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INPS, FILIALE METROPOLITANA DI MILANO CENTRO ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE

Si chiama “debito previdenziale implicito” e pare proprio che la voce corrispondente non si trovi in nessuno dei documenti economici rilasciati ufficialmente delle istituzioni italiane. In sostanza, quello del debito previdenziale implicito è un dato-fantasma. Invisibile. Mai calcolato o tenuto in considerazione in alcuna nota previsionale di economia e finanza, né nelle strategie di politica economica, tantomeno nelle stime sui bilanci pubblici.

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Strano davvero, in un Paese che vanta più di 16 milioni di pensionati e, quanto a età media dei suoi abitanti, è il più anziano d’Europa. Un Paese cioè che, a tutt’oggi, si vede costretto a destinare al welfare (previdenza e assistenza) quasi metà della sua spesa pubblica. E che pertanto dovrebbe preoccuparsi ogni santo giorno della sostenibilità del suo debito pensionistico.

Debito previdenziale implicito cos’è

Qualcuno, tra il serio e il faceto, sostiene che l’entità di questo tipo di debito fa troppa paura ed è meglio evitare di considerarlo tra i parametri dei conti pubblici. Non è un’ipotesi del tutto peregrina, se si considera che il “debito previdenziale implicito” altro non è che il valore attuale delle promesse pensionistiche future, implicito nella legislazione corrente e  calcolato al netto dei contributi ancora da versare. In soldoni: è il debito necessario allo Stato per riuscire a pagare in futuro i trattamenti pensionistici. I numeri, in effetti, fanno spavento: stando ai calcoli azzardati nemmeno tanto di recente da due ricercatori del Cerp (Center for Research on Pensions and Welfare Policies) dell’Università di Torino, Luca Beltrametti e Matteo Della Valle, il debito previdenziale implicito in Italia ammonta a 5000 miliardi di euro.

Sì, avete letto bene. Parliamo del 242% del nostro Prodotto Interno Lordo. Il più alto tra debiti accumulati dai Paesi occidentali: più di quello della Gran Bretagna (142%) e della Germania(118%), quasi 4 volte più di quello USA (67%). Un debito pazzesco, quello pensionistico, che quasi quasi doppia persino il nostro debito pubblico generale, oggi fermo (si fa per dire) a 2.841 miliardi di euro (ma come ha annunciato il Governatore uscente di Bankitalia, Ignazio Visco, con la crescita a deficit prevista nella Legge di Bilancio 2023, il prossimo anno si sfonderà tranquillamente il muro dei 3000 miliardi).

Sistema pensionistico in Italia fuori controllo

Talmente tanti soldi che, in valori assoluti, paradossalmente non è che ci dicano molto, in fondo. Bisogna relativizzare il dato per avere un’idea più precisa. Proviamoci. Secondo l’istat, nel 2021 il rapporto pensionati-lavoratori era di 717 beneficiari di pensioni ogni mille occupati. Una sproporzione tutto sommato contenuta per via del ritardo nell’uscita dal mercato del lavoro provocato negli ultimi dieci anni dall’effetto-Legge Fornero ma che, con la tendenza demografica attuale, è destinata a vedere aumentata la forbice. Non a caso, la relazione della Corte dei conti sulla gestione INPS, prevede che nel 2046 i contributi previdenziali versati da chi è in attività dovrebbero attestarsi sui 432.257 miliardi, contro una spesa pensionistica di 629.699 miliardi.

Con i lavoratori che diminuiscono, i pensionati e gli assistiti che crescono di numero e un debito previdenziale implicito da 5000 miliardi, come faranno le risorse a stare dietro a questo incremento? Chi pagherà quella differenza da quasi 200 mila euro tra i contributi versati e la spesa pensionistica? Basteranno a colmare il buco le tasse versate da chi è riuscito ad andare in quiescenza, come succede oggi?

Baby pensionati quanti sono e quanto costano

È un problema grosso come una casa, una spada di Damocle che pende sulla testa dei nostri figli, delle future generazioni ma di cui tutti sembrano farsi un baffo in questo Paese. E non solo perché il debito implicito previdenziale, fino ad oggi, è un dato pressochè sconosciuto ai documenti di programmazione economica-finanziaria. Ma soprattutto perché, malgrado il periodo delle vacche grasse sia passato da un pezzo, la previdenza in Italia continua ad essere gestita allegramente e senza alcuna razionalità.

A 50 anni dall’introduzione in Italia delle famigerate “baby-pensioni” (governo Rumor, 1973), l’Inps continua a staccare ogni mese quasi 400 mila assegni a cittadini che grazie a deroghe all’età legale di pensionamento di vario tipo (meglio non sapere quale) concesse negli anni, sono uscite giovanissime dal mondo del lavoro e oggi pesano sul PIL per quasi 7 miliardi di euro.

Crisi Grecia 2012, l’incidenza delle pensioni

Nonostante ciò, ad ogni manovra di bilancio – e quella in via di approvazione non fa eccezione – c’è sempre qualcuno che chiede ulteriori scappatoie, prima con la quota 100, poi con la quota 103 oggi scivolata obtorto collo a quota 104, il compromesso necessario cioè ad evitare richieste più estreme, ma che offre comunque la possibilità di andare in pensione quattro anni prima dell’età pensionabile stabilita sempre dalla legge Fornero.

Nel 2012, nella Grecia che, in mezzo alla crisi del debito sovrano, andò drammaticamente in default, c’erano oltre 500 categorie di lavoratori che potevano andare in pensione ad appena 55 anni perché svolgevano professioni considerate “usuranti” come parrucchieri e conduttori televisivi (sic!). E migliaia di altri trattamenti pensionistici insostenibili per le casse dello Stato. Che infatti, a un certo punto, è imploso con conseguenze gravissime che il Paese paga ancora oggi.

Bisognerebbe ripeterselo tutti i giorni. E seguire il consiglio di chi esorta a ufficializzare il debito pensionistico implicito affinché i governi di ogni colore lo tengano in debito conto, al momento di attuare la propria politica economica.