Darya Majidi, imprenditrice tech, speaker e autrice

di Cinzia Ficco

«Non dobbiamo mai stancarci di smontare bias, pregiudizi che vediamo imperanti anche su Internet». Parola di Darya Majidi, imprenditrice tech, speaker, autrice… e paladina della parità di genere in ambito tecnologico. «L’AI ora è in mano maschile», spiega. «Ad oggi circa l’85% degli esperti di tecnologie è costituito da uomini. Le piattaforme su cui lavoriamo sono state pensate, realizzate e vengono monitorate da uomini bianchi, che vivono in Cina o in California. Che spazio hanno le altre religioni, le altre culture e le donne? Non possiamo digitare nel traduttore doctor e leggere come traduzione “il” dottore, digitare nurse e vedere la traduzione infermiera. Non possiamo digitare donne al volante e leggere il seguito, cioè pericolo costante. Anche qui serve un lavoro culturale collettivo e massiccio».

Così, tre anni fa ha avviato AIxGirls, un campus perché le ragazze si avvicinino all’intelligenza artificiale sia dal punto di vista pratico realizzando piccoli progetti, che dal punto di vista etico e legale. «È destinato alle ragazze di tutta Italia – chiarisce Darya Majidi – che frequentano il quarto anno delle superiori. Ne scegliamo venti che portiamo a Volterra, dove c’è la scuola di alta formazione. Quest’anno prevediamo di organizzare anche un campus per le sole ragazze in Sardegna. Come docenti ho scelto le migliori eccellenze femminili nel campo dell’AI applicata alla sanità, al diritto, all’industria. L’obiettivo è far capire che non si deve avere paura di scegliere percorsi oggi più complicati».

Stando ai rilievi di Eurostat, oggi solo il 31,2% dei giovani italiani tra i 25/29 anni ha un laurea rispetto agli altri Paesi europei, nei quali si supera il 50%. Il gap con il resto d’Europa è ancora più evidente quando, appunto, si parla di discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica): la media dei laureati in Italia è del 6,7%, rispetto al 12-13% europeo. Eppure il mercato richiede 1,3 milioni di laureati e diplomati ITS entro il 2027 e si trova a fronteggiare una mancanza di 8.700 profili specializzati all’anno. E il gap di genere pesa, eccome: secondo McKinsey, anche se le donne laureate sono più degli uomini, solo un laureato su tre (più precisamente il 38%) nelle materie Stem è di sesso femminile. Le donne occupano solo il 22% di tutti i posti di lavoro tecnologici nelle aziende europee. e, sebbene secondo l’Osservatorio Stem di Fondazione Deloitte la domanda di profili tecnico-scientifici in tutta Europa sia in crescita, i laureati in queste discipline sono solo il 26% in Paesi come Spagna, Malta, Grecia, Uk, Francia e Germania e il 24,5% in Italia.  Le donne, poi, sono proprio pochissime: solo il 15% ha scelto di studiare queste materie, stando ak secondo report dell’Osservatorio Stem della Fondazione Deloitte. Così, in Italia più di quattro aziende su dieci hanno difficoltà a trovare candidati con formazione scientifica: ai ritmi attuali, la quota di donne che svolgono professioni tech in Europa è destinata ad arrivare al 21% entro il 2027, secondo McKinsey.

Anche per questo Darya Majidi nei prossimi due anni, partecipando ad un bando nazionale su fondi Pnrr, l’imprenditrice lavorerà per vedere come l’AI possa impattare sulla medicina di genere, attraverso quattro direttrici: formazione, ricerca, pratica clinica e informazione. «Il corpo maschile – specifica – è diverso da quello femminile dal punto di vista biologico. E quindi  le terapie ed i farmaci per essere efficaci devono essere differenti. Sarà un’altra rivoluzione. E questo mentre la nostra Associazione Donne 4.0 si internazionalizza, aprendosi alla Colombia. Il mio sogno? Includere le donne iraniane, brave, competenti, determinate che hanno scoperto l’importanza della tecnologia. È attraverso borse di studio che molte di loro stanno uscendo dal mio Paese, l’Iran. Conosceranno la democrazia grazie ai numeri. Le scienze e le tecnologie come leva per conoscere e vedere applicati i propri diritti».  Sorride e la sua risata è contagiosa. «Mi auguro che siano coraggiose. Anche il coraggio è frutto dell’allenamento».

