Milano. Quando il confronto si sposta dai capitali privati alla ricerca finanziata dall’Unione europea, la graduatoria cambia. Sul fronte dei fondi Horizon 2020, Roma raggiunge 776 milioni di euro, mentre Milano si ferma a 479 milioni. È uno dei pochi indicatori nei quali la capitale precede il capoluogo lombardo e dimostra che la capacità di attrarre risorse per la ricerca pubblica segue logiche diverse da quelle del venture capital.
Startup, brevetti e università: la filiera dell’innovazione
Il secondo elemento che rafforza il posizionamento milanese è la presenza di una filiera relativamente completa, che parte dalla ricerca e arriva al mercato. Nel 2024 la Lombardia ha registrato 1.468 domande di brevetto presso l’European Patent Office, contro le 510 del Piemonte e le 263 del Lazio. Il dato lombardo è quindi quasi tre volte quello piemontese e oltre cinque volte quello laziale. Anche in questo caso la dimensione dell’economia regionale e la concentrazione di attività industriali e tecnologiche contribuiscono a spiegare il risultato.
Al centro del sistema universitario c’è il Politecnico di Milano, fortemente orientato alla collaborazione con le imprese e al trasferimento delle competenze tecnologiche. Accanto alla componente tecnica opera quella economico-manageriale della Bocconi, mentre l’Università degli Studi di Milano sta sviluppando la propria presenza nel distretto MIND, nell’area dell’ex Expo, dove ricerca, laboratori, imprese e strutture sanitarie sono progettati per convivere nello stesso spazio. Il polo comprende anche l’IRCCS Humanitas, aggiungendo alla componente accademica e tecnologica quella della ricerca biomedica e sanitaria.
Attorno agli atenei si è sviluppata una rete di incubatori, acceleratori e strutture dedicate al trasferimento tecnologico. PoliHub e B4i rappresentano due dei nodi dell’ecosistema, mentre MADE, il Competence Center dedicato alla manifattura avanzata e all’Industria 4.0, opera sul versante del rapporto tra innovazione e produzione. MUSA, l’Ecosistema dell’Innovazione finanziato dal PNRR, aggiunge un modello nel quale la componente privata viene integrata sin dalla progettazione delle attività. La combinazione tra università, infrastrutture e imprese crea così una filiera che può accompagnare un’idea dalla ricerca alla sperimentazione e quindi alla commercializzazione.
La survey: capitale e network sono i veri punti di forza
La fotografia quantitativa trova conferma anche nelle percezioni degli operatori. La Rome Business School ha raccolto le valutazioni di 100 soggetti tra founder, investitori, corporate, ricercatori e policy maker delle tre città, chiedendo loro di attribuire un punteggio alle diverse componenti degli ecosistemi locali. Milano raggiunge 7,6 su 10 per la disponibilità di capitale, contro il 5,8 di Torino e il 5,7 di Roma. Sul network il punteggio milanese arriva a 7,3, contro 6,4 per Torino e 5,9 per Roma.
La stessa distanza emerge sulle infrastrutture e sul trasferimento tecnologico. Milano ottiene 7,4 su 10 per luoghi e infrastrutture e 6,6 per il trasferimento tecnologico, mantenendo in entrambi i casi il valore più alto nel confronto. Sulla vitalità complessiva dell’ecosistema il capoluogo lombardo raggiunge 7,7. Sono numeri che raccontano un sistema nel quale la disponibilità di capitale non è isolata, ma si accompagna a una rete di soggetti in grado di trasformare quel capitale in relazioni industriali, partnership e nuove iniziative.
Il dato più interessante arriva però dall’unica dimensione nella quale il vantaggio milanese si riduce sensibilmente: i talenti STEM. Milano ottiene 5,8 su 10, contro il 6,2 di Roma e il 5,5 di Torino. Il risultato segnala che la disponibilità di ingegneri, tecnici, ricercatori e professionalità scientifiche rappresenta un problema comune alle tre città e che la maggiore concentrazione di capitale non si traduce automaticamente in una maggiore disponibilità di competenze.
Il costo di Milano comincia a diventare una variabile industriale
È qui che emerge il lato meno brillante del successo milanese. Il 61% degli operatori individua nel costo della vita e nella competizione salariale il principale ostacolo alla crescita dell’ecosistema. La questione non riguarda soltanto gli affitti o il prezzo delle abitazioni, ma direttamente la capacità delle startup di competere per le persone con aziende più grandi e strutturate, che dispongono di budget per il personale difficilmente replicabili da una società nelle prime fasi di sviluppo.
Gli stessi fattori che rendono Milano attrattiva per il capitale e per le imprese possono quindi produrre una pressione sui costi. La presenza di grandi corporate crea domanda di competenze e opportunità professionali, ma contemporaneamente innalza il prezzo del lavoro qualificato. Per una startup early stage, che deve spesso conservare liquidità e capitale per finanziare prodotto, ricerca e acquisizione dei clienti, sostenere la concorrenza salariale con una grande azienda può diventare un problema strutturale.
