I robot non prevarranno sul lavoro umano e anche i diritti dei lavoratori potranno sopravvivere in quest’epoca di forte e accelerato cambiamento che è appena iniziata, ma perché tutto vada bene occorre tenere al centro i valori piuttosto che ricorrere a nuovi obblighi normativi e occorre pazienza, perché il processo di cambiamento sarà lungo. Parola di Premio Nobel per l’economia: Michael Spence, insignito del più prestigioso riconoscimento scientifico del mondo nel 2001, insieme a Joseph E. Stiglitz e George A. Akerlof “per le loro analisi dei mercati con informazione asimmetrica”, che ha accettato di sintetizzare in un’intervista a Economy le sue idee su questa materia incandescente.
Professor Spence, lei ha recentemente parlato a Trento e ha detto che “le economie sviluppate oggi stanno affrontando cambiamenti strutturali significativi, anche nel campo del lavoro. Alcune professioni trarranno vantaggio dall’evoluzione della tecnologia e del digitale, altre meno”. Le chiediamo una previsione: il numero totale di risorse umane occupate in modo permanente aumenterà o diminuirà in seguito alla diffusione delle nuove tecnologie digitali?
Nessuno lo sa con certezza. Ma penso che sia ragionevole aspettarsi che l’occupazione permanente possa essere piatta o in qualche modo in declino nel breve-medio periodo, ma che si estenda nel lungo periodo grazie alle tecnologie digitali. Per quanto l’occupazione a tempo indeterminato possa essere ridefinita diversamente dal passato e possa in futuro essere inferiore a quella media attuale nella maggior parte dei paesi sviluppati.
Quali differenze vede tra la rivoluzione industriale della meccanizzazione, l’avvento dell’informatica negli anni ’70 e, oggi, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale e dello Iot?
Difficile a dirsi, perché l’era dell’intelligenza aritifciale è solo all’inizio. Ma la prima rivoluzione industriale ruotava principalmente intorno all’energia e al suo uso per espandere drasticamente la produttività degli esseri umani. Dopo una serie di transizioni questo ha creato ricchezza, redditi più alti e un sacco di posti di lavoro. La rivoluzione del Dopoguerra non ha avuto un grande effetto macroeconomico in termini di produttività fino alla metà degli anni ’90. Ma alla fine ha fatto crescere la produttività. Inoltre, l’automazione (nella vecchia forma delle macchine che eseguono lavori di routine) si è ampliata. Penso che ciò che preoccupa le persone circa l’età dell’intelligenza artificiale (in assenza di prove concrete e di dati perché è troppo presto) è che sembra che le macchine stiano imparando a fare quello che la maggior parte della gente pensava fosse un insieme unicamente umano di capacità. Insomma, nel passato sapevamo precisamente quale fosse il ruolo di noi umani, mentre oggi non ne siamo più così sicuri!
Lei conosce molto bene l’Italia e quell’insieme di tradizioni ma anche di valori che si definiscono “relazioni industriali” e “benessere”. A suo avviso, il modello di lavoro flessibile e strutturalmente precario degli Usa, cioè sempre mutevole e aperto al cambiamento, è un modello che può affermarsi anche in Italia e in Europa?
No. Il modello degli Stati Uniti, così come si è evoluto, non è stato adottato in Europa. Non avrebbe potuto. Invece penso che il modello degli Stati Uniti si evolverà alla fine verso una struttura più nord-europea. Il modello verso cui ci stiamo evolvendo – praticamente ovunque ma da punti di partenza molto diversi – è un modello flessibile ma protettivo e adattativo, in cui la sicurezza sociale gioca un ruolo chiave e in cui una struttura cooperativa e valori condivisi che coinvolgono governo, imprese e lavoro creano un modello di crescita dinamico ma inclusivo. Ma sarà molto difficile arrivarci da dove siamo oggi, con comprensibili sentimenti anti-establishment e con un’inevitabile polarizzazione delle forze politiche, sociali ed economiche.
Cosa si intende per “diritti dei lavoratori” nella società moderna?
In passato significava diritto ad un buon reddito, alla protezione del posto di lavoro, diritto di organizzarsi e di contrattare redditi e prestazioni. Probabilmente dovrebbe significare la stessa cosa anche oggi. Ma dovrà essere riadattato. I diritti dei lavoratori si sono sviluppati in un mondo molto meno globalizzato. Ora si deve rispondere alla domanda: i diritti di quali lavoratori? Quelli poverissimi del Bangladesh? Quelli indiani, tedeschi o giapponesi? Le grandi corporation sono state le protagoniste dell’implementazione delle catene di fornitura globali. Hanno impiegato milioni di lavoratori in tutto il mondo e non hanno avuto la sensazione di star agendo contro i diritti dei lavoratori. Ma in senso strettamente nazionale, lo stavano facendo, in una certa misura. In sintesi, i diritti dei lavoratori con un quadro di riferimento nazionale sono superati ed è necessaria una concezione più sofisticata e globale per l’oggi.
Lei ha detto che piattaforme come Alibaba sono l’ecosistema e sono utili per lo sviluppo. Sono anche accusati, tuttavia, di favorire forme di sfruttamento, la nuova “schiavitù digitale dei magazzinieri amazzonici” o il nuovo proletariato digitale dei Gigs. Come possiamo far crescere le cose buone su queste piattaforme e bloccare quelle cattive?
Dipende realmente dai valori e dal comportamento dei proprietari e dei gestori delle piattaforme. L’obiettivo sarebbe quello di disporre di piattaforme con un’architettura aperta e che condividano i ricavi in modo equo con i partecipanti all’interno e all’esterno della piattaforma. È difficile sapere se si possa raggiungere tale obiettivo mediante un regolamento. Io dubito, credo piuttosto che sia una questione di valori.
Ci dica qual è la caratteristica più positiva del mercato del lavoro italiano e qual è la peggiore.
Positivo: creatività e adattabilità nel senso della soluzione dei problemi. E anche le forti competenze. Negativo: l’alto livello di sfiducia tra lavoratori e management o proprietari.Il che rende molto difficile sviluppare soluzioni cooperative a problemi impegnativi che richiedono cambiamenti radicali.
Dica lo stesso rispetto al mondo del lavoro americano.
Positivo: è un ambiente flessibile e adattativo. Offre molte opportunità imprenditoriali. Negativo: è un ambiente molto difficile per chi ha deficit di competenze. Il sistema della sicurezza sociale è poco sviluppato. Il mondo del business, portatore d’interesse, salvo poche importanti eccezioni, non considera né tratta il lavoro come un importante stakeholder.
















