Il governo prova a spostare la risposta al caro energia dall’emergenza alla produzione interna. Nel decreto approvato dal Consiglio dei ministri entra infatti un meccanismo destinato ad abbreviare i procedimenti per ricerca, esplorazione ed estrazione di idrocarburi, affiancando alle Regioni dei commissari quando le autorizzazioni restano ferme. Una scelta che punta a rafforzare la sicurezza energetica e a ridurre la dipendenza dalle forniture estere, mentre Roma prepara contemporaneamente la richiesta a Bruxelles per utilizzare nuovi margini di flessibilità fiscale destinati agli investimenti in energia e difesa.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Commissari contro i ritardi nelle concessioni

La novità più rilevante riguarda i procedimenti per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sulla terraferma. Se la Regione competente non raggiunge l’intesa nei tempi previsti, scatteranno prima un termine supplementare e un confronto istituzionale e, in caso di persistente inerzia, potrà essere nominato un commissario ad acta con poteri sostitutivi. L’obiettivo dichiarato è arrivare a tempi certi per le concessioni considerate strategiche, evitando che progetti legati all’approvvigionamento energetico rimangano sospesi per periodi incompatibili con le esigenze nazionali.

Il decreto vale anche 85 milioni per le accise

La misura sugli idrocarburi viaggia nello stesso decreto che prolunga fino al 17 settembre la riduzione dell’accisa sul gasolio. Lo sconto resta pari a 17 centesimi al litro e l’intervento richiede circa 85 milioni di euro di copertura. Si tratta però di due risposte di natura diversa: il taglio fiscale agisce nell’immediato sul prezzo alla pompa, mentre l’accelerazione delle autorizzazioni punta a intervenire sull’offerta nazionale nel medio-lungo periodo. Meloni ha inoltre anticipato ulteriori provvedimenti sui carburanti per la settimana successiva.

Fino a 36 miliardi di spazio tra energia e difesa

Sul fronte dei conti pubblici corre in parallelo il dossier europeo. L’Italia punta a utilizzare nel triennio 2026-2028 fino allo 0,6% del Pil per la sicurezza energetica e allo 0,9% per la difesa: in valori nominali, circa 14 miliardi per il primo capitolo e 21-22 miliardi per il secondo, per un totale vicino ai 35-36 miliardi. La flessibilità non equivale però a trasferimenti europei: consente una deviazione temporanea dai vincoli di bilancio per determinate spese, che dovranno rispettare le condizioni fissate dall’Unione.

La doppia strategia sulla sicurezza energetica

Il disegno che emerge combina quindi sostegno congiunturale e interventi strutturali: da una parte la riduzione temporanea delle accise, dall’altra nuove procedure per valorizzare la produzione domestica e gli investimenti energetici. Bruxelles, tuttavia, ha indicato che la flessibilità Ue dovrà finanziare misure capaci di rafforzare strutturalmente la resilienza del sistema e accelerare la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. La partita italiana si giocherà dunque su un equilibrio tra maggiore produzione nazionale di gas e petrolio, sviluppo delle fonti rinnovabili e futuro ritorno del nucleare nel mix energetico.