Filippo Ligresti

Innovazione, snodo cruciale dell’economia, croce e delizia per imprese e lavoratori. Impossibile farne a meno, al giorno d’oggi, nel contesto globale, ma impossibile anche non rischiare di rimanere travolti dai suoi potenziali contraccolpi. “Cyberattack”, “skill shortage”, “burn out”, “digital divide” sono solo alcuni dei fenomeni più controversi – i classici “rovesci della medaglia” – che la digital transformation di questi ultimi anni ha portato in dote e, rispetto ai quali, il mondo delle imprese, oltre che la società politica e civile, deve trovare costantemente delle contromosse efficaci.

L’innovazione secondo Filippo Ligresti, Dell Technologies

In casa Dell Technologies – multinazionale americana che fornisce a clienti e partners il più ampio e innovativo portfolio di soluzioni e servizi per l’era dei dati con un fatturato di circa 103 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2023 e 130.000 dipendenti nel mondo – la ricetta per vincere nell’ecosistema digitale e affrontare le sfide di oggi ha un nome ben preciso: formazione.

Formazione per aggiornare le risorse umane e aumentare il livello di competitività dell’azienda. Formazione per stare al passo con i tempi convulsi dell’evoluzione tecnologica spinta. Formazione per gestire al meglio il cosiddetto rischio aziendale. Formazione – soprattutto – per mantenere l’attenzione sull’uomo, sulla risorsa umana rispetto alle macchine, anche in un mondo digitalizzato, iperconnesso e tecno-dipendente come questo.

A spiegarci come, dandoci uno spaccato puntuale dell’attuale rapporto tra aziende, lavoratori e tecnologia in Italia e in Europa, è Filippo Ligresti, Vicepresidente e General Manager di Dell Technologies in Italia.

Dott. Ligresti, l’innovazione oggi non è più un’opportunità ma una scelta obbligata per le aziende. In Dell vi siete inventati persino un “Innovation Index” per fare benchmarking e misurare investimenti, rese e altri aspetti…

Sì, ogni due anni commissioniamo una ricerca che ci restituisce una fotografia puntuale di quello che chiamaiamo, appunto, “Innovation Index”. Ma prima di parlare di questo, mi faccia dire del ruolo importante che Dell ha sul fronte innovazione.

Prego.

Siamo i principali fornitori di tecnologia al mondo e le tecnologie sono indispensabili per accelerare i processi di innovazione. Nell’ultimo anno abbiamo lanciato ben 120 nuovi prodotti sul piano cybersecurity, cloud e infrastrutturale. Questo significa che su 250 giorni di lavoro, abbiamo presentato un prodotto nuovo ogni due giorni. Negli ultimi tre anni la media era stata di circa 75 prodotti l’anno. Cioè poco più della metà. Penso che il dato renda bene l’idea sulla velocità e la portata del nostro lavoro. In più abbiamo registrato 2445 brevetti e collaborato con Nvidia in un progetto per l’intelligenza artificiale personalizzata e con il Ministero della Difesa americano per la sicurezza dei dati. Questo è un momento senza precedenti per trasformare le idee in reali innovazioni, grazie alla maggiore disponibilità e potenza delle tecnologie, rendendole accessibili a una vasta utenza. Monitoriamo attentamente gli investimenti in innovazione delle aziende per guidare i nostri investimenti. La nostra ricerca sull’Innovation Index copre circa 45 Paesi, Italia inclusa, 16 industrie e coinvolge circa 7000 leader aziendali…

L’Italia però sul fronte innovazione segna il passo, vero?

In realtà, le nostre due ultime ricerche restituiscono un dato diverso. È vero che il nostro Paese storicamente non si posiziona ai primi posti delle classifiche, ma sembra proprio che la pandemia abbia imposto quel senso di “urgenza” che ha finito per determinare un balzo in avanti. L’Italia, infatti, risulta il Paese più cresciuto dal punto di vista del focus innovazione. 

Un miracolo?!

No, non serviva quello. È bastato che attecchisse anche da noi l’idea che l’innovazione sia una leva per un futuro sostenibile e di successo. Pensi che il 70% delle aziende in Italia ha creato una specifica organizzazione dedicata all’innovazione e, dato ancora più importante, questo sforzo sembra produrre dei buoni risultati. La nostra ricerca ha evidenziato infatti che per più dell’80% degli intervistati gli investimenti fatti in innovazione stanno producendo cambiamenti concreti, misurabili, e miglioramenti all’interno delle aziende.

Gli altri Paesi però, scommetto che ci staccano nettamente. 

No, al contrario, in questo ambito siamo avanti. In Germania solo il 62% delle aziende s’è data una organizzazione specifica dedicata all’innovazione. In Francia il 64%, in Olanda il 67%. Per cui noi italiani, con il 70%, siamo leader, perlomeno da questo punto di vista. È un segnale sicuramente molto positivo. Il dato critico che emerge dalla ricerca è un altro. Solo la metà degli intervistati ritiene che il budget per l’innovazione sia sufficiente. Nonostante ciò, c’è ottimismo riguardo alle proiezioni e all’accelerazione delle imprese italiane, che sta aumentando la domanda di soluzioni tecnologiche innovative.

So che in Dell affrontate il focus innovazione con investimenti specifici, divisioni dedicate, hackathon, scrum. Con quali risultati?

