Si dice – in ambienti “informati” come usava dire un tempo – che Mario Draghi, nei giorni caldi dello strappo in Aula con la (defunta) maggioranza-patchwork di unità nazionale che poi avrebbe portato alla fine della sua esperienza a Palazzo Chigi (quella formale almeno, perché nei fatti è ancora lì, e lo resterà almeno per un altro mese, c’è da scommetterci),  abbia confidato ai più vicini il suo cruccio più grande, che cosa, più di ogni altra cioè, lo avesse convinto, in quella fase così delicata, a gettare la spugna anzitempo rispetto alla scadenza naturale della XIX legislatura. 

Troppi filo-putiniani nella maggioranza di Draghi

Il timore che i partiti dopo l’estate avrebbero assaltato la diligenza in vista della stesura della manovra di bilancio preelettorale? No, non era questo, dopotutto non sarebbe stata certo una novità. Magari l’ormai evidente sfarinamento dei rapporti tra le opposte e sfasatissime forze politiche che fino ad allora, pur tra mille difficoltà, gli avevano garantito l’appoggio in Parlamento? Neppure. Del resto anche questo era uno stato di fatto che si trascinava fin dalla nascita del suo esecutivo.   

No, la verità vera è che l’ex Presidente della Bce (con trascorsi, non trascurabili alla banca d’affari Usa Goldman Sachs) non digeriva il fatto che, a 6 mesi dall’invasione russa in Ucraina e dopo varie risoluzioni parlamentari (non indolori) sul conflitto, «nella maggioranza continuassero a esserci troppi filoputiniani». Supermario lo avrebbe ammesso a denti stretti, e non senza una certa stizza, nelle ore concitate seguite alle dimissioni e alla salita al Colle del 14 luglio che avrebbe fatto da prodromo alla non-fiducia di una settimana dopo in Senato e alla conseguente fine della XVIII Legislatura con lo scioglimento delle Camere.  

Insomma, a far da leva alla serena determinazione con cui l’ex premier ha deciso di staccare la spina al suo governo di unità nazionale, più che le questioni interne alla maggioranza sarebbe stato l’anti-atlantismo che serpeggiava tra le sue fila.  

Salvini e la Russia i rapporti mai chiariti

Solo rumors, certo, ma che combaciano perfettamente però con il ferreo allineamento draghiano alla linea anti-russa e la sua strenua difesa della posizione atlantista quasi in stile “whatever it takes”: come non ricordare il roboante j’accuse risuonato tra le pareti di Palazzo Madama il 20 luglio scorso quando ringhiò che «in politica estera, abbiamo assistito a tentativi di indebolire il sostegno del Governo verso l’Ucraina, di fiaccare la nostra opposizione al disegno del Presidente Putin»? 

Il sospetto che dall’altra parte dell’indice puntato da Draghi ci fosse “Matteone” Salvini, il segretario leghista dalle malcelate simpatie putiniane (che fanno il paio con i goffi e inutili tentativi di prendere le distanze per abbracciare la causa ucraina) ha attraversato, come un fiume carsico, tutte le 8 settimane che, tra la campagna elettorale d’agosto e gli ultimi sgoccioli prima del voto di domenica scorsa, sono trascorse dallo strappo di Draghi e che ci hanno condotto al fresco trionfo dentro le urne di Giorgia Meloni.  

Meloni, abbiamo un problema

Alla quale, a questo punto, tra qualche settimana – giusto il tempo di convocare le Camere il prossimo 13 ottobre, farle insediare, aprire la legislatura, eleggere i nuovi presidenti dei due rami del Parlamento e avviare le consultazioni – toccherà prendere dalle mani del suo predecessore Mario Draghi non solo la celeberrima campanella che ne suggellerà l’ormai certa successione a Palazzo Chigi, ma, assieme a questa, anche il cerino acceso dell’ambiguità russofila del suo alleato-mai-troppo-amato, Salvini.  

È ancora davanti agli occhi di tutti la Meloni al Forum Ambrosetti di Cernobbio con la testa tra le mani mentre, accanto a lei, l’ex rampante Capitano (passato dal quasi 40% delle europee 2019 al misero 8,9% raccolto dalla sua Lega domenica), berciava contro le sanzioni Ue nei confronti di Mosca. Proprio oggi, mentre La Stampa titolava “Giorgia non cede su Salvini, non lo voglio, è vicino a Putin”, la stessa premier in pectore  rispondeva alle congratulazioni di Zelensky su Twitter con un eloquente “puoi contare su di noi”.  

Cosa c’è dietro il neo-atlantismo di Giorgia

La conversione piena, sulla via di Washington, della Giorgia nazionale, dopotutto, è cosa fatta da un pezzo. Troppo sveglia e intelligente “l’ex pescivendola” – come veniva sprezzantemente definita da una certa intellighenzia di sinistra fino a qualche mese fa – per non capire che fare professione di atlantismo “senza se e senza ma” rifuggendo alle tentazioni sovraniste e populiste (da cui pur ha tratto la sua forza negli anni passati) vorrebbe dire non solo blindare la credibilità del suo futuro governo agli occhi delle cancellerie internazionali, ma anche lanciare un’Opa seria sulla leadership della nuova destra liberale italiana.  

Progetto sulla cui fattibilità pesa appunto però l’ingombro-Salvini, l’uomo dei rapporti mai del tutto chiariti con Vladimir Putin, del Russia-Gate ancora sub-judice e delle accuse sui voli a Mosca pagati a suon di rubli.  

Ad allontanarlo dal tanto agognato Viminale ci ha pensato il tonfo elettorale, ma la conferma alla segreteria della Lega arrivata frettolosamente dai vertici del partito lascia comunque Matteone a galleggiare come un peso morto tra le boe del governo che verrà.   

Per cui alla Meloni, prima di mettere piede a Palazzo Chigi per occuparsi dei dossier economici, della crisi energetica e della coda della pandemia, toccherà pelare questa bella gatta. Na va della durata e della tenuta del suo governo, questo è poco ma è sicuro.