Ci siamo, dunque. Due mesi e cinque giorni dopo l’addio (in realtà solo formale, perché fino alla nascita del prossimo governo sarà ancora in carica) di Mario Draghi, che il 20 luglio scorso lasciò spiazzato – e orfano – mezzo mondo, oggi è tempo di dare la parola alle urne. 

Cinquantuno milioni di elettori (per la prima volta anche i 18enni potranno votare per il Senato), 600 seggi parlamentari da assegnare (invece dei 945 che erano sempre stati, prima del “taglio” voluto nella legislatura appena chiusa), 16 ore di tempo (si può votare solo oggi) per mettere la croce sul simbolo e il nome scelto per rappresentarci nei prossimi 5 anni alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica. Si chiude alle 23 di stasera e, c’è da scommetterci, sarà una lunga notte.  

Domani l’Italia si sveglierà dentro una nuova Legislatura, la XIX della sua storia repubblicana, e con una nuova maggioranza pronta (si fa per dire) a formare il governo che verrà. Ci stiamo arrivando dopo due mesi scarsi di una inedita e sgangheratissima campagna elettorale d’agosto che ricorderemo più per certe “perle” al limite del farsesco o del tragicomico (fate voi) che per sofisticati duelli politici combattuti a suon di proposte concrete.

Vediamo, dunque, dalla “A” alla “Z” quale potrebbe essere l’alfabeto di queste disassatissime elezioni politiche 2022 

A come Alleanze

Quelle che avrebbero potuto essere. Quelle che sono state. Quelle che ci saranno. Ha cominciato il segretario del PD Letta – fratello degenere di quell’Enrico che fu pure un buon presidente del Consiglio prima di finire disperso tra le brume parigine per riapparire al Nazareno con fattezze e atteggiamenti più alieni che terrestri – che dal “campo largo” (quando i 5Stelle erano ancora in versione “serra”, cioè buoni per tutte le stagioni) è passato al “campo stretto” (l’ipotesi di accordo con Carletto Calenda rimasta in pista però più o meno quanto un’idea di Salvini) per finire poi a un “campo profughi” nel quale si è riusciti a dare asilo persino all’ex arcinemico Giggino Di Maio (quello del “mai con il Pd, il partito di Bibbiano” e di un sacco di altri “mai” poi repentinamente trasformati in “massì dai”).  

Ma c’è da dire che a Eugéne Ionesco con tutta probabilità non sarebbe dispiaciuta nemmeno la coppia di ex-amici-nemici Renzi-Calenda, che sembrano l’uno la nemesi dell’altro. Vien da chiedersi se in cuor loro sperano davvero con il Terzo Polo di raggiungere una “doppia cifra” che, oltre a rappresentare la vera grande novità di questa tornata elettorale con potenziali interessanti sviluppi in chiave futura, li costringerebbe loro malgrado a una lunga e complicata coabitazione. 

Sull’altrettanto strana trimurti Meloni-Salvini-Berlusconi basterà aspettare domani. A urne chiuse. Per capire quanto potrà durare davvero. Abbiamo tutti ancora negli occhi, per dire, l’immagine di Giorgia Meloni con le mani davanti agli occhi mentre accanto a lei, al Forum Ambrosetti a Cernobbio, il segretario leghista, delicato come una ruspa – comme d’habitude – vaneggiava contro le sanzioni alla Russia.  

Saranno dunque i numeri raccolti da ogni singolo partito a dare la voce grossa (e la voce piccola) a leader e leaderini e a far capire loro se e quanto conviene stare insieme e se stare in maggioranza o all’opposizione. Un assunto che vale anche sull’altra sponda – ça va sans dire – dove i consensi (specie se pochi) diranno al Pd se è il caso di riaprire i canali di comunicazione con il M5S e magari pure con i detestatissimi ex Calenda e Renzi.    

È abbastanza pacifico, insomma, che i prossimi saranno mesi in cui i partiti torneranno a ballare come i mercati sotto l’effetto-inflazione.    

