Cina

La Casa Bianca, con atto del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha chiesto alla rappresentante del Commercio statunitense Katherine Tai di triplicare i dazi sull’import di acciaio e alluminio cinesi. Le tariffe, cioè, dovrebbero passare dall’attuale media del 7,5% a circa il 24%, con una revisione della Section 301.

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Niente male, come mossa post-colonialista e neo-imperialista. Come la messa al bando di Huawei, decisa da Trump sei anni fa. Che però non ha creato il collasso previsto del gigante telefonico cinese il quale, al contrario, vive oggi una fase ancor più redditizia di quella d’ allora. O come il boicottaggio contro TikTok, che prelude al bando, ma che presuppone ancora oggi una “centralità” dell’economia statunitense nel mondo che non è più nella realtà.

A Milano, intanto, all’edizione forse più bella di sempre di quella vera icona fieristica che è il Salone del mobile, brillava l’assenza dei cinesi. Cioè: l’assenza all’interno dei padiglioni fieristici, dove ci si poteva imbattere in tante aziende asiatiche – dal Vietnam all’India, dall’Indonesia a Singapore – ma non cinesi. La Cina si rifaceva nel fuori salone, con alcune showroom e installazioni, come quella del distretto di Nankang, tra i più attivi nel settore, tra l’altro firmatario di un accordo di cooperazione con il distretto del mobile imbottito di Altamura, in Puglia. Distretto di Nangank  che, oltretutto, nel giorno di preapertura del Salone – il 15 aprile – è stato tra i protagonisti di un convegno della nostra testata, con l’Italy China Council Foundation, sul rafforzamento della cooperazione possibile tra Italia e Cina, alla presenza del console generale Liu Kan.

La Cina è ancora vicina, nonostante gli Usa

Ma allora, come stanno le cose? L’America “banna” le merci cinesi, e l’Occidente satellite – cioè l’Europa, e l’Italia in primissima fila – segue pedissequamente? No, le cose non stanno così, non del tutto. E’ vero che l’amministrazione Biden sta ferocemente opponendosi alle merci cinesi e alla dipendenza che hanno creato in tanti ambiti della manifattura nei paesi occidentali partner (e dopo aver sfruttato per vent’anni la manodopera cinese a basso costo con i transplant). Ed è vero che il cosiddetto “blocco atlantico” – flebilmente ricompattatosi per l’invasione russa dell’Ucraina – è stato richiamato all’ordine dalla segreteria di Stato e richiesto di ostracizzare Pechino. Ma non è vero che la risposta sia stata così disciplinata, Italia compresa: che se ha disdettato il protocollo di adesione alla Via della seta, firmato dal premier Conte, ha avviato (dichiarazioni pubbliche del ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani) un negoziato su un nuovo accordo con la Cina.

D’altronde gli Stati Uniti, che accusano Pechino di concorrenza sleale, subiscono in questa momento la stessa accusa dall’Europa per l’Inflaction reduction act, in sigla Ira, che stanzia quasi 800 miliardi di dollari di sussidi pubblici per l’industria… Insomma, semmai è una bella gara di opposti protezionismi.

Il convegno di Economy e i rapporti con la Cina

Ma cos’è emerso dal convegno di Economy sui rapporti con la Cina? Come le cronache hanno già riportato, ma con maggior chiarezza alla luce delle polemiche degli ultimi giorni, il rapporto col colosso asiatico è ineludibile: meglio cavalcarlo cercando di trarne vantaggio che tentare di prescindere, anche perché – come ha ricordato, dal palco dell’evento, il console generale cinese a Milano Liu Kan, “l’Italia nel 2023 ha aumentato l’export verso la Cina del 16,7% a 19 miliardi di euro, in un anno nel quale il Pil cinese è cresciuto del 5,2%. L’Italia è il quarto partner commerciale europeo per la Cina, mentre la Cina è il primo partner asiatico per l’Italia. L’anno scorso la Cina ha annunciato la fine di ogni restrizione degli investimenti stranieri nelle attività manifatturiere, il che dimostra una volontà d’apertura”. Come dire: c’è molto lavoro da fare.

La domanda recondita ma angosciosa per molti è: la Cina cosa farà della forza derivante dai suoi rapporti economici e commerciali? Li cavalcherà per sderenare l’Occidente? Ci coloinzzerà? Un profondo conoscitore di quel mercato e dei cinesi come il presidente dell’Italy China Council Foundation Mario Boselli, si è espresso in modo molto conciliante, sul tema: “Stiamo tornando a andare in Cina, ma dobbiamo ancora spingere per recuperare il livello pre Covid. Italy China Council Foundation è frutto della fusione tra Fondazione Italia-Cina e Camera di Commercio italo-cinese. Siamo impegnati in prima linea per favorire le relazioni tra i due paesi. Per questo abbiamo dato vita a uno strumento per facilitare i rapporti tra imprese, l’Italy China economic cooperation council, che si rivolge soprattutto alle Pmi, una bella realtà sia italiana che cinese”. Come dire: fatti, non parole.

Come peraltro quelli dei cinesi, che sui fatti sono fortissimi: anzi, un po’ di timore lo incutono, con le loro dimensioni di scala. Nankang – come ha sottolineato He Shanjin, Membro permanente del Comitato municipale di Ganzhou, Segretaria del Comitato del distretto di Nankang – è il più grande polo di produzione dell’industria del mobile cinese con più di 10mila aziende, 500mila dipendenti, 270 miliardi di Yuan nel 2023. E vende mobili in legno massicci in 29 province della Cina e in oltre 100 paesi di tutto il mondo, con 2600 nuovi negozi franchising. Stiamo accelerando il passo per fare in modo che i mobili di Nankang si diffondano in tutto il mondo: “Abbiamo sviluppato collaborazioni con istituti del design italiani e di altri paesi, sviluppando la creatività digitale per rendere i prodotti sempre più allineati con quelli internazionali. Italia e Cina sono unite anche grazie ai mobili, e grazie ai mobili stringeranno un’amicizia ancora più profonda».

Così ha detto la signora Shanjin e così è se vi pare. Peraltro, c’è chi dice che la terra è piatta e chi polemizza con gli alisei, niente di strano quindi che si pensi di poter ignorare 1,5 miliardi di esseri umani sugli 8 che popolano il pianeta. E che continuano a crescere al galoppo (vedi dati del primo trimestre 24). I 7 miliardi di esseri umani “non-Occidentali”, cinesi compresi, ci sono comunque, e le persone di buona volontà – per prudenti e diffidenti che siano – a mettersi d’accordo ci provano sempre. Anche con i colossi.

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