
Il conto alla rovescia è arrivato all’ultima casella: scade oggi – 5 ottobre – il taglio di 6,1 centesimi al litro sulle accise del gasolio, misura introdotta dal governo per attenuare l’impatto della nuova fiammata dei carburanti. È l’ultimo atto di un intervento fiscale che, nel giro di pochi mesi, era stato progressivamente ridimensionato: dai 17 centesimi iniziali si era passati a 12 centesimi, fino agli attuali 6,1. Ora, salvo una nuova proroga dell’ultimo minuto, il meccanismo è destinato a lasciare spazio a una soluzione strutturale diversa, quella delle accise mobili, già annunciata dall’esecutivo.
La logica cambia. Non più un taglio predeterminato dell’imposta, ma un meccanismo collegato all’andamento dei prezzi dei carburanti e, indirettamente, all’extragettito Iva prodotto dall’aumento del costo del petrolio. In sostanza, quando il prezzo della materia prima sale e l’Iva incassata dallo Stato cresce di conseguenza, una parte di quelle maggiori entrate può essere utilizzata per ridurre le accise. È uno strumento pensato per rendere più automatica la risposta fiscale alle fiammate dei listini, evitando di dover intervenire ogni volta con un nuovo provvedimento emergenziale.
Il passaggio è particolarmente delicato perché arriva in una fase in cui il prezzo alla pompa rimane elevato, soprattutto per il gasolio, ma contemporaneamente mostra segnali di raffreddamento. Il rischio, dunque, è quello di un effetto paradossale: la fine dello sconto potrebbe esercitare una pressione al rialzo proprio mentre le quotazioni internazionali e le politiche commerciali delle compagnie stanno contribuendo a riportare i prezzi verso il basso.
Il paradosso dei prezzi: lo sconto finisce mentre i listini scendono
Il quadro fotografato dal Mimit attraverso l’Osservaprezzi racconta infatti una dinamica meno allarmante di quella delle settimane precedenti. Sulla rete stradale nazionale, il prezzo medio in modalità self service è pari a 2,048 euro al litro per la benzina e a 2,242 euro al litro per il gasolio. In autostrada il conto è ancora più pesante: 2,062 euro al litro per la benzina e 2,260 euro al litro per il diesel.
Il dato più interessante, però, è la direzione della curva. Dal 27 settembre, vigilia dell’avvio del tetto sui prezzi applicato da Eni, il prezzo medio della benzina è diminuito complessivamente di 11,1 centesimi al litro, mentre quello del gasolio ha perso 13,5 centesimi. Numeri che indicano come la fase più acuta della corsa dei carburanti abbia iniziato a perdere intensità, almeno per ora.
La dinamica è importante anche per valutare l’impatto concreto della fine dello sconto fiscale. Se il prezzo industriale e quello della materia prima continueranno a scendere o a rimanere stabili, l’eliminazione dei 6,1 centesimi di riduzione delle accise non necessariamente si tradurrà in un aumento equivalente del prezzo finale rispetto ai livelli attuali: una parte dell’effetto potrebbe essere assorbita dall’evoluzione del mercato. Ma se il petrolio dovesse tornare a correre, il venir meno del taglio fisso renderebbe immediatamente più visibile l’aumento alla pompa, rendendo decisiva la rapidità di attivazione delle accise mobili.
Da Eni a Q8: il tetto dei prezzi si allarga alla rete
A raffreddare il mercato ha contribuito anche un intervento che non passa direttamente dal bilancio pubblico. Nelle ultime settimane il governo ha esercitato una forte moral suasion sulle principali compagnie petrolifere, spingendole a introdurre un price cap sui prezzi praticati alla rete. Il risultato è stato un’estensione molto rapida del tetto a migliaia di distributori.
Secondo le ultime rilevazioni di Staffetta Quotidiana, il meccanismo interessa ormai una quota molto ampia della rete italiana. Per Eni risultano coinvolti 3.796 impianti su 3.847; per Q8 sono 2.297 su circa 2.900; per IP 1.481 su 4.575 e per Tamoil 901 su circa 1.600. A questi si aggiungono 453 stazioni Esso su circa 2.200 e 1.673 pompe bianche, cioè impianti indipendenti non riconducibili direttamente alle grandi compagnie.
Il fenomeno ha quindi assunto dimensioni rilevanti, arrivando a interessare, secondo le rilevazioni disponibili, circa 22mila stazioni di servizio. È un dato che racconta anche quanto sia cambiato il terreno sul quale il governo sta cercando di contenere l’impatto dell’emergenza carburanti: non soltanto interventi fiscali, ma anche pressione sulle dinamiche commerciali della filiera e sulla formazione dei prezzi alla pompa.
La strategia, tuttavia, presenta un elemento di fragilità. Il tetto adottato dalle compagnie non è una riduzione strutturale delle accise e non cancella i fattori internazionali che determinano il costo della materia prima. Può contribuire a contenere temporaneamente il prezzo al distributore, ma la sua efficacia dipende dall’equilibrio tra quotazioni petrolifere, margini industriali, costi logistici e politiche commerciali degli operatori.
Petrolio in calo: il mercato offre una tregua
A giocare a favore degli automobilisti c’è anche il movimento delle quotazioni internazionali. Il Brent, benchmark di riferimento per il mercato europeo, è indicato in calo dello 0,73% a 101,52 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate, riferimento per il mercato statunitense, arretra dell’1,14% a 89,97 dollari al barile.
Non si tratta di livelli tali da poter parlare di un ritorno alla normalità, soprattutto considerando l’impatto che il petrolio sopra quota 100 dollari può avere sui costi energetici e di trasporto. Ma il segnale di breve periodo è diverso da quello delle settimane in cui la fiammata dei prezzi aveva imposto l’intervento pubblico. La combinazione tra quotazioni in arretramento e tetti applicati dalle compagnie ha contribuito a produrre la discesa osservata alla pompa.
Ed è proprio qui che si gioca la partita delle prossime settimane. Se il petrolio continuerà a scendere, l’effetto della fine dello sconto sulle accise potrebbe essere in buona parte compensato dalla riduzione del costo della materia prima. Se invece il Brent dovesse riprendere quota, la pressione sui prezzi finali tornerebbe rapidamente a farsi sentire e il nuovo sistema delle accise mobili diventerebbe il vero banco di prova della strategia del governo.
Per imprese e trasporti la variabile resta il diesel
Per il mondo delle imprese il tema è particolarmente sensibile. Il gasolio non è soltanto una voce di spesa per milioni di automobilisti, ma rappresenta un costo diretto per trasporto merci, logistica, distribuzione, edilizia, agricoltura e per una parte significativa delle attività produttive che utilizzano mezzi alimentati a diesel. Ogni variazione di pochi centesimi al litro può quindi trasformarsi, su percorrenze elevate e flotte numerose, in un aumento significativo dei costi operativi.
L’attuale prezzo medio di 2,242 euro al litro sulla rete stradale e di 2,260 euro in autostrada fotografa un costo energetico ancora elevato per chi utilizza quotidianamente il diesel per lavoro. La discesa di 13,5 centesimi al litro dal 27 settembre ha rappresentato un alleggerimento importante, ma non sufficiente a riportare il mercato su livelli considerati ordinari.
La fine dello sconto, quindi, non va letta soltanto come una questione di prezzo al distributore. Per le aziende, il punto è capire se il sistema delle accise mobili sarà in grado di attenuare rapidamente eventuali nuovi shock e se il price cap delle compagnie potrà continuare a funzionare anche nel caso di una nuova accelerazione delle quotazioni internazionali.















