Sono due acronimi, Ets e AI, che siglano il “suicidio” economico dell’Unione Europea, ormai in atto nell’incredibile silenzio della maggior parte di coloro che dovrebbero far qualcosa per scongiurarlo, con l’eccezione, per ora, del nostro Paese. Proviamo a capire perché.
Partiamo da un numero che smonta un luogo comune: che cioè l’Europa sia cresciuta negli ultimi anni “come” il resto del mondo. Se misuriamo non il Pil ma il consumo individuale effettivo per ora lavorata – quanti beni, servizi, sanità, istruzione e assistenza ogni cittadino ricava da un’ora di lavoro: ossia di che benessere gode – la realtà appare ben diversa. Dal 2000 ad oggi gli Usa hanno registrato un aumento del 54%, la Germania del 23%, la Francia più 22%, la Spagna del 16% e l’Italia ha perso il 2%. È legittimo riconnettere quest’arretramento alla scelta politica, ripetuta per venticinque anni, di caricare sul lavoro e sull’impresa costi che altrove non ci sono? Sissignore.
Ebbene: il più recente e folle di questi costi si chiama appunto Ets: Emissions Trading System, in italiano “Sistema di scambio di quote di emissione”, ossia “mercato dei permessi di emissione” di CO2. In un prezzo dell’energia elettrica di 250 euro al MWh, circa 40 euro sono puro costo dell’anidride carbonica. Quella cifra la pagano tutti, uguale per tutti: l’acciaieria e il panificio, il data center e la famiglia monoreddito. È una tassa occulta sulla competitività esul benessere, decisa non da un parlamento ma da una commissione di euroburocrati, mai votati da nessuno e irresponsabili anche verso i governi dei loro stessi Paesi d’origine.
LLo scopo? Insensato. L’Europa contribuisce alle emissioni di carbonio per il 6% del totale. Anche se un miracolo ci avesse permesso di azzerarle, per il mondo non sarebbe cambiato praticamente nulla. E solo il talebanesimo dei Verdi ha condotto a questa follia.
Ebbene: a fine settembre un grande esperto di energia riconosciuto in tutto il mondo, il capo dell’Eni Claudio Descalzi, si è esposto a invocare la sospensione dell’Ets, sostenuto subito dal viceministro dell’Ambiente Vannia Gava: «Sta rischiando di uccidere l’automotive, le ceramiche e i cementifici, l’Ets deve essere bloccato finché dura la crisi con la Russia», ha detto Descalzi. A quanto è dato sapere, per il momento la Von der Leyen non ci pensano nemmeno.
E poi c’è l’AI. L’AI Act europeo è un pannicello caldo, purtroppo; buone intenzioni scritte in favore di telecamere per simulare una prontezza di riflessi ai fini pratici vacua. Tagliata fuori dai grandi data center, priva di modelli Llm autoctoni, di chip e terre rare, colonia tecnologica degli Stati Uniti in tutto e per tutto, la nostra Europa potrebbe almeno studiare e poi anche applicare, come invocato dalla direttrice generale dell’Inps in un’intervista su questo numero di Economy, un “nuovo patto sociale” che devolva al welfare almeno una quota della produttività resa possibile dalle soluzioni AI. Difendendo, se necessario anche con i dazi, queste nostre future produzioni “made in dignity” contro quelle straniere fatta senza lavoro umano. Macchè: a Bruxelles non se ne parla.
Il paradosso è tutto qui. Regoliamo con ferocia ciò che ci stra-costa, l’energia, e con timidezza ciò che minaccia di annullarci, l’AI. Mettiamo un prezzo amministrato alla molecola di CO2 europea e nessun prezzo al lavoro che un modello addestrato altrove cancellerà a Torino o a Stoccarda. Il risultato lo misura quella perdita di benessere citata sopra: un continente che nel 1975 trasformava il lavoro in benessere meglio dell’America e che oggi, a parità di ora lavorata, arretra.
L’Italia per ora è l’eccezione politica che pone il problema, sull’Ets2 come sull’automotive e sull’AI. Sarebbe bene non restasse sola, perché la questione non è ideologica ma contabile. Il suicidio europeo non è ancora consumato: ma per sventarlo un risveglio di coscienza dovrebbe raggiungere anche Francia e Germania, e invece da quelle parti hanno ben altri guai cui pensare. Tutti meritati, peraltro, da chi resiste al vertice ormai senza consenso.
















