Negli Stati Uniti il deterioramento del credito al consumo – alimentato da una rapida escalation dei default e dalla fragilità dei bilanci di alcuni operatori specializzati – richiama fortemente alla mente la dinamica dell’era dei mutui subprime, anche se il perimetro dei prodotti coinvolti è oggi più ampio e direttamente legato ai prestiti personali, al finanziamento auto e alle carte di credito.
La revisione al ribasso
Il mese di settembre 2025 ha visto il fallimento di player significativi come Tricolor Holding, realtà attiva nel segmento auto e valutata A+ fino a poco tempo prima, segno che nemmeno i profili corporate giudicati solidi sono oggi immuni al rischio. Parallelamente i dati FICO testimoniano una revisione al ribasso dei rating dei consumatori a una velocità superiore a quella osservata nel 2008, con insolvenze record – come nel caso degli student loan, saliti al 29%.
La permanenza
Il dato più strutturale è la permanenza, nel sistema americano, di un massiccio utilizzo della cartolarizzazione per la gestione di crediti al consumo di qualità spesso marginale. L’asset backed securities market legato a questi portafogli ha raggiunto un volume stimato di oltre duemila miliardi di dollari nel 2025. Proprio come accadeva nel ciclo subprime, gli spread degli ABS su prestiti auto sono cresciuti sensibilmente nel solo mese di settembre, riflesso di una maggiore diffidenza degli investitori verso asset strutturati ritenuti rischiosi o opachi. Questa diffidenza si aggancia alla crescita esponenziale del credito al consumo: nel luglio 2025 il sistema scontava incrementi mensili di oltre 16 miliardi e uno stock totale che raggiunge una quota prossima al 18% del PIL americano, numeri che segnalano una leva potenziale in grado di generare forte vulnerabilità sistemica.
I debitori colpiti dal deterioramento del credito
A distinguere la crisi attuale è anche la platea di debitori direttamente colpita dal deterioramento del credito: famiglie a basso reddito, migranti, giovani indebitati per studi. Gli stessi soggetti che, nell’ondata subprime, figuravano tra le principali vittime della crisi. Il sistema nel suo complesso vede oggi un numero record di istanze di fallimento corporate e una crescente pressione sulle realtà più esposte ai consumi.
Il prezzo dell’oro
In parallelo al peggioramento degli indicatori di rischio e all’espansione delle sofferenze, l’oro ha assunto ancora una volta la funzione di bene rifugio per eccellenza. Ad ottobre 2025, il prezzo dell’oro ha raggiunto nuovi massimi storici oltre quota 3.900 dollari l’oncia, con una crescita annua prossima al 50%. Questo movimento richiama le fasi acute della crisi subprime, quando lo shock di fiducia sistemica e la caduta del mercato dei mutui rischiosi avevano determinato una fuga dei capitali dagli asset strutturati verso metalli preziosi e strumenti rifugio. Oggi la stessa dinamica si ripropone: investitori istituzionali e privati, preoccupati dal deteriorarsi della qualità creditizia e dall’aumento dei default, stanno spostando liquidità in modo massiccio verso l’oro, portando i prezzi a livelli inediti.
La nuova stagione di stress
Il quadro generale suggerisce così una nuova stagione di stress, dove le fragilità del sistema americano – alimentate da una leva eccessiva sul fronte del credito ai consumatori e dalla proliferazione di prodotti cartolarizzati – si intrecciano con antiche e mai del tutto risolte dinamiche di instabilità finanziaria. L’oro, in questo contesto, torna protagonista come termometro e rifugio delle tensioni in atto sui mercati.
















