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Un ragionamento circola tra gli addetti ai lavori, e l’ha compiutamente riassunto un’analisi di Fineco Asset Management: “La Banca centrale europea deve perseguire una politica che si adatti a tutti gli Stati membri, in un momento in cui l’avvicinarsi delle elezioni italiane (a causa della tipica incertezza che accompagna ogni appuntamento elettorale) hanno fatto aumentare gli spread”.

 

“In passato, il continuo acquisto di bond sovrani – il famoso Qe – ha contribuito a mantenere stabili i rendimenti dei titoli italiani – prosegue l’analisi – I candidati politici in Italia hanno inviato (più o meno tutti, anche se contraddicendosi con le troppe promesse fatte, ndr) messaggi rassicuranti ai mercati, e l’introduzione del Tpi (il cosiddetto scudo antispread) presentato in estate dalla Bce può contribuire a scoraggiare un ampliamento legato a reinvestimenti in altre direzioni dei titoli in scadenza. La Banca centrale europea è tuttora evidentemente concentrata sull’importanza della trasmissione della politica monetaria nella zona euro, e di conseguenza non vediamo alcuna esitazione nel suo impegno a proteggere gli spread”.

 

E’ chiaro che nella giornata elettorale qualsiasi ragionamento conduca a ridimensionare l’allarme europeo anti-destra si risolve in un oggettivo sostegno appunto al successo annunciato del centrodestra. Ma è un’equazione ingenua.

E’ infatti sbagliato desumere, dal ragionamento ben riportato da Fineco, che il pressochè scontato sostegno all’Italia della Bce sarebbe gratis. Il Tpi, infatti – ovvero lo scudo antispread – non è uno zuccherino che Francoforte e Bruxelles porgono graziosamente ai paesi riottosi, al contrario: è un aiuto sostanzialmente obbligatorio ed è un aiuto costoso. Chi tralignasse da una politica economica nazionale compatibile con gli equilibri europei, esponendo così i propri titoli di Stato alla speculazione e indirettamente danneggiando tutti i partner, verrebbe sì aiutato ma al prezzo di dover sottostare una serie di diktat stringenti, della stessa famiglia di quegli “strumenti” usati contro Polonia e Ungheria di cui ha parlato la van der Leyen nella sua discussa esternazione di venerdì scorso.

 

E attenzione: non c’è da stracciarsi le vesti e gridare alla lesa maestà nazionale. L’adesione alla moneta unica è stata senza se e senza ma una parziale “devolution” di sovranità nazionale. Non siamo e mai più saremo liberi di fare del tutto di testa nostra. I mitici 209 miliardi del Pnrr sono per oltre 80 a fondo perduto per quello, sono regali che dovranno essere compensanti dal rigore di bilancio e dal fatto che l’Italia, nel regime ordinario pre-Covid, era e tornerà ad essere nella fase (speriamo iniziata) post-Covid, contributrice netta dell’Unione.

 

Dunque: se qualche autogol di politica economico, che sia firmato da Meloni o da Letta o un domani da Conte non rileva, mandasse alle stesse lo spread, la Bce interverrebbe, e non perché siamo belli e buoni ma per evitare che la turbolenza dui Btp italiani si possa estendere a tutti i titoli pubblici in euro. A fronte di questo intervento – che l’Italia potrebbe sì rifiutare, ma finendo fatalmente in una bancarotta sul “modello greco” – i nostri obblighi nazionali verso le istituzioni unitarie aumenterebbero, e di molto, e la nostra sovranità ne uscirebbe ulteriormente limitata.

Piaccia o no, questo è il quadro: ed è giusto farselo piacere… Nella quadruplice crisi in atto – bellica, energetica, climatica e ancora pandemica – nessuno si salva da solo. Meglio, molto meglio essere nell’Unione che fuori.