Il conflitto in Medio Oriente sta producendo effetti significativi sull’economia italiana, con ripercussioni che si manifestano sia sul fronte della crescita sia su quello dei prezzi. La distruzione e il danneggiamento di importanti infrastrutture energetiche, insieme alle restrizioni sulle rotte strategiche per le forniture, hanno innescato forti rincari delle materie prime e interruzioni delle catene di approvvigionamento globali. Le tensioni si riflettono in un aumento dell’inflazione importata, particolarmente avvertita in Europa, e in un rafforzamento delle aspettative inflazionistiche, un contesto che potrebbe influenzare le future decisioni di politica monetaria. Permangono inoltre incertezze sulle tariffe degli Stati Uniti, con possibili effetti sugli scambi internazionali. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime di crescita, soprattutto per i paesi emergenti e l’area dell’euro, con rischi prevalentemente riconducibili alle tensioni geopolitiche. Lo rivela l’Ufficio parlamentare di Bilancio nella sua nota periodica.
L’economia italiana risente del deterioramento del quadro globale. La domanda interna, che aveva rappresentato il principale sostegno alla crescita, deve ora fare i conti con un clima di fiducia dei consumatori in peggioramento, appesantito dai timori sull’inflazione. Tiene invece la fiducia delle imprese, in particolare nei servizi e nelle costruzioni, mentre l’indicatore Upb sulle difficoltà di accesso al credito conferma segnali di miglioramento. Sul piano settoriale si osservano la debolezza del manifatturiero, un andamento moderato dei servizi e un rallentamento delle costruzioni. Gli effetti del conflitto dovrebbero manifestarsi con maggiore intensità sui dati dell’attività economica nei trimestri successivi.
Le retribuzioni, che avevano recuperato solo parzialmente rispetto al livello dei prezzi, rimangono significativamente al di sotto dei livelli pre-crisi in termini reali, rendendo le famiglie italiane particolarmente esposte alle nuove pressioni inflazionistiche derivanti dalla crisi bellica. Le simulazioni dell’UPB sull’impatto del conflitto delineano due possibili scenari. In uno scenario relativamente favorevole, che ipotizza il consolidamento della tregua e una progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, si determinerebbe una graduale normalizzazione delle forniture e dei prezzi delle materie prime energetiche. In tale contesto la crescita del PIL italiano subirebbe un peggioramento di 0,2 punti percentuali per ciascun anno del biennio considerato, mentre l’inflazione registrerebbe un aumento significativo pari a 1,3 punti percentuali nel primo anno, più contenuto (0,5 punti) nel secondo.
In uno scenario meno favorevole, caratterizzato da tensioni più persistenti ma senza escalation militare, gli effetti macroeconomici risulterebbero più intensi. La riduzione della crescita del PIL sarebbe di poco meno di mezzo punto percentuale all’anno, mentre le pressioni inflazionistiche si manterrebbero sostenute più a lungo, con un incremento analogo al primo scenario nel primo anno e di 1,1 punti percentuali nel secondo.Le simulazioni, soggette a elevata incertezza e puramente indicative, andranno aggiornate con l’evoluzione del contesto internazionale e con gli sviluppi del conflitto.
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