B come Berlusconi

Dal Caimano a Nonno Tik-Tok-Tak è un attimo. Sul fatto che, da circa 30 anni a questa parte, riesca sempre a trovare il modo di essere protagonista nel bene e nel male, non c’è dubbio: nella comunicazione è (stato) un genio, d’altronde.  

Ma a chi magnifica il suo sbarco sul social network più alla moda, facendone un esempio di strategia comunicativa all’avanguardia, bisogna ricordare che i ragazzi, le gag del vecchio Berlusca, le guardano – è vero, in migliaia, in milioni – ma dandogli la stessa credibilità che riservano a Peppa Pig. Aveva proprio ragione Ennio Flaiano: “dev’esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo”.

C come Conte

Il grande pubblico si ricordava di lui, il signor Conte Giuseppe da Volturara Appula, come la “pochette con il vuoto attorno” e poco altro, tipo l’aver presieduto due governi con due maggioranze diverse che hanno fatto l’uno tutto il contrario dell’altro; le dirette improbabili su Facebook per tenere compagnia agli italiani in lockdown; i banchi con le rotelle per risolvere il problema Covid nelle scuole.  

Poi, in questa campagna elettorale che assomiglia a una puntata del Muppet Show, dopo aver dato il la – manco-lui-sa-come-e-perchè – al disarcionamento dell’odiato Draghi (reo di avergli soffiato “il posto” da premier) l’ex azzimatissimo premier ce lo siamo ritrovati nelle piazze del Sud, in stile Masaniello, ad arringare  folle di assistiti contro coloro che vogliono attentare al Reddito di Cittadinanza. L’invito, lanciato a Renzi, ad andare “senza scorta” a Palermo in mezzo alla gente a dirlo apertamente, è ai limiti dell’istigazione al linciaggio.  

D come Diritti

Strano Paese quello che parla insistentemente di “diritti” – con una illogica e insensata antonomasia che sembra più frutto di slogan ripetuti in maniera acritica e pedissequa che di ragionamenti articolati – senza mai citare, ad esempio, l’istruzione, il lavoro, la famiglia, la salute e la disabilità: temi che riguardano, peraltro, la stragrande maggior parte degli italiani. 

Un dato su tutti: le persone con gravi limitazioni di salute che impediscono loro di svolgere attività abituali rappresentano il 5,2% della popolazione italiana. Ma in campagna elettorale la parola disabili non s’è mai sentita, nemmeno per sbaglio.  

Come se le uniche battaglie importanti da combattere ormai fossero solo quelle “civili” (e quelle che riguardano le libertà sessuali e ammiccano al genere, in particolare) e non più quelle sociali. Mah.  

F come flat tax

Qualcuno ha capito come funziona davvero la proposta in materia fiscale tanto pervicacemente propinata da Salvini? Boh, forse nemmeno lui. Fatto sta che, stando ai calcoli, costa 50 miliardi di euro che nessuno ha mai spiegato concretamente come verrebbero compensati. Parliamone.  

G come Giorgia

La grande mattatrice di questa campagna elettorale. La premier in pectore, anzi, visto che i pronostici sono tutti dalla sua parte. Diventerà la prima donna Presidente del Consiglio in Italia? Probabile. Il suo eventuale governo avrà vita difficile? Altrettanto probabile.  

Quel che è certo è che la Giorgia “sono italiana-sono-cristiana-genitore1-genitore2″ ch’era diventata una parodia-tormentone sul web, ne ha fatta di strada. Adesso si atteggia ad atlantista, quasi quasi europeista e persino preoccupata per i mercati (come sono lontani i tempi in cui sbeffeggiava i giornalisti con la battuta fulminante “Se ci interessano i mercati? Sì, quelli rionali”). Il fascismo? Roba da secolo scorso, dice. Ok, Giorgia, staremo a vedere come ti destreggerai con la tua vecchia Fiamma.  

L come Lega

C’era una volta il partito che sfiorava il 40% alle elezioni europee. Correva l’anno 2019. Poi (sotto l’effetto-Mojito) venne il tentato putsch tragicomico del Papeete e, a seguire, uno sfondone dietro l’altro (dalle figuracce per il Quirinale ai continui ghirigori su Putin) con un unico filo conduttore (verde sbiadito): il faccione ostinatamente sorridente di Matteone Salvini, “l’inaffidabile pasticcione senza strategie” (così pare lo definisca in privato Giorgia Meloni) per il quale adesso però potrebbe arrivare il redde rationem.  