L’Iran, appunto. Darya Majidi è nata a Teheran, da papà iraniano e mamma istriana, giunta in Italia dopo la rivoluzione del 1979, quella contro lo scià Mohammad Reza Pahlavi, dopo essere stata educata, al pari dei maschi, a studiare e comprendere la matematica. E questo ha fatto la differenza nel suo percorso professionale. «Quando sono venuta in Italia – racconta – in seconda media, ho notato subito la differenza tra me e i miei compagni. Io ero molto avanti in matematica, perché ero stata semplicemente allenata al pensiero logico. I primi anni in Italia non seguivo le ore di matematica, da cui ero esonerata, ma approfondivo la storia e la letteratura italiana. Con il tempo mi sono accorta che qui, come in gran parte dell’Occidente, c’è un pregiudizio culturale che limita le donne in tutta la loro esistenza: le bambine vengono stimolate a giocare con le bambole,  rimanere nella propria comfort zone, mentre i bambini sono stimolati a creare e a esplorare. Le ragazze vengono incentivate all’arte e alla cultura, i ragazzi all’ingegneria e alle materie tecniche. Di conseguenza, all’Università le ragazze prediligono materie umanistiche perché pensano che le materie tecnologiche siano da maschi e troppo difficili. Ma è solo un preconcetto. Non è vero che le ragazze non possono amare i numeri. È solo una questione di esercizio e di impostazione culturale».

Darya Majidi difende a spada tratta l’amore per i numeri: «Ammiro – afferma – chi studia la letteratura che io stessa amo, ma mi è facile parlare anche di parabole, integrali e derivate. La cosa importante è che ognuno sia libero di scegliere fin dai primi anni di vita il proprio percorso e non pensare che solo i maschietti possano divertirsi a montare e smontare i Lego».

E l’esperienza di imprenditrice? «È stata tostisssima», spiega. «Nel board delle mie aziende ho sempre avuto uomini. E non può immaginare quante volte ho visto espressioni di clienti e fornitori smarriti quando dovevano interfacciarsi con me: una donna, una tecnologica, una iraniana e una imprenditrice». Aggiungiamo: laureata in Informatica e specializzata nell’applicazione alla medicina. Le avevano consigliato di fare ricerca, ma si è scoperta creativa e coraggiosa, una imprenditrice. Nel ’94 Darya ha scritto una rete neurale artificiale – che ha poi venduto a una società inglese – in grado di riconoscere anomalie nel segnale elettromiografico. Con il suo sistema supportava i neurologi a capire se i pazienti avessero malattie del sistema muscolare.

Con la sua prima azienda, Synapsis, spinoff della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Darya Majidi ha spianato la strada alla medicina supportata dalla tecnologia. Dopo alcuni anni di attività nella sanità digitale, un fondo di investimento si è interessato all’attività ed è entrato nel patrimonio dell’azienda, che poi è stata venduta a un’impresa fiorentina, oggi realtà internazionale: la Dedalus. «A quel punto – aggiunge – raggiunti i 35 anni, avevo di fronte a me due strade: diventare manager di Dedalus o creare qualcosa di nuovo. Ho scelto la seconda possibilità e creato la mia seconda azienda, Daxo, oggi trasformata dopo varie fasi in Daxo Group, società di consulenza e formazione in digital transformation dove il team e la faculty dell’Academy è costituito da donne. Sono molto orgogliosa di aver creato nove anni fa a Livorno anche la controllata Daxolab, un coworking e incubatore di startup, dove nascono collaborazioni e sinergie in cui cerco di stimolare e supportare iniziative femminili. Un ecosistema di innovazione, che ha dato opportunità di crescita anche alla città».

«Cosa ho visto in questi trent’anni di attività? Le ragazze non hanno difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro, se hanno una laurea in materie scientifiche, ma devono fare una grande fatica per restarci, quando hanno figli». conclude l’imprenditrice. «Di qui, la mia attività con l’Associazione Donna 4.0 perché le donne fra i 30 e i 45 anni abbiano maggiore consapevolezza del proprio diritto a non restare isolate o a non lavorare col freno a mano tirato, mentre i colleghi fanno carriera. Io e le altre associate agiamo anche sulla politica – che deve prevedere asili nidi gratuiti, congedi obbligatori più lunghi per i papà- e sugli imprenditori, che dovrebbero supportare le donne con orari flessibili, smart working, e imparare a premiare non la quantità di lavoro, ma la capacità di raggiungere obiettivi».