Tre secoli e mezzo di storia passati ad innovare. In nome della sicurezza e del comfort abitativo dei popoli, praticamente di mezzo pianeta. Chissà se, quando nel lontano 1665 Re Luigi XIV, il celeberrimo Re Sole, battezzò la nascita dell’azienda incaricandola di realizzare la meravigliosa Galleria degli Specchi della Reggia di Versailles, immaginava che Saint-Gobain sarebbe stata così longeva, arrivando a diventare uno dei primi cento gruppi industriali al mondo con attività in 75 Paesi, 166 mila dipendenti e un fatturato che nel 2021 ha toccato i 44,2 miliardi di euro. Un colosso. Capace di progettare, produrre e distribuire materiali per edifici, trasporti, infrastrutture e applicazioni industriali e offrire soluzioni innovative per involucri opachi e trasparenti, tetti e coperture, architettura d’interni e pareti, pavimenti e controsoffitti. Ma soprattutto un leader globale dell’edilizia “sostenibile”, oggi più che mai la parola-chiave del mondo Saint-Gobain.

«L’edilizia rappresenta uno dei settori che più di altri può influenzare il futuro del pianeta, pertanto costruzioni e sostenibilità rappresentano per noi un binomio inscindibile» conferma Gaetano Terrasini, da un paio d’anni Amministratore delegato e Ceo del Gruppo in Italia, dove Saint-Gobain, è presente da oltre 130 anni, da quando cioè – correva l’anno 1889 – venne tirato su a Pisa uno stabilimento per la produzione del vetro. 

«La sostenibilità – aggiunge Terrasini, siciliano di Palermo, ingegnere chimico con un lungo cursus honorum in azienda, nonostante la giovane età – è un pilastro fondamentale per Saint-Gobain, fa parte del nostro Dna.  I nostri materiali sono pensati per migliorare gli spazi in cui viviamo in termini di efficienza energetica, quindi di ambiente, di sicurezza. Come saprà, il Gruppo, che comprende anche i marchi Glass, Gyproc, Isover e Weber, si è posto l’obiettivo di raggiungere la carbon neutrality entro il 2050. E lo vuol fare attraverso un approccio innovativo allo sviluppo, alla formulazione dei prodotti, all’efficienza energetica dei processi e con un’attenzione ai fornitori di materie prime e ai trasporti. Un occhio di riguardo lo diamo anche al riciclo e alla valorizzazione dei rifiuti, tanto che oggi il 70% dei nostri prodotti per la costruzione è realizzato con materiali riciclati fino al 70%. Tutti i processi industriali, inoltre, sono studiati per massimizzare l’efficienza energetica riducendo il più possibile l’impatto sull’ambiente: dal riutilizzo delle acque, fino al controllo delle emissioni dirette di anidride carbonica in atmosfera».

L’economia circolare è l’obiettivo ultimo del settore edile?
Sì, perché è la chiave che consentirà di guardare in modo nuovo al suo rilancio, riducendo l’impatto degli interventi e spingendo sul riciclo dei materiali. Sui temi del riciclo, della circolarità e dell’estrazione delle risorse naturali noi stiamo lavorando anche a livello di advocacy, con le associazioni. Siamo convinti infatti che un sistema edilizio concepito in modo sostenibile sul piano ambientale può creare anche sostenibilità sociale, con un chiaro impatto positivo sulle condizioni di vita di gran parte della popolazione. Se ci pensa avere case economicamente più confortevoli, a costi congrui e alla portata di tutti è un obiettivo più che possibile. Per cui bisogna lavorare sulle tecniche di costruzione per arrivare a conseguirlo».

