Una data che sembra appartenere a un altro mondo: 2197. È l’anno in cui, mantenendo l’attuale ritmo dei progressi, potrebbe essere raggiunta la parità di genere a livello globale. Non il 2030 indicato dall’Agenda delle Nazioni Unite, dunque, ma 167 anni più tardi. Il nuovo Gender Snapshot 2026 di UN Women e UN DESA fotografa un percorso che non soltanto procede troppo lentamente: in alcuni ambiti, avvertono le Nazioni Unite, i risultati conquistati negli ultimi decenni stanno arretrando. Nessuno degli indicatori dell’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030 risulta oggi sulla traiettoria necessaria per centrare il traguardo.

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Il potere resta soprattutto nelle mani degli uomini

La distanza diventa particolarmente evidente quando si osservano i luoghi nei quali vengono prese le decisioni. Gli uomini guidano ancora sei Paesi su sette, mentre le donne occupano appena il 27,4% dei seggi nei parlamenti nazionali: mantenendo questa velocità, la parità parlamentare richiederebbe altri 63 anni. Il divario attraversa anche la giustizia: su 175 presidenti delle più alte Corti censite a livello mondiale, 144 sono uomini e soltanto 31 donne. Una concentrazione del potere che si ritrova anche nell’economia, dove le donne rappresentano appena il 6% degli amministratori delegati considerati dal rapporto.

Diritti sulla carta, ma l’uguaglianza economica resta lontana

Il problema non riguarda soltanto la rappresentanza. Secondo il Women, Business and the Law 2026 della Banca Mondiale, meno del 4% delle donne vive in economie vicine alla piena uguaglianza giuridica nelle opportunità economiche e nessuna delle 190 economie analizzate garantisce ancora una completa parità. A livello globale le donne dispongono, in media, di circa due terzi dei diritti economici riconosciuti agli uomini. Restano poi fenomeni che incidono direttamente sull’autonomia: quasi una giovane donna su cinque è stata sposata prima dei 18 anni e circa 840 milioni di donne hanno subito nel corso della vita violenza fisica o sessuale da parte del partner o violenza sessuale da parte di altre persone.

Istituzioni più deboli e meno risorse per la parità

A preoccupare le Nazioni Unite è soprattutto quello che accade dietro i numeri. Il 32% dei meccanismi nazionali creati per promuovere la parità riferisce di aver perso potere istituzionale negli ultimi due anni; circa uno su quattro ha subito tagli al proprio budget e quasi uno su dieci ha perso il controllo autonomo delle risorse. Tra il 2023 e il 2024 gli aiuti bilaterali con obiettivi legati alla parità sono diminuiti del 13%, mentre i finanziamenti destinati alle organizzazioni per i diritti delle donne sono scesi del 28%. Dal 2020, inoltre, la quota femminile nei parlamenti è arretrata in 54 Paesi.

Violenza e leadership, il doppio ostacolo alla partecipazione

Alla sottorappresentazione si aggiunge il costo personale della partecipazione alla vita pubblica. Secondo i dati riportati dalle Nazioni Unite, in alcuni Paesi fino a otto candidate su dieci dichiarano di aver sperimentato forme di violenza durante le campagne elettorali; inoltre quasi nove ministri della Difesa su dieci e più di otto ministri delle Finanze su dieci sono uomini. UN Women individua tra le misure da rafforzare istituzioni e risorse dedicate alla parità, la protezione delle organizzazioni per i diritti delle donne, la raccolta di dati disaggregati per genere e gli strumenti destinati ad ampliare la presenza femminile nei luoghi decisionali. Sono le indicazioni formulate dall’organizzazione, mentre i numeri del rapporto descrivono una distanza dall’Agenda 2030 che, al ritmo attuale, si misura ormai in generazioni.