XI JINPING PRESIDENTE REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Alla vigilia del nuovo faccia a faccia tra Donald Trump e Xi Jinping, in programma il 24 settembre alla Casa Bianca, nella complessa partita commerciale tra Stati Uniti e Cina entra con forza un terzo protagonista: l’America Latina. Washington ha acceso i riflettori sulle rotte attraverso cui le merci di origine cinese possono raggiungere il mercato americano passando da Paesi intermedi, beneficiando potenzialmente di dazi più bassi. Una questione apparentemente tecnica che rischia di trasformarsi in un nuovo terreno di confronto economico tra le due maggiori potenze mondiali.

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La nuova frontiera della guerra commerciale

Il dossier che accompagna il vertice porta la data del 13 agosto ed è stato elaborato dall’Office of Trade and Manufacturing Policy della Casa Bianca, guidato da Peter Navarro. Il documento individua oltre 40 economie considerate a rischio elevato di trasbordo irregolare di prodotti legati alla Cina. Il fenomeno comprende operazioni quali rilabellizzazione, reimballaggio, rifatturazione o lavorazioni limitate effettuate prima dell’ingresso delle merci negli Stati Uniti. La Casa Bianca sostiene che queste pratiche possano consentire di modificare artificialmente l’origine doganale dei prodotti e aggirare così parte delle barriere tariffarie americane.

Le dimensioni del fenomeno

Il punto più delicato riguarda però le dimensioni economiche del fenomeno, sulle quali le stime sono molto distanti. Il rapporto americano prende in considerazione valutazioni che vanno da circa 34 miliardi di dollari fino a oltre 300 miliardi di merci potenzialmente coinvolte, a seconda della metodologia utilizzata. Secondo la Casa Bianca, il mancato gettito tariffario sarebbe nell’ordine di 19-26 miliardi di dollari l’anno. Si tratta tuttavia di stime dell’amministrazione statunitense, non di una quantificazione indipendente e definitiva dell’evasione effettivamente accertata.

I nove Paesi latinoamericani sotto osservazione

Nel radar americano compaiono Messico, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Perù, Panamá, Costa Rica e Repubblica Dominicana. Washington non attribuisce però a tutti lo stesso ruolo. Il Messico viene collocato nel gruppo delle economie con grandi piattaforme produttive ed esportatrici verso gli Stati Uniti, mentre il Brasile figura tra i Paesi caratterizzati da una maggiore integrazione produttiva con la Cina. Le altre sette economie latinoamericane vengono inserite in una fascia inferiore, associata soprattutto alla presenza di porti, zone franche, infrastrutture logistiche e capacità di assemblaggio. L’inclusione nell’elenco non significa automaticamente che Washington abbia dimostrato l’esistenza di frodi nei nove Paesi. Il rapporto riconosce che l’aumento delle esportazioni verso gli Stati Uniti può derivare anche da trasformazioni produttive reali e dalla riorganizzazione internazionale delle catene di fornitura. Il Messico, in particolare, ha contestato l’ipotesi di una triangolazione sistematica, sostenendo che una parte significativa dei prodotti importati venga effettivamente lavorata prima della riesportazione. È proprio il confine tra produzione effettiva e semplice cambio dell’origine commerciale a rappresentare il nodo più difficile per le autorità doganali.

Il paradosso dei dazi e delle nuove rotte globali

La stretta americana mette in evidenza anche un effetto collaterale della politica tariffaria: più aumenta la differenza tra il trattamento riservato alle merci cinesi e quello concesso ad altri Paesi, maggiore può diventare l’incentivo economico a ridisegnare le catene di fornitura. Secondo Reuters, il rapporto della Casa Bianca stima che nel 2025 India, Messico e Vietnam abbiano rappresentato insieme circa 67 miliardi di dollari di merci dirette negli Stati Uniti considerate dall’amministrazione come potenzialmente riconducibili a trasbordi dalla Cina. Il problema è stabilire dove finisca il semplice instradamento commerciale e dove cominci una vera trasformazione industriale. Il Financial Times ha sottolineato come l’inasprimento dei controlli possa tradursi in maggiori obblighi documentali per intermediari e broker doganali, chiamati a ricostruire catene produttive sempre più frammentate. Per Washington la priorità è proteggere l’efficacia dei propri strumenti tariffari; per imprese ed esportatori, invece, aumenta il rischio che la verifica dell’origine diventi uno dei nuovi costi strutturali del commercio internazionale.

L’America Latina stretta tra Washington e Pechino

È in questo scenario che il vertice Trump-Xi assume un significato particolare per il continente latinoamericano. La regione è ormai profondamente inserita nelle catene commerciali cinesi, mentre conserva un rapporto decisivo con il mercato statunitense, soprattutto nel caso del Messico e delle economie dell’America centrale. Il risultato è una posizione delicata: attrarre capitali e infrastrutture provenienti dalla Cina senza compromettere l’accesso privilegiato al grande mercato nordamericano. Il rapporto sul trasbordo suggerisce inoltre che Washington voglia osservare non soltanto il luogo in cui una merce viene formalmente esportata, ma anche la provenienza di componenti, capitali, fornitori e fasi produttive. È un cambio di prospettiva che potrebbe avere conseguenze ben oltre il vertice. La sfida, per i Paesi latinoamericani, sarà dimostrare che gli investimenti cinesi generano valore aggiunto locale e non costituiscono semplicemente una porta d’accesso alternativa agli Stati Uniti. Perché nella nuova geografia dei dazi, l’origine di un prodotto rischia di diventare importante quanto il prodotto stesso.