Ogni volta che il mondo ha tremato, l’Italia è stata data per spacciata. È accaduto con la crisi europea del 2017-2019, con la pandemia del 2020-2021, con la guerra in Ucraina e il caro-gas del 2022-2023, con i dazi americani del 2025, e adesso, in queste settimane, con la crisi dello Stretto di Hormuz. Ogni volta, in silenzio, il Paese ha rimesso in fila i conti.
Nel quinquennio del rallentamento europeo, mentre si parlava di “stagnazione strutturale”, il manifatturiero italiano restava il secondo d’Europa per valore aggiunto e gli occupati superavano, per la prima volta dalla crisi del 2008, la soglia dei 23 milioni.
Poi è arrivato il Covid. Il Pil è crollato dell’8,9% nel 2020, la caduta più dura in tempo di pace. Ma già nel 2021 l’Italia ha messo a segno un rimbalzo del +6,7%, il più forte dell’Eurozona insieme alla Francia. E le imprese italiane, nel 2022, hanno toccato il record assoluto di 626 miliardi di euro di esportazioni.
Con la guerra in Ucraina e il prezzo del gas moltiplicato per cinque, il PIL del 2022 è cresciuto comunque del +4,0%; il manifatturiero ha tenuto; il tasso di disoccupazione ha continuato a scendere, sotto il 6% del 2025, il dato più basso da oltre vent’anni.
I dazi americani del 2025 hanno fatto paura, eppure il sistema delle imprese ha chiuso l’anno con utili da primato. Enel a 7 miliardi di euro (quasi il doppio del 2023); Lamborghini al record storico di 1,4 miliardi; Mediobanca a 1,33 miliardi; le prime cinque banche italiane mai così patrimonialmente solide. Il fatturato aggregato delle società italiane (campione Cerved) è cresciuto dell’1,2%; le unità di lavoro hanno aggiunto un altro +1,3%; i consumi privati hanno tenuto a +0,7%, sostenuti dal recupero dei salari.
E nel primo trimestre del 2026, proprio mentre il blocco di Hormuz tornava a far oscillare le borse, Unioncamere ha registrato, a sorpresa, 690 imprese in più rispetto a fine 2025. Allo specchio del Registro: oltre 5,8 milioni di aziende attive sul territorio italiano, con un saldo trainato dal Mezzogiorno (+1.673), guidato da Campania e Sicilia, e dal Centro (+1.506), con il Lazio in testa. Le società di capitali, le più strutturate, hanno aggiunto da sole +15.739 unità.
I numeri non dicono tutto. Non dicono la fatica delle famiglie, la pazienza dei piccoli imprenditori, l’ingegno delle filiere costrette ogni volta a reinventarsi. Ma raccontano, in cifre sobrie e precise, una verità che chi vive questo Paese conosce bene: gli italiani, davanti agli urti, non si dispongono in posizione difensiva. Si chinano un istante, e poi tornano al lavoro. “Calati juncu, ca passa la china”, è il proverbio siciliano che magnificamente descrive quest’attitudine: piegati come un giunco, che la piena del fiiume finirà.
È la cifra silenziosa della resilienza italiana. Una cifra che nessuna agenzia di rating sa ancora misurare per intero, ma che, anno dopo anno, continua a sorprendere.
Sulla scorta di queste evidenze, Economy, nel suo centesimo numero – che a sua volta e nel nostro piccolo descrive una storia di resilienze – ha riepilogato il racconto fatto in nove anni, con qualche anticipazione fortunata, dell’economia italiana, delle sue sfide e delle sue possibiliotà, illustrandole con alcune copertine delle 100 pubblicate.
Ed ha chiesto a quattro protagonisti dell’economia italiana un’intervista di analisi e scenario: Diana Bracco, Gianni Tamburi, Ferruccio De Bortoli e Stefano Cuzzilla. Buona, e istruttiva, lettura.
















