Irpef

Il fisco italiano continua a mostrare una forte concentrazione del prelievo su una parte limitata dei contribuenti. È il quadro che emerge dall’ultimo Osservatorio di Itinerari Previdenziali, presentato al Cnel nel corso delle celebrazioni per l’80° anniversario di Cida. Nel 2024 i redditi prodotti e dichiarati nel 2025 ai fini Irpef sono ammontati a 1.076 miliardi di euro, per un gettito di 216,24 miliardi al netto del TIR. I dichiaranti sono 42.837.963, mentre 34.105.072 soggetti hanno effettivamente versato almeno un euro di Irpef.

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Il 65% dell’Irpef arriva da chi dichiara almeno 35 mila euro

Secondo l’Osservatorio, i contribuenti con redditi dai 35 mila euro lordi in su rappresentano il 18,78% del totale e versano circa il 65% dell’Irpef. Sul versante opposto, il documento indica in circa 24,8 milioni gli italiani che non dichiarano redditi, corrispondendo poco o nulla delle imposte dirette necessarie anche al finanziamento del welfare. Stefano Cuzzilla, presidente Cida, osserva: “La redistribuzione senza reciprocità rischia di diventare la grande asimmetria italiana. Abbiamo universalizzato le prestazioni, ma non la responsabilità di finanziarle. Oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera IRPEF. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio. La progressività è un principio di equità, ma non può trasformarsi nella penalizzazione permanente di chi lavora, produce e dichiara integralmente il proprio reddito. Serve un cambio di rotta: meno pressione su chi già sostiene il sistema, più contrasto all’evasione, un welfare capace di concentrare le risorse su chi ne ha realmente bisogno e di accompagnare le persone verso il lavoro e l’autonomia, aumentando la base di chi contribuisce”.

L’intervento del governo

“Noi siamo intervenuti nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, del 2026, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50mila euro, l’abbiamo portata al 33%. Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito,
anziché il 43%, il 33%”. Lo ha detto il viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo, nel videointervento al convegno di presentazione dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate 2026 di Itinerari Previdenziali, realizzato in collaborazione con CIDA. “L’altro aspetto che mi preme segnalare è come abbiamo adottato una serie di misure a favore del mondo del lavoro dipendente che arricchiscono un po’ il meccanismo di riduzione del carico fiscale per il ceto medio. Mi riferisco in particolare al meccanismo di flat tax per i rinnovi contrattuali: quindi, se ci sono rinnovi contrattuali per i contribuenti che nell’anno precedente al 2026 si posizionavano sul reddito di 33mila euro, sul reddito aggiuntivo veniva applicata una flat tax in luogo delle aliquote progressive”. “Come pure un intervento importante è stato fatto per quanto attiene ai premi di produttività, ma tutta una serie di altre misure che troviamo nell’ambito di diversi provvedimenti legislativi. Penso agli interventi per i buoni pasto, penso agli interventi per il lavoro notturno e festivo, per il settore turistico. Quindi, se noi mettiamo insieme tutti questi altri interventi, vediamo che sono state date misure di sostegno in particolare al mondo del lavoro dipendente”.

Sanità e assistenza, il peso sulla fiscalità generale

Nel 2024, rileva il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, sono occorsi 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 miliardi per l’assistenza sociale e altri 13,5 miliardi per il welfare degli enti locali. Per finanziare queste tre funzioni, che in assenza di contributi di scopo gravano sulla fiscalità generale, secondo l’Osservatorio è stato necessario utilizzare sostanzialmente tutte le imposte dirette, pari a 325,27 miliardi, e almeno altri 7 miliardi. “Un’enorme redistribuzione di ricchezza” – ha spiegato il professor Alberto Brambilla – “di cui non solo la maggior parte dei cittadini che fruisce, appunto gratuitamente, di quei servizi non si rende neppure conto ma che lascia oltretutto alle altre funzioni statali solo le residuali imposte indirette, le accise e la pericolosa strada del debito, negli ultimi anni cresciuto spaventosamente nell’indifferenza quasi generale. Con buona pace di investimenti e sviluppo, e infatti siamo ultimi in Europa per prouttività e occupazione”. La distribuzione per fasce di reddito mostra che gli italiani con redditi fino a 29 mila euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% dell’Irpef, pari a 46 miliardi. Chi dichiara dai 35 mila euro in su, invece, rappresenta il 18,78% e paga il 65% dell’imposta; considerando anche la fascia tra 29 mila e 35 mila euro, il 30,22% dei contribuenti corrisponde il 78,67% dell’Irpef.