I sondaggi non sono esattamente incoraggianti, c’è chi azzarda persino un risultato sotto la doppia cifra. Sarebbe una Caporetto ma forse anche uno spartiacque salvifico per un partito che dovrebbe rappresentare le istanze dei ceti produttivi (soprattutto nella storica base del Nord Italia) e che invece da anni si fa dettare la linea dalla pancia dei follower del suo leader, andando avanti a zig-zag tra slogan improvvisati e selfie alla sagra del torrone.  

M come mafia

Altra parola non pervenuta in campagna elettorale. Ma forse l’abbiamo già sconfitta e siamo noi che ci siamo persi un pezzo? Verificheremo.  

P come Putin

Il convitato di pietra di questa campagna elettorale in Italia. Il dittatore russo che fu amico di Berlusconi e di Salvini, oggi, per ovvie ragioni, è diventato il discrimine per la legittimazione o meno in campo internazionale. Chi spara di più a palle incatenate contro zio Vlad vince il premio di benevolenza di Bruxelles e Washington. A dimostrazione che le vecchie categorie concettuali destra/sinistraprogressisti/conservatori sono state di fatto sostituite da europeisti/sovranisti e atlantisti/anti-occidentali.  

Siamo sicuramente davanti a uno snodo fondamentale nella partita per il nuovo riequilibrio dell’ordine mondiale. E queste scelte di campo hanno un valore strategico importantissimo in chiave futura. Il punto è che, da noi, i filo-putiniani – per varie e imponderabili ragioni – allignano negli schieramenti più disparati.  

Da una parte c’è Berlusconi che – memore delle vecchie scampagnate in dacia dei tempi felici – scivola sulle “persone perbene” che il mai del tutto rinnegato amico Putin voleva mettere al posto di Zelensky al governo dell’Ucraina. E poi Salvini che non perde occasione per criticare le sanzioni dell’Ue contro Mosca.

Ma dall’altra parte c’è anche il novello subcomandante Conte(s) che strizza l’occhio all’antiamericanismo serpeggiante tra gli aficionados 5stelle e non risparmia critiche all’invio di armi a Kiev. Posizione barricadera che trova sponda, e non potrebbe essere altrimenti, anche nella sinistra radicale di Fratoianni.  

Insomma, se in un domani non troppo lontano, una volta terremotato un eventuale governo politico a trazione centrodestra, dovesse improvvisamente agglutinarsi in Parlamento – con il beneplacito di Quirinale, Ue e Casa Bianca – una maggioranza-patchwork accomunata da un atlantismo a prova di bomba, diciamo pure che non ci meraviglieremmo più di tanto.   

S come Supermario Draghi

Che farà l’attuale premier in carica “per il disbrigo degli affari correnti” tra un mesetto, cioè dopo che – stante le scadenze, prima fra tutte la manovra di bilancio da approvare entro il 31 dicembre, pena l’esercizio provvisorio – dovrà consegnare la campanella al suo successore a Palazzo Chigi?  

Bella domanda. C’è chi lo vede prossimo segretario generale della Nato (e a giudicare dalle sue mosse in politica estera, sembrerebbe che ci stia già lavorando da un po’) e chi continua a pensare a una sua candidatura-bis al Quirinale, quando Sergio Mattarella deciderà che è tempo di andare in pensione.   

Lui, dal canto suo, ha già detto no a un nuovo mandato alla Presidenza del Consiglio ma le cariche pubbliche, si sa, non si richiedono ma neanche si rifiutano…  

V come Von der Leyen

Diciamo subito che la protetta di Angela Merkel nonché attuale Presidente della Commissione Europea non ha mai brillato per particolare acume politico od oratoria illuminata.  

Ma la frase infelice su un eventuale “governo Meloni in Italia” è stata davvero una caduta di stile. Che, probabilmente, ahilei, sortirà esattamente l’effetto contrario a quello che avrebbe voluto VdL. Avventata.