L’intelligenza artificiale è già entrata nella quotidianità delle piccole e medie imprese italiane, ma il salto verso un utilizzo realmente produttivo resta ancora da compiere. Secondo i dati illustrati alla seconda Giornata del Mezzogiorno, l’81% di titolari e dipendenti delle Pmi utilizza strumenti di AI in modo informale, mentre meno dell’8% delle imprese li avrebbe inseriti in processi strutturati e misurabili. Il nodo, prima ancora della tecnologia, riguarda competenze, organizzazione e formazione.
L’AI c’è, ma soprattutto per mail, traduzioni e ricerche
A fotografare il divario è Giuseppe Francesco Italiano, professore ordinario di Ingegneria Informatica e Prorettore per Artificial Intelligence e Digital Skills alla Luiss. L’81% degli addetti delle Pmi, ha spiegato, ricorre già all’AI per preparare una mail, tradurre testi, trascrivere riunioni o cercare informazioni. Quando però si passa all’integrazione dell’AI nei processi aziendali, con obiettivi, metriche e responsabilità definite, la percentuale scende sotto l’8%.
Formazione, solo il 7% delle Pmi ha avviato percorsi strutturati
Il vero collo di bottiglia resta quello delle competenze. Secondo i dati richiamati durante l’incontro, appena il 7% delle Pmi avrebbe avviato programmi strutturati di formazione sull’intelligenza artificiale. Un limite significativo in un sistema produttivo nel quale l’adozione della tecnologia sta comunque accelerando: l’analisi Unioncamere-Dintec indica che tra il 2024 e il 2025 la quota di imprese che utilizza soluzioni di AI è salita dal 13,1% al 19,5%, sulla base di oltre 20 mila rilevazioni.
Il rischio di un nuovo divario tra grandi gruppi e piccole imprese
Per la presidente della Camera di Commercio di Bari, Luciana Di Bisceglie, la questione riguarda anche la capacità di evitare che la transizione digitale allarghi le distanze esistenti. Le grandi aziende possono contare su capitali, dati e competenze che spesso non sono disponibili nelle realtà più piccole. Senza un accompagnamento adeguato, ha avvertito, il divario digitale rischia così di trasformarsi in un più profondo divario produttivo, penalizzando proprio la componente prevalente del tessuto imprenditoriale italiano.
La sfida è governare il cambiamento
Il confronto si allarga anche alla velocità della trasformazione internazionale. Marco Camisani Calzolari, esperto dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale e del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, ha richiamato l’avanzata dei robot umanoidi e la crescente automazione del lavoro. “Gli umani devono rimanere al centro dei processi decisionali e delegare alle macchine solo l’esecuzione”, ha sottolineato, indicando nella conoscenza lo strumento essenziale per governare la nuova fase tecnologica.
