Dai redditi più alti oltre un quinto dell’imposta

A dichiarare più di 300 mila euro lordi l’anno sono 58.700 cittadini, che versano il 6,49% dell’Irpef, pari a 14,03 miliardi. Tra 200 mila e 300 mila euro si collocano 89.558 persone, mentre tra 100 mila e 200 mila euro i versanti sono 597.357. Complessivamente i tre scaglioni raccolgono 745.615 contribuenti e pagano il 22,25% dell’Irpef. “L’Italia, unica nel suo genere, è del resto il Paese della tripla (o forse anche più) progressività” – commenta Brambilla – nel precisare che “la prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall’incremento dell’aliquota. La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi “occulta”, perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione. Provocatoriamente verrebbe infatti da chiedersi: perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o altre agevolazioni (mense scolastiche, bonus trasporti e così via) da parte di Stato, Regioni e Comuni?”. Per Cida, il nodo riguarda anche gli effetti-soglia prodotti dal venir meno di detrazioni, agevolazioni e prestazioni al crescere del reddito. “CIDA non chiede privilegi per chi guadagna di più. Chiede che chi cresce attraverso il lavoro e la professionalità e dichiara integralmente il proprio reddito non venga sistematicamente penalizzato. Pagare di più al crescere del reddito è progressività; perdere contemporaneamente detrazioni, agevolazioni e prestazioni può trasformarsi invece in una vera e propria benefit trap. Un welfare efficace deve proteggere chi è in difficoltà e accompagnarlo verso l’autonomia, non creare nuovi disincentivi al lavoro e alla crescita professionale. Per questo occorre correggere gli effetti-soglia e rendere il sistema più neutrale, evitando disparità di trattamento fiscale tra redditi da lavoro dipendente e autonomo a parità di capacità contributiva”, sottolinea Cuzzilla.

Consumi e abitudini di spesa

Nella fascia tra 55 mila e 100 mila euro si contano 1,9 milioni di contribuenti, che versano 39,75 miliardi di Irpef con un importo medio di 20.634 euro; tra 35 mila e 55 mila euro i dichiaranti sono 5,33 milioni e pagano 52,6 miliardi, con un versamento medio di 9.815 euro. Brambilla lega questi numeri anche ai consumi e alle abitudini di spesa degli italiani. “Numeri più vicini a quelli di un Paese povero che di uno Stato membro del G7, e che parrebbero oltretutto poco veritieri se relazionati a consumi e abitudini di spesa degli italiani”, ha spiegato il Professore nel corso della presentazione. Sul gioco d’azzardo aggiunge: “nel 2025 la raccolta è ammontata a 165,3 miliardi, con entrate erariali pari a 11,4 miliardi; se si tiene conto anche del gioco illegale, i nostri concittadini (bambini compresi!) hanno speso circa 3.144 euro a testa, una cifra che vale più dell’imposta media versata da gran parte dei contribuenti italiani”.

Dipendenti, autonomi e il nodo dell’Isee

Tra i lavoratori subordinati, il 61,4% dichiara redditi fino a 26 mila euro e paga il 12,64% dell’Irpef della categoria, mentre il 16,46% oltre i 35 mila euro ne versa il 63,14%. Tra i pensionati, quelli sopra i 35 mila euro rappresentano il 16,4% e pagano il 49,7% dell’imposta; tra gli autonomi il 36,89% oltre quella soglia versa l’88,88% dell’Irpef della categoria. “Ora è indubbio che resti fondamentale abrogare la flat tax che, oltre a presentare profili di incostituzionalità, alimenta senza dubbio fenomeni di sommerso – spiega Brambilla – ma le cifre dimostrano che la comune vulgata secondo cui le tasse le pagano i dipendenti non è totalmente vera. È vero che i lavoratori dipendenti pagano le tasse ma, come dimostra la scomposizione per fasce di reddito, si tratta soprattutto di quadri, funzionari e dirigenti, categorie ormai scarsamente rappresentante sia dalla politica sia dai sindacati, che invece concentrano le proprie proposte su ulteriori riduzioni di imposte e contributi sociali a favore delle fasce di reddito più basse le quali però, dati alla mano, già oggi versano poco o nulla”.

Le proposte

Tra le proposte indicate dalla pubblicazione figurano una profonda revisione dell’Isee, la messa a punto di una banca dati centralizzata dell’assistenza e il contrasto di interessi tra clienti e fornitori diretti di beni e servizi. La spesa assistenziale a carico della fiscalità generale, riporta il documento, è passata da 73 miliardi nel 2008 a 180,5 miliardi nel 2024, mentre l’analisi richiama parallelamente il numero dei poveri relativi e assoluti registrati dall’Istat. “Rincorsa a nuovi bonus e agevolazioni da parte di una politica alla perenne ricerca di consenso elettorale, da una parte, e inefficienze della macchina organizzativa anche in termini di verifiche e controlli – la chiosa di Brambilla – hanno purtroppo alimentato il mito del “meno dichiari e più avrai dallo Stato”, cui oggi il Paese appare pericolosamente aggrappato”. Per Cida, il passaggio successivo consiste nel riequilibrare solidarietà e responsabilità contributiva. “Ora serve un nuovo patto tra fisco e welfare: riportare l’ISEE alla sua funzione originaria, costruire una banca dati unica per sapere chi riceve cosa e concentrare le risorse sulle reali condizioni di bisogno. E ogni recupero strutturale dall’evasione deve tradursi, per quanto possibile, in un minor carico su lavoro e redditi regolarmente dichiarati. Dobbiamo passare a un welfare responsabile, che protegga le fragilità ma favorisca lavoro e autonomia: non nuove tasse sugli stessi contribuenti, ma più contribuenti chiamati a fare la propria parte”, conclude Cuzzilla.