Il cammino delle donne nel mondo dell’impresa, un mondo da sempre presidiato dall’uomo, è iniziato (contrariamente a quel che si potrebbe immaginare) già in tempi antichi. Questo lungo percorso, tutt’ora in divenire, è stato accidentato, duro, pieno di difficoltà; eppure, non è mai riuscito a scoraggiarle. Ogni volta che la storia ha offerto loro delle opportunità, le donne le hanno sempre colte, con coraggio e determinazione, aggiungendo ogni volta un tassello al prezioso mosaico della storia femminile. E donne che in passato hanno dimostrato di essere abili imprenditrici ce ne sono state davvero tante, molte più di quello che si pensa. Forse la loro memoria è stata cancellata, le loro imprese, scoperte, invenzioni sono magari oggi ricordate con il nome del marito; ma sicuramente non sono state dei fantasmi. E tutto inizia da molto lontano…

A Kanesh, una cittadina dell’Anatolia, sono state ritrovate, tra le rovine delle case dei mercanti della città, migliaia di tavolette d’argilla, redatte in cuneiforme tra il 1900 e il 1850 a.C. Un’attenta lettura di questo materiale offre una visione senza precedenti su un gruppo straordinario di donne che ha operato all’interno di questa comunità. In un periodo in cui la rete commerciale con gli Assiri era particolarmente fiorente, esse hanno colto le occasioni prospettate dal cambiamento sociale ed economico diventando le prime imprenditrici, banchiere e investitrici conosciute nella storia dell’umanità. Grazie a queste tavolette, grandi come il palmo di una mano, possiamo leggere le loro lettere: ed è come ascoltare un coro di vibranti voci femminili raccontarci di come producevano i tessuti per l’esportazione da cui guadagnavano argento, concedevano prestiti ai commercianti, investivano, compravano e vendevano case. È una storia sorprendentemente dettagliata delle loro lotte e dei loro trionfi, ricca di conquiste e di avventura.

Ma questo non è l’unico periodo storico nelle quali le donne hanno rivestito, almeno in una certa misura, un ruolo paritario a quello dell’uomo. Per quanto possa sembrare strano, nell’Antico Egitto la donna godeva di assoluto rispetto e si trovava in una situazione di parità sociale, civile, politica e religiosa con l’uomo. Le donne beneficiavano della stessa educazione degli uomini indipendentemente dall’ estrazione sociale. L’istruzione permetteva loro di arrivare a coprire cariche molto importanti: sappiamo di donne diventate sacerdoti e visir, o anche medici e scribi. Alcune arrivarono ad assumere anche lo scettro del comando supremo: da Nicotris, prima donna a essere insignita del titolo di “re dell’Alto e Basso Egitto” intorno al 2184 a.C., fino alla celeberrima  Cleopatra VII che, di là di tutti gli stereotipi di cui fu vittima, fu una monarca autorevole che governò per vent’anni, oltre che un’abile e colta diplomatica che conosceva dieci lingue.

In Europa, il Medioevo fu un’epoca di svolta per le donne; è da qui che si può cominciare a parlare di vere e proprie professioni femminili. Tralasciando la sottomissione cui era costretto il genere muliebre, il Medioevo conosce un impiego della donna in diversi settori, alcuni molto faticosi: tra questi, il settore tessile, prevalentemente gestito da donne. Queste, una volta imparato il mestiere, potevano addirittura ambire ad una certa indipendenza, che avrebbe permesso loro di gestire in totale autonomia il proprio operato.

Donne dotate di propri capitali, inoltre, commissionavano ad altre donne la tessitura dei manufatti. Nella maggior parte delle attività tessili spicca infatti il coinvolgimento delle nobili nel ruolo di finanziatrici e di imprenditrici. Ad esempio, nella Venezia d’inizio Cinquecento, le aristocratiche avevano realizzato un business nella creazione di filati d’oro e d’argento. Sono loro che finanziarono la celebre “mercantessa” Pasqua Zantani, la quale, ottenuto il consenso del marito, iniziò ad agire in modo indipendente negli affari commerciali. Si occupava di tutte le fasi della produzione: nella sua bottega lavoravano diversi uomini, fra i quali un battiloro e un cospicuo numero di maestre filatrici. Lei stessa teneva i libri paga perché sapeva leggere, scrivere e far di conto. Altre, soprattutto a Roma, erano attivamente impegnate nella gestione di alberghi e locande, vere miniere d’oro della Città eterna. Ma troviamo anche chi organizzava navi e assoldava pescatori per cercare il corallo nel mare della Sardegna, che faceva poi lavorare e foggiare da manodopera femminile.