Sappiamo che l’impegno di Saint-Gobain sulla sostenibilità non è limitato solo all’attenzione verso l’ambiente ma ha uno spazio d’azione più ampio.
Certamente. Il gruppo è in prima linea anche sul piano dell’inclusione sociale e la sintesi del nostro approccio a 360° alla sostenibilità è in quella che è la nostra purpose e cioè “Making the World a Better Home”. Come ho già detto, per noi, sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale vanno di pari passo. Per intenderci, all’interno di Saint-Gobain la ricerca costante di soluzioni costruttive, in grado di rendere l’ambiente più accessibile e più confortevole e garantire meno inquinamento e più sicurezza e benessere per le persone ha la stessa importanza di costruire e conservare un luogo di lavoro inclusivo, diverso, collaborativo.  L’attenzione rivolta ai collaboratori è un valore fondamentale. La certificazione Top Employer 2022 per il 9° anno consecutivo testimonia al meglio questa nostra determinazione.

Ci racconti come contribuite in concreto a fare del mondo un posto migliore.
Abbiamo scelto di sostenere diversi progetti legati alla creazione di valore locale e inclusivo in tutti i Paesi dove operiamo. Pensi che la Fondazione Saint-Gobain, dalla sua creazione nel 2008, ha supportato oltre 320 progetti, con il coinvolgimento di circa 235 organizzazioni partner non-profit, fornendo un aiuto concreto, di tipo finanziario ma anche attraverso il nostro know-how e le nostre capacità tecniche, a più di 283.000 persone in difficoltà, che vivono situazioni di esclusione.

E la Fondazione? Cosa rappresenta per il gruppo?
Fa parte della visione globale ed è il nostro fiore all’occhiello ma soprattutto è un modo per i nostri dipendenti di partecipare collettivamente alla costruzione di un mondo più sostenibile, inclusivo e responsabile. Le segnalazioni partono infatti da dipendenti o pensionati, che diventano poi “madrine” o “padrini” dei progetti.

Progetti che sostengono quali fragilità?
In realtà i progetti sono molteplici. A Modena, ad esempio, abbiamo dato il nostro sostegno per la ristrutturazione dei locali dell’associazione de “Il Tortellante”, una scuola di autonomia per ragazzi autistici patrocinata dallo chef Massimo Bottura e incentrata sulla produzione di pasta fresca. A Napoli partecipiamo al progetto “RicostruiAMO il Rione Sanità” a supporto della Fondazione San Gennaro per la creazione di un polo didattico finalizzato all’educazione dei minori più fragili e diversamente abili. A Osimo aiutiamo la Lega del Filo d’Oro nella costruzione di un centro altamente specializzato per l’assistenza dei bambini sordociechi e delle loro famiglie. A Torino abbiamo aderito a Liberi Bimbi, un progetto a supporto della formazione professionale di un gruppo di detenuti per la costruzione di un’area nel carcere cittadino destinata all’incontro tra i genitori detenuti ed i figli.

La parola d’ordine è includere, dunque. A maggior ragione in un mondo ribaltato e condizionato da “cigni neri” come Covid, guerra in Ucraina, caro-energia e crisi delle materie prime. Per un’azienda puntare sulla Csr è quasi un dovere morale?
Nel nostro gruppo, come dicevo, la responsabilità sociale d’impresa, nel senso più largo, è inclusa un po’ in tutte le nostre decisioni, fa parte del piano piano strategico Grow&Impact annunciato dal nostro presidente per i prossimi tre anni. Ma anche se la Csr è entrata a far parte del nostro glossario aziendale, non è un obbligo ma un modo volontario e autoregolato di fare impresa con l’obiettivo di avere un impatto positivo sia dal punto di vista ambientale che sociale, nel rispetto del valore economico. Valore economico che diventa sostenibile solo per l’impresa che si basa su adeguati principi di governance sia in termini di etica che di compliance.

Anche i mercati, del resto, oggi parametrano gli investimenti quasi solo sui fattori Esg: la governance ambientale, sociale e aziendale.
Sì, è vero sono i kpi che misurano l’impatto di un’azienda dal punto di vista della Csr. I tre elementi che rendono sostenibile un’impresa. Anche noi come Saint-Gobain abbiamo i nostri indicatori Esg che fissiamo volontariamente e con obiettivi ambiziosi. Sono sicuramente i fattori utilizzati dagli investitori finanziari per misurare la sostenibilità e l’approccio Csr di un’impresa, però va sottolineato che si tratta di un impegno volontario. Anche se poi è diventato necessario perché gli investitori non si limitano più a valutare gli indicatori puramente economici ma prendono in considerazione i parametri Esg. Quello che voglio dire è che la responsabilità sociale d’impresa ormai è una questione di cultura aziendale. Siamo tutti coscienti che consente di trasformare un impegno etico in un’opportunità di business generando valori a lungo termine e ottenendo di conseguenza vantaggi competitivi.

