Economy ha intervistato Maria Sole Mascia, candidata alla Camera dei Deputati per Azione e Italia Viva alle prossime elezioni politiche del 25 settembre.

In Italia la povertà avanza e si allarga il numero di persone che si trova a vivere appena al di sopra dei livelli minimi di dignità. È giusto? È normale? E soprattutto come si può risolvere o affrontare questa situazione?

Il costo del lavoro è altissimo e la produttività è bassa, la mobilità professionale molto limitata e gli spazi di ingresso per i giovani sono estremamente ristretti.

Le imprese che operano in modo regolare sono gravate da costi, oneri e procedure complicate, mentre chi si colloca ai limiti della legalità riesce a violare ogni regola.

Il lavoro flessibile viene contrastato dal sistema, mentre i contratti precari e illeciti si diffondono senza ostacoli efficaci.

Le proposte politiche, peraltro, si focalizzano spesso solo sul lavoro dipendente. Tuttavia, sono 800mila i lavoratori indipendenti che dal 2009 hanno chiuso la loro attività. Solamente nel 2020 si sono persi 154mila posti di lavoro indipendente, di cui circa 38 mila liberi professionisti.

Sono ancora numerose le difficoltà per chi decide di praticare la libera professione: dal trattamento pensionistico rispetto al lavoro dipendente alla discriminazione che porta all’esclusione da incentivi e agevolazioni concessi ad altri soggetti economici. La strada per una piena uguaglianza è ancora lontana.

Nell’ottica di garantire a tutti i lavoratori una retribuzione dignitosa più che di reddito di cittadinanza, noi preferiamo parlare di salario minimo.

Il Reddito di Cittadinanza è uno strumento pensato male, che ha voluto raggiungere troppi obiettivi con un solo strumento e che ormai ha mostrato tutti i suoi limiti. Chi ne ha usufruito non ha trovato lavoro, non è riuscito a formarsi professionalmente e non ha partecipato a progetti di pubblica utilità, come previsto dalla normativa. Non proponiamo di abolirlo, ma di rivederlo affinché diventi davvero uno strumento di stimolo alla ricerca di occupazione e non una misura assistenziale.

Riteniamo invece imprescindibile l’introduzione di un salario minimo che deve passare attraverso una serie di azioni condivise con le parti sociali: sicuramente una legge sulla rappresentanza che combatta il fenomeno dei contratti-pirata e assicuri che siano validi solo i contratti collettivi firmati da organizzazioni realmente rappresentative nonché la validità erga omnes dei contratti stessi, assicurando la massima copertura di ogni tipologia di lavoro residuale.

Negli ultimi 30 anni la produttività della nostra economia è rimasta sostanzialmente ferma, è così anche il reddito pro-capite e i salari reali: quali possono essere i provvedimenti da intraprendere per rendere possibile il rilancio della crescita per renderla finalmente strutturale?

La principale iniziativa di politica industriale degli ultimi 30 anni è stata il piano 4.0 realizzato dall’allora Ministro Carlo Calenda con il Governo Renzi, un piano fortemente depotenziato dai governi successivi, ma che aveva consentito, per un certo periodo di tempo, che la produttività e gli investimenti delle nostre imprese raggiungessero livelli superiori a quelli tedeschi.

Appare quindi indispensabile tornare a concentrare le risorse disponibili in strumenti fiscali semplici ed automatici a supporto degli investimenti di cittadini e imprese. Questa è l’unica strada per aumentare salari e posti di lavoro.

A titolo esemplificativo cito alcune delle misure previste dal nostro programma:

–        Zero tasse per tre anni per i giovani under 35, che avviano un’attività imprenditoriale;

–        Facilitare la crescita dimensionale e la produttività delle piccole imprese, che rappresentano il 95% del totale ma solo il 30% del Pil;

–        Stimolare l’innovazione tecnologica e gli investimenti, ripristinando e rafforzando industria 4.0, ed estendendola alla transizione ecologica (ad esempio impianti di produzione e accumulo di energia per autoconsumo);

–        Aiutare le imprese a trovare forza lavoro qualificata implementando una politica di formazione che consenta di colmare la differenza tra le competenze richieste dal mercato e quelle a disposizione della forza lavoro

 In ambito di diritti e pari opportunità, qual è la sua posizione e quella della sua coalizione in merito all’estensione della parità di genere nel mondo del lavoro; non solo in merito al miglioramento delle condizioni de lavoro delle donne in termini qualitativi, di remunerazione e di ruolo, ma anche ma anche per quanto concerne il sostegno alla natalità piuttosto che al sostegno all’imprenditoria femminile?

