patrimonio immobiliare

C’è grande attenzione, ma anche preoccupazione, attorno alla direttiva europea sull’efficientamento energetico degli edifici o direttiva europea sulle case green. In attesa del 9 febbraio, quando è previsto il primo voto sulle norme proposte dall’Unione europea per favorire la ristrutturazione degli immobili esistenti e la costruzione di nuovi ad alta efficienza energetica, in Italia si è acceso il dibattito e sono stati sollevati diversi timori.

La paura che la maggior parte degli immobili italiani perda di valore è forte e sembrano non essere sufficienti i chiarimenti del relatore Ciarán Cuffe. In Italia sono troppi gli immobili da ristrutturare nei tempi previsti dalla direttiva, si parla di milioni di edifici residenziali, il rischio è quello di generare “una tensione senza precedenti sul mercato”, come evidenziato da Confedilizia, e di causare una perdita di valore degli stessi immobili.

La preoccupazione delle associazioni di categoria

Fimaa: “Così come proposta, l’approvazione della direttiva porterebbe alla svalutazione del patrimonio immobiliare italiano”

Tra coloro che esprimono un deciso dissenso nei confronti di questa direttiva europea sulle case green c’è anche la Federazione italiana mediatori agenti d’affari, aderente a Confcommercio-Imprese per l’Italia. Sul punto, il presidente nazionale Fimaa, Santino Taverna, ha spiegato a idealista/news:

“La bozza di revisione della direttiva sulla prestazione energetica nell’edilizia, all’esame della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia del Parlamento europeo il 9 febbraio 2023, pesa negativamente sul mercato immobiliare del nostro Paese. La direttiva prevede, per tutti gli immobili residenziali dei Paesi dell’Ue, l’obbligo di raggiungere la classe energetica E entro il 2030 (D nel 2033 e l’emissione zero nel periodo compreso tra il 2040 e il 2050), con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale degli edifici. L’applicazione di tale proposta, se non sarà modificata, innescherebbe una forte svalutazione del patrimonio edilizio italiano, costituito – secondo fonti Mef e dell’Agenzia delle Entrate – da oltre 57 milioni di unità immobiliari delle quali la maggior parte risulta tuttora nelle ultime classi energetiche come la G e la F. La stessa cosa vale per gli innumerevoli immobili ubicati nei piccoli borghi caratteristici, ai quali si aggiungono anche gli edifici ‘storici’ non vincolati, che il nostro Paese vanta e che da sempre attraggono turisti di altre nazioni.

Patrimonio immobiliare troppo datato per essere green

L’Italia ha visto crescere il proprio patrimonio edilizio tra il 1960 e il 1980, con una netta diminuzione delle costruzioni nei decenni successivi. La stragrande maggioranza degli edifici sono stati realizzati precedentemente alle normative sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica così come tanti altri edifici sono stati realizzati in zone che solo successivamente sono divenute aree protette sottoposte a vincolo. Nel tempo si è venuto pertanto a delineare un quadro edilizio molto particolare di cui le istituzioni europee non possono non tenere conto.

Se da un lato l’intento di ridurre drasticamente le emissioni di biossido di carbonio è condivisibile, dall’altro si dovrà tener conto che i costi per la riqualificazione energetica degli edifici italiani non potranno sottostare ad un obbligo imposto dalle istituzioni europee, gravando sulle spalle dei cittadini. Ciò anche alla luce del fatto che la misura italiana del superbonus al 110% ha subito un arresto per mancanza di fondi. 

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Così come proposta, l’approvazione della direttiva europea per l’efficientamento energetico porterebbe solo alla svalutazione del patrimonio immobiliare italiano. I cittadini, già in difficoltà per il rincaro dei costi energetici derivanti dal conflitto Federazione Russa-Ucraina e dall’aumento dell’inflazione che sta incidendo sui tassi passivi dei mutui, si ritroverebbero ulteriormente impoveriti”.

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