C’è un dato che, più di molti discorsi, racconta la frattura italiana: mentre in gran parte d’Europa il lavoro ha continuato, pur tra crisi e inflazione, a difendere almeno una parte del proprio valore, in Italia lo stipendio è diventato il luogo in cui si misura la perdita di potere delle famiglie. Non è solo una questione di buste paga troppo leggere. È il segnale di un sistema che da anni produce occupazione fragile, rinnovi contrattuali lenti e una crescita salariale incapace di tenere il passo con i prezzi. Secondo l’Ocse, tra il 1991 e il 2022 i salari reali italiani sono rimasti sostanzialmente fermi, contro una crescita media dell’area Ocse superiore al 32%.

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Il divario che si è aperto con l’Europa

La distanza con gli altri grandi Paesi industrializzati non nasce oggi, ma si è aggravata dopo la fiammata inflazionistica seguita al Covid e alla crisi energetica. In Italia gli stipendi nominali sono cresciuti, ma non abbastanza da compensare il caro-vita: l’Istat ha rilevato che a settembre 2025 i salari reali erano ancora inferiori di 8,8 punti rispetto al 2021. Il risultato è una compressione silenziosa del reddito disponibile: si lavora, spesso anche di più, ma il salario compra meno.

Salario minimo o “salario giusto”

Il nuovo decreto Primo maggio sceglie di non introdurre una soglia legale, come i 9 euro l’ora proposti dalle opposizioni, e punta invece sul cosiddetto salario giusto, ancorato alla contrattazione collettiva più rappresentativa. Il punto critico è che senza una legge pienamente efficace sulla rappresentanza resta difficile stabilire, in modo automatico e vincolante, quali contratti debbano fare da riferimento. Il decreto rafforza il ruolo dei Ccnl maggiormente rappresentativi, ma non introduce un vero minimo inderogabile per tutti.

Il nodo dei contratti e dei salari bassi

Il problema non è soltanto la presenza dei contratti pirata. Secondo il Cnel, circa 99 contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil coprono oltre il 97% dei lavoratori privati, mentre centinaia di accordi sottoscritti da sigle minori riguardano una quota molto più ridotta ma alimentano dumping e frammentazione. Tuttavia anche dentro la contrattazione principale restano settori dove i minimi sono bassi, i rinnovi arrivano in ritardo e la tutela reale del reddito è debole.

Inflazione, rinnovi lenti e una protezione dimezzata

Il cuore della questione è l’inflazione non recuperata. Quando i contratti scadono e vengono rinnovati con anni di ritardo, i prezzi corrono subito, mentre gli stipendi inseguono dopo. Il decreto interviene sulle vacanze contrattuali, ma l’adeguamento previsto in caso di rinnovi oltre dodici mesi sarebbe pari solo al 30% dell’Ipca, cioè dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato. È una correzione parziale, che rischia di non bastare se nuovi shock energetici o geopolitici dovessero riaccendere l’inflazione.

Una riforma rinviata

Il punto politico ed economico resta dunque lo stesso: l’Italia non ha ancora aggiornato il proprio sistema salariale alla stagione dell’inflazione instabile. Servirebbero contratti più rapidi, clausole di salvaguardia più diffuse, una legge sulla rappresentanza e un pavimento retributivo capace di impedire che il lavoro povero diventi normalità. Senza questi strumenti, il Paese continuerà a discutere di salari giusti mentre milioni di lavoratori faranno i conti con stipendi insufficienti a sostenere una vita davvero dignitosa.