Sì in azienda l’innovazione è affrontata con un approccio completo e cooperativo, attraverso vari strumenti e investimenti specifici. I risultati degli sforzi in innovazione sono stati straordinari negli ultimi 12 mesi, grazie a un forte impegno in ricerca e sviluppo. Ma l’innovazione è soprattutto una sfida ecosistemica e infatti abbiamo coinvolto una serie di partner tecnologici molto importanti:mi riferisco a leader globali come Intel, VMware, Microsoft, Nvidia, tutte società molto conosciute nonché attori principali e coprotagonisti assieme a Dell, di questo mondo. Allo stesso modo, collaboriamo con startup e altre aziende in grande crescita alle quali, attraverso il nostro fondo proprietario di investimento, finanziamo varie iniziative. E poi, dall’altra parte, puntiamo a investimenti nel mondo della formazione, in quello sanitario, nel sociale per comunicare le potenzialità che le nuove tecnologie di innovazione portano anche in questi settori.

Tutto questo a livello globale. Ma in Italia?

Ovviamente non ci sono le stesse possibilità che abbiamo negli Stati Uniti, però anche in Italia, abbiamo avviato diverse iniziative, collaborando con partner chiave. Siamo al fianco di Telecom nel progetto “Risorgimento digitale” e avviato iniziative con varie università per promuovere un utilizzo sostenibile delle tecnologie nella società italiana. Anche con l’istituto Elis abbiamo una solida collaborazione. Inoltre, all’interno di Dell, i nostri dipendenti su base volontaria si impegnano in iniziative per supportare classi disagiate e persone diversamente abili e per il ricondizionamento di tecnologia da destinare a chi ne ha bisogno.

Le competenze restano il vero grande snodo dell’economia futura?

Non v’è dubbio. Migliorare le competenze digitali in Europa, compresa l’Italia, è un tema cruciale. Purtroppo, l’ultimo indice Desi ci colloca al quart’ultimo posto in Europa, una posizione imbarazzante. Questo problema è condiviso da molti altri Paesi europei, e ci pone in svantaggio rispetto a nazioni all’avanguardia come Corea, Giappone e Stati Uniti. Ancora più preoccupante è il fatto che siamo persino sotto la media europea. Per superare questa sfida, è essenziale uno sforzo collettivo di sensibilizzazione sia nella società che nelle istituzioni. Le carenze nelle competenze digitali rappresentano un ostacolo significativo per l’adozione rapida delle innovazioni.

E in azienda? Come reagiscono i dipendenti alle continue iniezioni di innovazione che bisogna somministrare per stare sul mercato?

Dal mio osservatorio privilegiato  posso dire che i nostri collaboratori non costituiscono un ostacolo all’innovazione, ma anzi sono desiderosi di partecipare al processo di cambiamento. Nonostante l’impatto massiccio della tecnologia, i lavoratori comprendono l’importanza dell’aggiornamento per mantenere la competitività personale e professionale in un ambiente dinamico e sfidante. Secondo il nostro Innovation Index, il 40% dei dipendenti intervistati sarebbe disposto a cambiare azienda se non venisse coinvolto nei processi di formazione e innovazione, poiché temono di perdere la propria professionalità. Inoltre, il 90% dei lavoratori considera lo smart working un valore importante per promuovere l’innovazione, e il 38% ritiene che la tecnologia collaborativa sia un acceleratore di innovazione, contrariamente a quanto si potrebbe pensare riguardo alle modalità tradizionali dei luoghi fisici di lavoro. La flessibilità offerta dallo smart working aiuta ad affrontare l’aumento dei carichi di lavoro che si è verificato dopo la pandemia. In generale, la forza-lavoro mostra una volontà di coinvolgimento e di apprendimento per favorire l’innovazione.

Resta il problema di come gestire un’evoluzione così rapida. Si parla spesso di “skill shortage” ma nessuno mette in conto che forse la tecnologia sta andando un po’ troppo veloce rispetto alle capacità di adattamento e formazione delle risorse umane. Basti pensare all’intelligenza artificiale…

Il potenziale impatto futuro dell’intelligenza artificiale è difficile da predire ed è complesso. Gli stessi analisti sono bravi a spiegare il passato, ma prevedere con precisione il futuro è arduo anche per loro. Tuttavia, è innegabile che le tecnologie legate all’AI avranno un impatto significativo. Pertanto, è cruciale affrontare il tema del reskilling, ossia il riorientamento professionale e l’aggiornamento delle competenze. Nel medio periodo, sarà fondamentale garantire che le persone siano adeguatamente formate per rimanere competitive. L’AI influenzerà sicuramente professioni caratterizzate da compiti ripetitivi e chi lavora in questi settori dovrà essere reinserito in nuovi ruoli o settori. Le competenze attuali per compiti relativamente semplici potrebbero non essere più adeguate a garantire carriere sostenibili. Questo tema richiede attenzione e investimenti da parte dei governi per evitare una società frammentata e diseguale, con persone prive di opportunità per sviluppare nuove competenze. Il reskilling dovrebbe essere una priorità nei dibattiti pubblici e nelle politiche governative.

È utopistico chiedere che la tecnologia abbia un approccio etico al mondo delle professioni e del lavoro?

Dovrebbe averlo. E questo vale in particolare proprio per l’intelligenza artificiale, un paradigma estremamente potente che, pertanto, va regolamentato o quantomeno disciplinato. È essenziale sapere se stiamo interagendo con un essere umano o con una creazione artificiale e conoscere la fonte delle informazioni che ci vengono fornite. È una questione di grande rilevanza e richiede una riflessione approfondita.

Dell cosa farà per contribuire a quest’obiettivo?

Vogliamo mantenere il controllo sull’innovazione tecnologica e garantire l’inclusione attraverso la formazione. Il nostro obiettivo è creare tecnologie che portino progresso all’umanità ma mantenendo sempre l’attenzione sull’uomo.