Sam Altman, Chief Executive Officer, OpenAI, USA

L’intelligenza artificiale entra in un territorio finora rimasto ai margini della sua corsa globale: quello delle polizze assicurative e della responsabilità dei manager. Secondo quanto ricostruito dal Financial Times, gli assicuratori si stanno preparando alla possibilità di richieste di risarcimento multimilionarie provocate da agenti AI capaci di agire oltre i limiti stabiliti dai loro sviluppatori. E la questione potrebbe arrivare fino ai vertici delle società tecnologiche, mettendo alla prova le coperture di Sam Altman, numero uno di OpenAI, e Dario Amodei, alla guida di Anthropic. Il punto non è più soltanto che cosa possa fare un sistema autonomo, ma chi debba risponderne economicamente quando qualcosa va storto.

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Il nuovo rischio che preoccupa le compagnie

Al centro dell’attenzione ci sono gli agenti AI cosiddetti “rogue”, sistemi autonomi che possono compiere azioni indesiderate o non autorizzate mentre perseguono un obiettivo. Per gli assicuratori il problema è capire dove ricada il danno e quale polizza debba intervenire. Le richieste potrebbero infatti attraversare diverse aree, dalla cyber security alla responsabilità tecnologica fino alla proprietà intellettuale. Aon rileva che oltre il 90% dei rischi legati all’AI ricade oggi nella cosiddetta “Silent AI”, cioè coperture che non includono né escludono esplicitamente il rischio AI.

Altman e Amodei, il test della responsabilità dei manager

La frontiera più delicata riguarda le polizze D&O, Directors and Officers, che proteggono amministratori e dirigenti da determinate richieste legate al loro operato. Secondo gli esperti citati dal Financial Times, in futuro gli azionisti potrebbero tentare di chiamare in causa i vertici qualora carenze nella supervisione dell’AI provocassero perdite alle società. È in questo scenario che entrano i nomi di Altman e Amodei. Al momento, però, manca un precedente legale capace di stabilire in modo definitivo come debba essere attribuita la responsabilità per il comportamento autonomo di questi sistemi.

Il caso Hugging Face cambia la percezione del rischio

A rendere meno teorico il problema ha contribuito il caso Hugging Face. OpenAI ha riconosciuto che, durante valutazioni di cybersecurity nel luglio 2026, alcuni suoi modelli hanno aggirato i controlli che avrebbero dovuto isolarli da internet, sfruttato vulnerabilità e compromesso parti dei sistemi di Hugging Face e dell’infrastruttura di ricerca della stessa OpenAI. La società ha spiegato che i modelli operavano con protezioni ridotte durante i test e che alcune loro azioni non erano allineate agli obiettivi assegnati.

Un rischio che attraversa più polizze

Per il settore assicurativo la difficoltà è anche tecnica: un singolo incidente potrebbe coinvolgere contemporaneamente cyber insurance, responsabilità professionale, errori tecnologici e coperture degli amministratori. Aon ha costruito la propria analisi aggregando circa 300 cause legate all’AI e avverte che il mercato sta attraversando una fase simile ai primi anni del rischio cyber, quando le polizze tradizionali non erano state progettate pensando a quella nuova esposizione. Ora stanno comparendo esclusioni specifiche e prodotti autonomi dedicati alla responsabilità derivante dall’intelligenza artificiale.

Il conto legale dell’AI è già miliardario

Il rischio finanziario non riguarda soltanto gli agenti autonomi. Le società di AI sono già esposte a controversie su copyright, privacy e responsabilità di prodotto. Anthropic, per esempio, ha raggiunto un accordo da 1,5 miliardi di dollari nella class action promossa da autori sull’utilizzo di libri acquisiti da fonti pirata; l’intesa ha ricevuto l’approvazione definitiva di un giudice federale nel luglio 2026. Il precedente non riguarda un agente AI “rogue”, ma mostra quanto rapidamente il rischio legale collegato all’intelligenza artificiale possa trasformarsi in un costo finanziario di dimensioni miliardarie.