In media stat virtus: può la dottrina morale aristotelica essere traslata alla politica industriale? Parrebbe di sì, leggendo il rapporto “le medie imprese (MI) italiane tra continuità e trasformazione” pubblicato da Mediobanca, Unioncamere e Istituto Tagliacarne. L’analisi delle imprese italiane con fatturato tra 19 e 115 mlni € e occupazione tra 50 e 499 unità restituisce una fotografia moderatamente positiva, in particolare in termini di crescita e di propensione all’export.
Nell’ultimo quarto di secolo (1996-2024) il fatturato delle MI è cresciuto del 178%, nonostante il rallentamento negli ultimi anni, dal 2022. Un tasso medio annuo composto del 3,7%, più del 2,8% del Pil del Paese nel periodo e superiore di circa mezzo punto a quello delle grandi imprese (GI). Va tuttavia riconosciuto il ruolo trainante delle GI capo-filiera nella dinamica delle Pmi.
L’export è la locomotiva della crescita. Nel periodo le esportazioni delle MI sono quasi triplicate ed il loro contributo al fatturato totale ha raggiunto il 41%. Questo dato richiama la necessità di supportare la spinta sui mercati esteri. Secondo il rapporto, la maggioranza delle imprese analizzate considera la volatilità dei costi di energia e materie prime, le tensioni geopolitiche e i conflitti internazionali come principali fonti di incertezza.
Fra i fattori di vulnerabilità, indica: competenze professionali (cioè il mismatch formativo fra domanda e offerta di lavoro), diversificazione dei mercati serviti, cuneo fiscale, gap tecnologico e produttività. Infatti, nel confronto in Europa, l’Italia è al 7mo posto per quota di mid-cap con brevetti in tecnologie deep-tech. Non è abbastanza per sostenere la seconda manifattura europea nell’era della IA. Il quadro non è diverso da quanto serve all’intero sistema produttivo del Paese.
L’assioma “ricerca – innovazione – crescita che finanzia nuova ricerca …” è l’ago della bussola per orientare la politica di sviluppo delle filiere produttive, considerata la centralità delle MI nella struttura dei nostri distretti industriali. L’altra considerazione, che la lettura del rapporto mi suggerisce, riguarda l’urgenza che micro e piccole imprese crescano verso la taglia media, per affrontare le sfide dei mercati globali. Bisognerebbe introdurre misure che facilitino il consolidamento fra Pmi. Esistono da tempo strumenti, come il fondo rotativo L.394, per finanziare investimenti in partecipazioni estere. Un analogo meccanismo applicato a fusioni e acquisizioni fra Pmi potrebbe facilitare il finanziamento e l’afflusso di capitale paziente per la loro crescita esterna sul territorio nazionale. A volte studi eccellenti potrebbero tradursi in azioni effettive.
















