Qual è l’Italia vera? Quella che è prima in Europa nella graduatoria degli adempimenti prescritti per il Pnrr o quella in cui il 76% dei cantieri è irregolare dal punto di vista della sicurezza del lavoro? Quella del massimo debito pubblico (dopo la Spagna) o del massimo risparmio privato? Quella del maggior declino del Pil negli ultimi vent’anni o della massima occupazione?

È vero tutto e il suo contrario. E già capirci qualcosa è diventato quasi impossibile, per l’accavallarsi di metriche statistiche che appaiono sempre meno significative, meno rispondenti alla realtà. Come le stime sull’evasione fiscale in calo che cozzano con la realtà quotidiana di milioni di cittadini che convivono col “nero” o addirittura ne vivono.

In un mondo scombussolato dalle 4 transizioni concomitanti – ecologico-energetica, digitale, generazionale e geopolitica – viene spontaneo restare costernati. Dove trovare stabilità?

Guardando agli Usa, assistiamo increduli a una lunghissima vigilia elettorale dove a un signore molto anziano e fisicamente appannato – oltre che da sempre privo di un nitido profilo politico e ideale – si contrappone un energumeno pluri-inquisito, aggressivo e violento nei termini e nei modi, dispotico nell’animo, e il tutto senza visibili alternative. La sterminata Asia è in una fase di crescita minacciosa, perché sembra interpretare in chiave bellicista la sua legittima fase di riscatto socio-economico rispetto al monocentrismo atlantista imposto dalla riscrittura “di fatto” degli equilibri di Yalta avvenuta dopo il crollo del Muro: con la Cina che preme sui mercati del mondo e sfoggia armamenti, la Russia che vede crescere il suo Pil 2023 del 3% “grazie” alla guerra e nonostante le sanzioni e la teocrazia iraniana che non vacilla neanche davanti alla piazza rivoltosa, nell’indifferenza del vicino sultanato turco, la dittatura che piace alla Nato e all’Europa. L’India è un fenomeno interessantissimo ma a sua volta incredibilmente teocratico. Il Sudamerica è il solito pentolone di casino sociopolitico e non esprime leadership convincenti. Non resta che l’Europa, casa nostra.

Ma è proprio qui che le note si fanno dolenti. Nella fibrillazione sociopolitica di Francia, Spagna e Italia si staglia in tutta la sua impotenza inibitoria il colosso tedesco. In recessione secca, in ritardo digitale, in fibrillazione energetica per la trafelata rincorsa alla disintossicazione dal gas russo e per l’autogol della chiusura al nucleare, in crollo commerciale per il contraccolpo dell’interdipendenza dalla oggi esecrata partnership con la Cina… alla Germania è rimasta solo la disciplina. La disciplina e la mole. In virtù delle quali però inibisce l’operatività della costruzione europea sull’unico fronte esecutivo, che è la Banca centrale europea e il suo potere sull’austerity della finanza pubblica.

Per cui oggi un’Eurozona con un debito totale del 90,1% del Pil (a considerare il solo debito pubblico) si condanna a essere molto più risparmiosa degli Stati Uniti, dove il parametro sfiora il 120% (e raddoppierebbe se gli si sommasse il debito privato). Con la Cina all’85% e l’India all’82. Dunque l’Europa resta dipendente, industrialmente e militarmente, da un Nordamerica statunitense che vive sul debito; e frena la propria capacità d’investimento, compreso quello infrastrutturale a lungo termine, per il “nein” tedesco, cioè del partner che negli ultimi vent’anni ha più di tutti sbagliato ogni sua scelta. Follia, no?

Eppure per coltivare una speranza di riscatto e di tutela dai tanti possibili e minacciosi effetti indesiderati della quadruplice transizione non possiamo che guardare all’Europa, tanto più in vista delle prossime elezioni. Un’Europa dissonante tra la parte democratica – l’Europarlamento – e quella burocratica, il Consiglio e parzialmente anche la Commissione.

Per conseguire gli obiettivi ambientali che da cinque o sei anni vengono sbandierati ossessivamente occorrerebbero investimenti per 40 mila miliardi, ha certificato l’Istituto Rousseau, su istanza del Gruppo dei Verdi di Strasburgo. Una montagna di soldi della quale nessuno ha osato chiedersi quali possano essere le fonti. Solo in minima parte potranno essere fonti private. Dunque l’appuntamento elettorale è più che mai cruciale, è l’ultimo treno della costruzione europea. Se ne parla poco, quasi niente. Ma per la strana Italia c’è un’opportunità:  affermare un proprio ruolo nuovo in Europa e correggere almeno qualcuna delle storture che ottundono l’azione unitaria è forse un’opportunità – estrema – per ripartire tutti sulla strada del bene comune.