Quali?
Bé sicuramente la reputazione del marchio, la fiducia degli stakeholder, una maggiore propensione degli investitori a finanziare le società, la disponibilità delle autorità a concedere più facilmente i permessi operativi, la predisposizione del consumatore a pagare di più un prodotto sostenibile e la voglia delle persone di lavorare e farsi assumere per un’azienda con queste caratteristiche. Per sintetizzare: i parametri Esg sono molto importanti oggi sul mercato ma tengo a dire che in Saint-Gobain l’impegno in chiave Csr è volontario e basato su convinzioni che hanno radici più profonde.

L’innovazione va considerata l’altro pilastro di Saint-Gobain?
Non c’è dubbio. Ogni anno, il gruppo deposita oltre 400 brevetti. Anche nel 2021, per la decima volta consecutiva, siamo stati classificati tra le prime 100 aziende ed istituzioni più innovative del mondo. Lavoriamo a stretto contatto con le università, collaboriamo con start-up, per fare emergere nuove tecnologie per il futuro. Saint-Gobain impiega circa 3.700 persone nella Ricerca&Sviluppo e 2.200 nel marketing.  Nel 2021 sono stati investiti in R&D 450 milioni di euro. Pensi che tra i prodotti venduti oggi, uno su quattro non esisteva cinque anni fa.

Tornando a temi più pragmatici che fase attraversa l’edilizia italiana? Quella del SuperBonus è stata solo una sbornia?
Il Superbonus è stato certamente un modo per rilanciare l’economia nel momento difficile del Covid. Oggi parlarne a posteriori è facile ma in una situazione così complessa come quella dell’emergenza pandemica, gli incentivi fiscali voluti dal governo come leva per far ripartire il settore hanno rappresentato sicuramente un fatto importante. Alla luce dei problemi che si sono verificati, dire che si sarebbe potuto implementare meglio è altrettanto facile oltre che banale. Preferisco dire piuttosto che, come Saint-Gobain, non ci siamo lasciati infatuare dal momento di euforia dell’edilizia spinta dal Superbonus e che siamo sempre stati coscienti che nei settori come, ad esempio, le facciate ci sarebbe stato un rallentamento, anche per via di un problema generale di inflazione che non risparmia neanche purtroppo questo settore.

E il Pnrr? Potrebbe essere l’occasione giusta per investire sulle infrastrutture e l’edilizia?
È una grande opportunità per l’Italia. Penso da sempre che il problema infrastrutturale italiano sia molto grave e che in passato si sarebbero potuto investire meglio le risorse economiche. Sono un po’ preoccupato perché questa forse è l’unica opportunità per andare a recuperare un gap che rappresenta uno dei limiti profondi del nostro Paese. Penso che le linee guida su cui puntare siano sostanzialmente tre: oltre alle infrastrutture, anche energia e formazione. Mi auguro che il Pnrr possa rappresentare una svolta vera in questo senso. 

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Caporedattore responsabile online di Economy, vive sul lago di Como e lavora tra Milano e Roma, dividendosi tra il giornale e il ruolo di consigliere per la comunicazione del Ministro delle Riforme Istituzionali. Cronista di mafia nella sua prima vita in Calabria dov'è nato e cresciuto, dal 2010 si è trasferito in Lombardia dove si è occupato di economia, turismo e agrobusiness per il Sole-24 Ore, Fiera Milano e il magazine VdG. Nel 2017 è diventato caporedattore di Economy, testata da cui ha preso un'aspettativa tra il 2018 e il 2021 per svolgere l'incarico di capoufficio stampa del Presidente del Senato. E' autore del libro "Noi gli Uomini di Falcone" (Sperling&Kupfer) e di progetti per il sociale - come In&Aut Festival - l'economia e il turismo.