Il 29% degli operatori milanesi ritiene inoltre che l’ecosistema stia diventando troppo selettivo. Il rischio indicato dal rapporto è quello di una crescente difficoltà per chi non dispone di risorse economiche sufficienti per vivere e lavorare a Milano, con un possibile effetto sulla varietà dei profili che alimentano l’innovazione. «Un ecosistema che diventa troppo competitivo al proprio interno rischia nel tempo di selezionare solo chi può permettersi di starci, perdendo quella diversità di profili e di prospettive che è il vero carburante dell’innovazione di lungo periodo», osserva Valerio Mancini nel report.
Il mercato come acceleratore, la città come filtro
Gli operatori intervistati individuano nella densità del network e nell’accesso al mercato il principale punto di forza dell’ecosistema milanese, indicato dal 71% del campione. La disponibilità di capitale segue con il 63%, mentre la presenza di corporate e grandi player viene indicata dal 58%. È una gerarchia che descrive bene il modello milanese: il valore non è prodotto da una singola infrastruttura, ma dalla possibilità di mettere rapidamente in contatto imprese, investitori e tecnologie.
Il rovescio della medaglia è che questa stessa concentrazione rende più intensa la competizione. Milano offre un mercato più ampio e una rete più densa, ma impone anche costi più elevati. La città può dunque essere contemporaneamente un acceleratore per chi riesce a inserirsi nell’ecosistema e un filtro per chi non dispone di capitale sufficiente, di competenze particolarmente richieste o di un modello di business capace di generare rapidamente ricavi.
Il confronto internazionale rafforza comunque la dimensione del fenomeno. Nel ranking Startup Genome 2025 Milano si colloca nella Top 14 degli ecosistemi emergenti, mentre Roma è nella fascia Top 31-40. Anche questo indicatore, pur costruito secondo metodologie e metriche diverse rispetto al report della Rome Business School, restituisce la presenza di Milano nella fascia alta delle classifiche dedicate agli ecosistemi startup.
Roma e Torino giocano partite diverse
Il confronto con Roma e Torino non racconta soltanto un divario quantitativo, ma tre modelli territoriali differenti. Roma dispone di una maggiore capacità di attrarre risorse europee destinate alla ricerca, con 776 milioni di euro ottenuti nell’ambito di Horizon 2020 contro i 479 milioni di Milano, e presenta una dotazione di startup innovative pari a 1.276 unità. Torino, con 502 startup, dispone di un ecosistema più piccolo ma fortemente legato alla manifattura, alla mobilità e alla tradizione industriale piemontese; sul venture capital ha raccolto 306 milioni di euro nel quinquennio osservato.
Milano, invece, concentra contemporaneamente capitale privato, grandi imprese, università, startup e servizi professionali. È questa sovrapposizione a produrre la caratteristica Market-Driven descritta dal report. La presenza di una grande impresa non è soltanto una fonte potenziale di occupazione: può diventare cliente di una startup, partner di ricerca, investitore corporate, acquirente di una tecnologia o acquirente finale della stessa startup. In un ecosistema sufficientemente denso, queste relazioni tendono a moltiplicarsi.
Il prossimo problema non sarà trovare capitale, ma trovare persone
Il dato che emerge dal rapporto è quindi meno scontato di quanto possa sembrare. Milano ha costruito una posizione dominante nel venture capital italiano, ma il prossimo limite alla crescita potrebbe non essere la disponibilità di denaro. Potrebbe essere la capacità di trasformare quel denaro in persone, competenze e nuove imprese senza far esplodere i costi dell’ecosistema.
I 4,1 miliardi di euro raccolti tra il 2020 e il 2024, le 1.134 operazioni, le 2.417 startup innovative, il 46,8% delle startup B2B italiane concentrate nell’area e le 1.468 domande EPO presentate dalla Lombardia nel 2024 raccontano la dimensione raggiunta dal capoluogo lombardo. Ma il 61% degli operatori che indica costo della vita e competizione salariale come ostacolo principale introduce una variabile nuova: la scala raggiunta dall’ecosistema comincia a produrre effetti sul proprio mercato interno.
Il punto, per Milano, non è più soltanto continuare ad attirare capitali. È riuscire a fare in modo che quei capitali finanzino aziende capaci di crescere, assumere e innovare in una città nella quale il costo di fare impresa e, prima ancora, il costo di viverci stanno diventando parte integrante dell’equazione competitiva. Il benchmark dell’innovazione italiana, insomma, ha già costruito una macchina capace di attirare denaro. La prossima sfida sarà capire quante persone e quante idee quella macchina riuscirà ancora a permettersi.
