In Francia, tra il Quattrocento e il Cinquecento, le donne occupavano un ruolo notevole soprattutto nelle miniere di sale. In quelle di Salins, le operaie svolgevano compiti di primaria importanza come maestranze specializzate, occupando ruoli chiave all’interno del contesto produttivo. Nelle loro mani si trovava la maggior parte dell’attività, e godevano (alla pari degli uomini), di indennizzi in caso d’infortuni o di malattia, e di una pensione d’invalidità o di vecchiaia accordata dal consiglio direttivo della salina. Neppure nel settore dell’edilizia mancava l’imprenditoria femminile: a Milano, ai primi del Cinquecento, alcune fornaci che rifornivano di laterizi i cantieri delle principali costruzioni civili e religiose erano di proprietà di donne, come rivelano i libri mastri. In tutta Europa, insomma, durante Medioevo e Rinascimento, i documenti mostrano uno straordinario brulicare di attività femminili assolutamente impensate.

Il XVII secolo olandese è poi un’epoca straordinaria per le donne: potevano ricevere l’istruzione primaria e gestire attività commerciali, come gli uomini, contribuendo così alla prosperità nazionale. Quando Margaret Hardenbroeck arrivò, nel 1659, nella colonia olandese di Nieuw Amsterdam (poi New York), era un’ambiziosa ventiduenne con un lavoro insolito: operava come  fattore per un cugino benestante, gestendo i suoi affari nel Nuovo Mondo. Comprava e vendeva merce per il suo mandante in cambio di una commissione. Sposò Peter de Vries, un ricco commerciante della città, ma continuò a costruire la propria attività: e quando Peter morì, nel 1661, Margaret ereditò le sue proprietà, tra cui una flotta di navi mercantili. Spediva pellicce e altri beni in Olanda per scambiarli con merce che poi vendeva a Nuova Amsterdam. In pochi anni il suo patrimonio immobiliare si estendeva da Albany alle Barbados, facendo di lei la mercante più ricca della colonia. Il 27 agosto 1664 quattro navi inglesi entrarono nel porto di Nuova Amsterdam e chiesero la resa agli olandesi; il direttore generale Peter Stuyvesant non oppose molta resistenza, e Nieuw Amsterdam divenne New York. Per le libertà femminili tutto cambiò drasticamente. Margaret era riuscita però a trarre pieno vantaggio dalle precedenti leggi liberali olandesi: aveva costruito un vasto impero che avrebbe permesso ai suoi cinque figli e ai loro discendenti di vivere ai vertici della società di New York. Purtroppo, un momento di gloria del genere, per le donne, non si sarebbe più rivisto per molti anni.

Alla fine del Settecento, con la rivoluzione industriale americana, spicca una grande imprenditrice capace di cavalcare questo straordinario cambiamento. Eliza Lucas nacque nell’isola di Antigua, colonia britannica nei Caraibi. Quando aveva quindici anni la famiglia si trasferì nella Carolina del Sud, ereditando tre appezzamenti di terreno. L’anno successivo suo padre dovette tornare ad  Antigua per affrontare il conflitto politico tra Inghilterra e Spagna. Così, a sedici anni, mentre i suoi fratelli studiavano in Inghilterra e sua madre era malata, si ritrovò a capo dell’azienda di famiglia: doveva prendersi cura della sorella minore, gestire 5mila acri in tre piantagioni e saldare i debiti della famiglia. Ma Eliza era determinata ad avere successo.

All’epoca l’indaco era il miglior colorante blu per tessuti, ed era molto richiesto nell’industria tessile inglese. La maggior parte dell’indaco fu importata per lungo tempo dai territori francesi dei Caraibi. Ma in quel momento l’Inghilterra era in guerra con la Francia e aveva bisogno di una nuova fonte, preferibilmente all’interno dell’Impero britannico.

Fu così che Eliza decise di provarci. Chiese a suo padre di inviarle semi di indaco da Antigua e si cimentò nel far crescere una pianta tropicale nella Carolina del sud. Dopo tre anni di tentativi falliti doveva essere molto emozionata mentre inviava a Londra una torta della sua tintura indaco per testarne la qualità e il prezzo. Tutte le sue speranze ei suoi sogni erano in quel pacchetto. Nel dicembre del 1744 ricevette una lettera che confermava l’alta qualità del suo indaco. Eliza distribuì i suoi semi ai proprietari di piantagioni in tutta la Carolina del Sud e condivise informazioni sulle tecniche di semina e di tintura sui giornali dello stato, in modo che tutti potessero trarre vantaggio dalla sua esperienza. Nel giro di pochi anni, i coltivatori della Carolina del Sud produssero tutto l’indaco di cui l’Inghilterra poteva aver bisogno, e lei divenne la donna più ricca dello stato. L’industria della moda non sarebbe quella che è oggi senza l’ambita tintura indaco: basti pensare ai blue jeans.

L’eredità di indipendenza e determinazione di Eliza, come quella di tutte le donne lavoratrici che l’hanno preceduta, sopravvive attraverso generazioni di imprenditrici. Di strada ne è stata fatta davvero tanta, e se oggi ancora non abbiamo raggiunto una situazione di parità nel mondo del lavoro, direi che possiamo guardare con ottimismo al futuro. Senza mai abbassare la guardia.