Foto: ANSA

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A Bélem in Brasile, è appena terminata la COP30 (trentesima edizione), raduno annuale delle nazioni che aderiscono alla convenzione ONU per la lotta al cambiamento climatico che ha come obiettivo di discutere e negoziare strategie e piani di azione per frenare il fenomeno, attuare la transizione energetica di cui tanto sentiamo parlare, far sì che gli 8,25 miliardi di abitanti del nostro pianeta non arrivino a mangiarselo e distruggerlo completamente. Possibilità non così bassa visto che ogni anno che passa siamo 70m in più e che, con il tenore medio di vita che sale specie lato paesi emergenti, i fabbisogni energetici salgono, il consumo di cibo e acqua aumenta e le emissioni globali non calano.

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Foto population growth

E possiamo dire che al di là di alcuni piccoli progressi il risultato è stato piuttosto disastroso. Purtroppo, una volta di più, l’orizzonte di breve termine con cui ragionano alcuni paesi, la poca convinzione di quanto si possa fare per combattere il climate change di altri, l’assenza (davvero grave) di paesi ricchi e leader a livello geopolitico mondiale come gli Stati Uniti e l’onnipresente gruppo di lobbisti (si parla di 1600 persone solo lato fossile fuels) che difendono a ogni costo gli interessi di produttori di combustibili fossili, agribusiness, allevamenti intensivi e altre attività dannose per la salute del pianeta, ha avuto la meglio.

Era considerato altamente significativo che quest’anno la COP si svolgesse alle porte dell’Amazzonia, il più grande polmone verde del pianeta completamente collegato (altrimenti sarebbe la Taiga russa che è divisa in tre aree), che si estende su 5,5m di kmq e assorbe secondo gli ultimi calcoli 2mld di tonnellate di CO2 all’anno (in seconda posizione il bacino del Congo in Africa, molto meno noto, che ne assorbe circa 600m / anno). Il Brasile è infatti una contraddizione in sé visto che ospita anche l’attività di allevamento di bovini più grande al mondo (220m di capi di bestiame che emettono metano, 8% del Pil nazionale, 160mld di dollari di fatturato annuo, maggior esportatore di carne del pianeta), che necessita di enormi quantità di mangimi e di conseguenza immense distese di terreno che essendo ormai scarse anche in un paese così grande vengono rubate alla foresta amazzonica bruciandola. Si calcola che tenendo conto della CO2 emessa dagli incendi, che è stata in continuo aumento sotto il governo Bolsonaro, l’area sia diventata un emettitore netto di CO2, lasciando alla foresta del Congo la leadership di più grande assorbitore di CO2 sulla terra ferma. Ricordiamo infatti che il mare è il più grande assorbitore con circa 3 miliardi di tonnellate annue.

Invece l’ottantina di paesi che da anni cercano di ottenere progressi per attuare una “logica” e importantissima transizione energetica tornano a casa a mani vuote. Parliamo di un gruppo di nazioni che include l’Unione Europea per intero, il Regno Unito, svariati stati Sudamericani, Brasile in testa, e molti paesi in via di sviluppo che sono quelli che più subiscono le conseguenze del cambiamento climatico e dei disastri naturali.

Ma questo gruppo nulla può senza l’appoggio del Nord America, del Giappone, dei colossi emergenti come India o Cina, di buona parte dell’Asia, dell’Australia e ovviamente di tutti i grandi produttori di petrolio e gas dalla Russia ai paesi del golfo, dove nessuno è pronto a schierarsi e andare al di là dei propri interessi nazionali di breve periodo.

Inutile elencare qui quali siano le conseguenze di un ritardo di azione che anno dopo anno cresce e ci porterà con grande probabilità ad andare i 2 gradi centigradi di aumento della temperatura media sul nostro pianeta con conseguenze che sono “non calcolabili a priori”. Gli scienziati che se ne intendono ci fanno capire che le alterazioni al clima determinano conseguenze non lineari. Traducendo: guardate ad alcuni tipi di disastri naturali visti nel mondo negli ultimi anni (alluvioni, siccità, crolli di pezzi di montagne, uragani) e aspettativi ben di peggio in futuro, sia come frequenza che come intensità dei fenomeni.

Per la cronaca di questa COP possiamo ricordare in positivo l’aumento degli stanziamenti per i paesi in via di sviluppo al fine di mitigare gli effetti del cambiamento climatico (ma non di prevenirli), un fondo per la protezione delle foreste fortemente voluto da Brasile (per l’Amazzonia) e dalla Francia (proprio per il bacino del Congo ricordato poc’anzi) e veramente poco altro di significativo.

La vittoria per i paesi grandi produttori di combustibili fossili è schiacciante visto che sono riusciti addirittura a far omettere riferimenti di qualsiasi tipo a petrolio e gas nel comunicato finale ufficiale. Ma sarà una vittoria di Pirro.