C’è molta confusione sullo stato della nostra economia, tanto che anche chi ne parla e scrive fa fatica a mettere a posto tutte le tessere del mosaico. Da una parte, come bene ha scritto il VicePresidente Tajani nel suo intervento “Costruire il futuro dell’industria e del nostro Paese”, assistiamo ad una serie nutrita di annunci, da parte del Governo, con forti contenuti di positività su temi importanti quali crescita dell’occupazione e posizionamento tra i Paesi leader nell’export. Dall’altra pende mensilmente su di noi la notizia agghiacciante di una produzione industriale in calo da un numero infinito di mesi. In dicembre il dato definitivo sarà probabilmente migliore dei mesi precedenti, ma dicembre è un mese notoriamente anomalo, sul quale non si può ragionare. Domanda: andiamo bene o andiamo male? E comunque, che fare per risollevare le sorti della nostra economia?
Queste righe nascono da una constatazione e da una convinzione. La constatazione è che ancora manca una diagnosi seria ed asettica della situazione nella quale viviamo. La convinzione è che da decenni siamo indolenti nel reagire al nostro stato di crisi perenne ma che ancora abbiamo spazio e tempo per fare, finalmente, le cose giuste.
Il mondo confindustriale sembra arroccato sul chiedere più soldi al governo, da erogare nelle più diverse forme. È una cura che non ha mai dato buoni frutti. I soldi vanno dati solo quando si è verificato un fatto specifico gravissimo e occorre ossigeno per non morire in tempi brevi. Quando i problemi sono strutturali i soldi a pioggia non servono e sono buttati via. La parte governativa che ha più competenza in materie economiche (stiamo tutti attendendo che anche il partito di maggioranza relativa sviluppi una propria leadership di pensiero in materia) ha iniziato a descrivere alcune linee direttrici per un intervento a favore del tessuto industriale del nostro Paese: definizione di settori industriali prioritari e loro rafforzamento, riduzione dei costi energetici e sburocratizzazione. Tutto giusto, ma l’impressione è che non basti. Occorrono meno manovre ma più incisive, che incidano sui veri mali del Paese. In primo luogo, però, occorre mettersi d’accordo su quali sono i mali del Paese. Difficile essere molto precisi (e soprattutto convincenti), ma sembra di poter dire:
1) divario stratosferico tra costo del lavoro e salari netti, in uno con salari netti bassissimi. Una qualsiasi multinazionale non può non osservare che il costo aziendale di un lavoratore omologo è, sia pur di poco, più alto in Italia che in Germania. Però il lavoratore tedesco arriva da scuole professionali qualificatissime, è più produttivo per l’azienda ed ha un netto in busta molto più alto. Attaccare l’annoso problema del costo complessivo del lavoro e del salario netto è difficile in un contesto di decrescita demografica come la nostra, perché, per prima cosa, vuol dire spostare ancora una volta in avanti l’età pensionabile per ridurre il costo delle contribuzioni sociali. Non solo: vuol dire anche ribilanciare il peso della tassazione a carico dei lavoratori dipendenti assicurando la necessaria giustizia fiscale. Non attaccare su questi due versanti vuol dire accettare stipendi da fame per la classe lavoratrice, per sempre. E vuol dire perpetuare una carenza di domanda interna.
2) carenza di manodopera nelle aree a forte vocazione industriale e di servizi. Se si vuole veramente aumentare di dieci punti il tasso di occupazione non bastano qualche asilo nido in più e qualche obolo erogato a fronte di nuove nascite. Occorre invece una – inizialmente costosa – politica di forte incentivo a trasferire risorse nelle aree dove c’è domanda di lavoro.
3) Timidezza nell’affrontare il tema della domanda esterna. Se, come è ovvio, l’obiettivo è aumentare la domanda globale, gli interventi di cui ai punti precedenti hanno un lag temporale prima di produrre effetti sulla domanda interna. Solo la domanda esterna può aumentare significativamente in tempi brevi. Inutile, quindi, avere in essere come oggi mega-incentivi per ristrutturare e rendere splendenti le officine (4.0, 5.0 o altro): le nostre officine sono già ottime. Il problema è che manca la domanda. È ora di avviare un’opera massiva di riorientamento degli aiuti di stato sullo sviluppo dell’export. Ciò che è disponibile oggi è poco.
Riassumendo, è spiacevolissimo constatare che la produzione industriale svela andamenti comatosi in essere da tempo. Rimettersi sulla strada giusta richiede aumentare la domanda interna e quella estera. Lo sviluppo della domanda interna richiede salari netti molto maggiori, i quali a loro volta richiedono di rivedere ulteriormente l’età pensionabile e di ottenere (finalmente) giustizia ed equità fiscale per i lavoratori dipendenti. Sempre con l’obiettivo di assicurare la crescita della domanda interna, l’aumento del tasso di occupazione è per noi una grande opportunità. Qui occorrono leggi incisive, non pannicelli caldi. Infine, l’export è l’unica area dove possiamo ottenere risultati a breve. Concentriamo gli incentivi in essere su di esso.
