Le nostre proposte in ambito di diritti e di pari opportunità, insieme a quelle relative a famiglie e giovani (asili nido) seguono l’impianto della Strategia Nazionale per la parità di genere avviata, in pieno accordo con le linee guida europee, dal Governo Draghi, che è anche strategia di riferimento per l’attuazione del PNRR, con l’obiettivo di promuovere la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e ad aumentarne concretamente la parità di genere.

Due proposte mi piacerebbe approfondire:

La prima riguarda l’estensione della certificazione della parità di genere, introdotta con la legge n° 162/2021, con l’obiettivo di incentivare le imprese ad adottare policy adeguate a ridurre le disparità di genere nelle aree maggiormente critiche, quali, ad esempio, opportunità di crescita in azienda, parità salariale a parità di mansioni e tutela della maternità, prevedendo, laddove sussista la certificazione, un miglior punteggio in caso di partecipazione ad appalti piuttosto che l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali.

La seconda riguarda l’attuazione del Family Act, ovvero l’implementazione di tutte quelle misure idonee a ridurre i costi per favorire il rientro al lavoro dopo la maternità, nonché quelli sostenuti dalle imprese

Circa il sostegno all’imprenditoria femminile, il PNRR ha destinato oltre 400 milioni di euro alle imprese femminili, agevolando la realizzazione di progetti imprenditoriali, supportando le start-up femminili attraverso attività di mentoring e assistenza tecnico manageriale.

Noi intendiamo proseguire in questa direzione rendendo strutturale e potenziando il Fondo per l’Imprenditoria Femminile, potenziando il credito agevolato, con incentivi fiscali per PMI che creano reti di servizio condivisi e dando supporto alle imprenditrici mamme (introduzione di tutele, durante e per i primi mesi dopo la gravidanza o adozione.

In Italia crescono gli abbandoni scolastici. L’Italia che si vantava di avere sconfitto l’analfabetismo ora subisce una preoccupante retromarcia. Come si risolve? È normale? Quali sono gli strumenti per evitare la dispersione scolastica e inevitabilmente l’impoverimento culturale.

In Italia abbiamo il tasso di dispersione e NEET (giovani che non studiano e non lavorano) più alti d’Europa.

I problemi della scuola sono i problemi del Paese: i numeri drammatici della dispersione implicita e della disoccupazione giovanile segnano la nostra distanza rispetto ad altri paesi europei e ci impongono di recuperare efficacia e di offrire ai giovani concrete prospettive di crescita culturale e professionale.

Proponiamo un riordino complessivo dei cicli scolastici, portando l’obbligo da 16 a 18 anni ed estendendo il tempo pieno a tutte le scuole primarie.

Proponiamo di valorizzare la professionalità del docente con la definizione di percorsi carriera definiti, idonei a riconoscere le diverse competenze. Si deve, assolutamente, procedere a firmare il contratto scaduto da troppi anni in modo da garantire una rivisitazione dei salari di tutto il corpo docente.

Proponiamo di introdurre un sistema di valutazione, processo interrotto dai governi Conte, poichè non può esserci autonomia senza valutazione e, soprattutto, senza un sistema di valutazione non possono essere individuate le aree di miglioramento.

Quelle accennate sono le misure più urgenti, imprescindibili, ma di certo non si raggiunge l’obiettivo se contestualmente non si ricerca anche il superamento delle disparità e di svantaggio territoriali.

Mi riferisco a contesti molto critici a causa di condizioni sociali, economiche e culturali molto svantaggiate la rimozione delle quali passa attraverso la costruzione di una mappa delle aree di crisi sulla base dei tassi di abbandono scolastico, del riconoscimento di un incentivo economico a docenti appositamente formati che rimangono per almeno un ciclo di istruzione in scuole con tassi di dispersione superiori alla media nazionale e, infine, riducendo il numero massimo di alunni per classe per aumentare il tempo che il docente può riservare a ciascun studente.