Il calcolo è noto, ed è di fonte insospettabile: La Repubblica, quotidiano non certo amico del centrodestra. Nella campagna elettorale appena conclusa il centrodestra ha promesso agli elettori misure economiche che comportebbero 63 miliardi di aumento della spesa pubblica e 13 di riduzione di tasse; il PD ha promesso aumenti di spesa per 82 miliardi e riduzioni di tasse per 15; i Cinquestelle hanno promesso aumenti di spesa per 45 miliardi e riduzioni di tasse per 18; Azione-Italia Viva aumenti di spesa per 158 e tagli di tasse per 35.

Programmi politici, nessuno dice come finanziare le idee

Come dire: il più pulito ha la rogna. Perchè la verità è che nessuno di questi programmi ha la minima possibilità di essere coperto nel Bilancio dello Stato. E che i leader hanno millantato credito. Tutti: chi con più enfasi (Conte) chi con meno (Meloni innanzitutto e anche Letta). Ma le pensioni minime a 1000 euro di Berlusconi, la flat tax della Lega, così come la difesa e anzi l’estensione del reddito di cittadinanza di Conte e tutti gli interventi a favore dei giovani del Pd sono promesse mendaci, sono bugie, perché costano moltissimo e nessuno ha la minima idea su come finanziarle.

Ma questo è il peccato veniale della nostra democrazia. Il peccato mortale è che gli elettori – tranne quelli del partito di maggioranza relativa: gli astensionisti – non se ne curano, e votano o per una finalità di scambio immediato (ma questo più a livello locale dove “voto mio cognato che quando andrà in consiglio comunale mi farà autorizzare il passo carraio”) o per un effetto-pancia, che porta a un voto emotivo, cronicamente inconsapevole, ignorante, in fondo casuale.

Dittature, ecco cosa ci ricorda quanto vale la democrazia

Nessuno sottolinea questo dramma. Perché uno degli effetti perniciosi della guerra scatenata dalla Russia è aver restituito all’Occidente un immotivato orgoglio sulla qualità del proprio sistema istituzionale. Per cui è un sacrilegio dire, oggi, che le democrazie occidentali hanno perso quasi del tutto i criteri e i valori che, dal Dopoguerra e per mezzo secolo, avevano incanalato gli interessi dei gruppi sociali verso forme di organizzazione politica sostenibile: è un sacrilegio, ma è così.

Il fatto che le dittature di Putin e Xi Jiping o del democrature alla Orban siano criminali è appunto un fatto; contrastarle è un dovere. Ma ciò non toglie che la democrazia italiana, e con poche varianti anche quelle francese, inglese e tedesca, richiederebbero una revisione radicale del rispettivo funzionamento. Non dirlo è come non denunciare un furto pensando che al vicino di casa andò peggio quel triste giorno in cui venne ucciso in una rapina…: la logica di Giobbe: “Signore, non peggio”.

Frasi ad effetto per campagna elettorale cercasi

La verità è che il voto italiano è diventato un immenso voto di scambio, o “di convenienza” come dicono i politicamente corretti, ma insieme un voto disperato e vilipeso dalla componente truffaldina che costituisce le promesse che lo muovono.

Una campagna elettorale modulata da un plotoncino di infami pagati per studiare attraverso i social quali bufale gradiscono sentirsi dire i vari elettorati non fa che rinfocolare illusioni, livori, infatuazioni, odi e passioni infondati.

La polarizzazione degli istinti è la specialità della Rete, gli infami lo sanno e gettano benzina sul fuoco, ovvero l’opposto dell’analisi dei concetti, o nel caso della politica dell’analisi dei programmi. Si vota credendo alle bugie o per simpatia.

Elezioni politiche 1979, a Napoli, dopo il Pci, si votò Msi

Molti di noi italiani siamo propensi – si deve dire “per spirito del luogo”, a scanso di antropologismi d’accatto – al pendolarismo elettorale. Nel 1979, le elezioni che confermarono l’incapacità del Pci di superare la Democrazia Cristiana ponendo le basi per i “pentapartiti” a trazione socialista destinati a reggere il governo in buona parte degli Anni Ottanta, videro nel ventre di Napoli –  quartieri Montecalvario, Avvocata, San Giuseppe e Porto, non Ztl (non c’era ancora) ma soprattutto proletariato urbano – una impennata della sinistra, inversa a quella della Fiamma del turno precedente, che era stata a sua volta preceduta, alle elezioni ancora più remote, dal successo del Pci, appunto con un pendolarismo perfetto. Il centro non piaceva, ci si appellava di volta in volta all’opposizione più trascinante.

Ignoranza? Emotività? Forse, in quei casi non voto di scambio perché erano anni in cui lo scambio tra consenso e welfare era ancora e a sufficienza presidiato dalle Partecipazioni Statali. Ma comunque degrado politico.

Non è cambiato nulla da allora ad oggi. Se vogliamo, i reiterati appelli della Meloni al non fare promesse non mantenibili, e la sua riluttanza a pronunciare in prima persona le promesse economiche del suo partito, così come l’aver Letta affidato preferenzialmente a peones del Pd le promesse più costose sono segnali di personale ritrosia a compromettersi. Ma la sostanza velleitaria, anzi ingannatrice, dei programmi non viene cancellata dalla relativa sobrietà dei due: meglio a quel punto Nonno TikTokTak che almeno le bufale le dice sorridendo, si capisce che scherza.

L’Economist, la pescivendola e gli interessi superiori

Un segnale di diffidente neutralità dei poteri forti internazionali verso l’ipotesi di un’Italia di centrodestra guidata da Meloni può essere visto nella copertina dell’Economist – il settimanale economico britannico molto prestigioso fin quando non è passato nell’orbita di Elkann – che sulla leader di Fratelli d’Italia si limita a titolare: “L’Europa deve preoccuparsi? – Giorgia Meloni e la minaccia dalla destra italiana”. Brutto titolo, per carità – all’Economist piacciono i ricchi, purchè di finta sinistra democratica – ma pur sempre una carezza a confronto con quel “Perché Silvio Berlusconi è inadatto a guidare l’Italia” o “Mamma mia” o “Mandate dentro i clown” (dove al Cavaliere veniva affiancato Grillo) o ancora un definitivo “Basta”, ovvero alcuni dei titoli di copertina con cui il settimanale ha massacrato il Cavaliere.

Sia chiaro: la pescivendola non piacerà mai all’intellighenzia Lab che anima il pur interessante giornale britannico, ma da quelle parti se ne apprezza l’umiltà interessata con la quale Meloni ha giurato fedeltà agli interessi americani e alla politica economica europea.

Il che poi, diciamolo: mancando qualsiasi visione più alta e più umana nelle istituzioni nazionali ed europee, è se non altro la scelta meno destabilizzante che – assimilando appunto i due apparenti sfidanti, Meloni e Letta – rivela appunto quanto la nostra politica altro non sia che un risottone di pensieri inconsistenti e poco differenziati sui temi fondanti dello sviluppo e del vivere collettivo. Che ci si dichiari di destra o di sinistra, quel che conta è non osare discutere alcun ritocco al funzionamento della Nato e dell’Unione Europea. E in questo senso, possiamo stare tranquilli: per questo Draghi a Rimini disse che qualunque governo fosse nato dal voto di dopodomani, l’Italia ce l’avrebbe fatta…