reddito di cittadinanza 2024
GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Promettere e non mantenere è la regola aurea della democrazia da millenni, e basta questo a farne capire la doppiezza cromosomica. Ma anche per questo la democrazia è meglio della dittatura: che a sua volta promette senza mantenere ma annienta chi lo denuncia, mentre noi e tanti altri siamo qui che lo denunciamo, non contiamo niente ma almeno nessuno ci tocca un capello.

La manovra Meloni non fa eccezione a questa regola. Conferma un tratto identitario della coalizione, anche lì moderando un po’ l’approccio: l’abolizione del reddito di cittadinanza (o meglio: di quell’obbrobbio che è stato); ma non riesce – né avrebbe potuto – ad affermarsi “sovrana” come da promesse varie, perché resta nei binari della sostenibilità economica prescritta da quel sistema vincolato che si chiama “mercato finanziario internazionale” e quindi compie piccoli passi, proprio passettini, nelle direzioni promesse in campagna elettorale senza neanche avvicinarsi a quel che aveva prospettato ai suoi elettori.

Non c’erano alternative

Ma va bene così: l’alternativa semplicemente non c’era. O meglio: l’alternativa sarebbe stata programmare interventi ulteriormente “in deficit”, il che sarebbe equivalso a mandare alle stelle lo spread in un momento in cui i tassi alti già triplicano il costo del nostro male oscuro, il megadebito pubblico che Meloni eredita da trent’anni di malgoverno (dei quali nell’undicennio berlusconiano il suo partito fu pienamente complice) e dal biennio contian-draghiano dove però, onestamente, col Covid non c’era che da aggiungere debito a debito.

Per le anime belle che fingono di dimenticarsene, giova ricordare che l’adesione all’euro ha comportato una massiccia delega di sovranità ad istituzioni europee dove il peso dell’Italia è molto relativo, che applicano regole alle quali il nostro contributo creativo originario è stato minimo, sulle quali non abbiamo potere d’influenza se non trascurabile e che insomma dobbiamo applicare e basta. L’alternativa del resto sarebbe stata l’annichilimento economico del Paese.

O competitivi o non credibili

La credibilità italiana, e la sua sovranità autentica, si misura e si mette in gioco unicamente sul piano della competitività economica non essendoci né un ambito militare (e Dio non voglia) né diplomatico su cui conquistarne di più. Dobbiamo contenere il debito, sostenere la crescita, difendere l’occupazione e accrescere la competitività. Le nostre armi vere non sono né i missili né gli ambasciatori, piuttosto il formaggio grana, il prosecco, Venezia Capri Firenze e le altre mille nostre attrattive turistiche. Non siamo un Paese di generali e assaltatori ma di direttori commerciali. In fondo, non è meglio così?

Restano i temi di politica interna. Che vede una Meloni minacciata dal “cupio dissolvi” (desiderio di autodistruzione) dell’ala salviniana della Lega, che sogna una “reconquista” della leadership nel centrodestra a tutta evidenza impossibile per un partito ridivenuto nordico e federalista; e dalla ingestibilità di quell’armata brancaleone che sono i residui di Forza Italia. Ma proprio per questo minacciata relativamente.

La vera minaccia

La vera minaccia sarà un po’ di instabilità sociale insufflata dai Cinquestelle pur di esistere attorno al feticcio della truffa di cittadinanza, unico salvagente di Conte nel voto di scambio carpito al Sud: ma dipenderà dal governo varare al più presto il provvedimento sostitutivo, dove solo chi veramente “non può” lavorare venga aiutato, e bene, mentre chi “non vuole” lavorare perché campa bene anche senza venga sulle prime abbandonato alla sua economia sommersa di sopravvivenza (ma a volte dorata, quando malavitosa, cioè spesso) e poi indotto ad uscirne dall’eventuale recupero di controllo del territorio che un governo di destra dovrebbe perseguire.

Quanto alle promesse tradite, gli elettori convinti se ne dimenticano presto.

La radice delle menzogne

Per dare un senso al liceo classico frequentato, giova ricordare la figura del Cancelliere spagnolo che governava la Lombardia all’epoca dei Promessi sposi, prima metà del Seicento, Antonio Ferrer. In poche parole: questo Ferrer constata il forte malumore popolare indotto dal rincaro del prezzo del pane, a sua volta figlio della scarsità dei raccolti dovuta a ragioni climatiche (la storia non si ripete ma fa rima), e decide di calmierare questo prezzo con un editto, per ingraziarsi la popolazione. Peccato che al prezzo calmierato i fornai non riescono a produrre, e per reazione chiudono i forni. La gente si ribella e li va ad assaltare, contemporaneamente tentando di linciare il funzionario responsabile dell’annona, una specie di assessore ai mercati di oggi, cioè il “vicario di provvisione”.

Allora Ferrer, che è la causa di tutto ma è amato dal popolo-bue per il suo editto-calmiere, finge di arrestare il vicario per sottrarlo in realtà alla folla alla quale grida: “Sì, lo porto in prigione!”, in italiano, per poi aggiungere a bassa voce ai suoi collaboratori, e in spagnolo: “si es culpable”, cioè: “Se è colpevole”.

Pensiamoci solo un istante: c’era una dittatura militare straniera, a quei tempi, in Lombardia; eppure il politico al governo sentiva l’esigenza, pur di sedare i tumulti popolari, di mentire sia da legislatore, con regole inapplicabili e populiste, sia da garante dell’ordine pubblico sia da magistrato. Cioè: chi governa mente da sempre, anche quando potrebbe imporsi con la forza e senza i vincoli della democrazia. Figuriamoci oggi.