L’innovazione porta crescita e aumenta la mobilità sociale

In occasione del G7 delle Finanze tenutosi in città, l’Università di Bari Aldo Moro ha promosso un programma di eventi scientifici con ospiti di assoluto rilievo del panorama economico internazionale. Tra gli altri, il premio Nobel per l’economia 2015, Angus Deaton, dell’Università di Princeton; Philippe Aghion, docente ad Harvard, e Bob Leonardi dell’Università di Chicago.  I temi affrontati hanno ripercorso quelli degli incontri ufficiali delle autorità convenute e riportati nel documento finale approvato a conclusione dell’evento: crescita inclusiva, lotta alle disuguaglianze, cybersecurity e web tax. Negli incontri che si sono avvicendati, il messaggio di fondo proposto dai relatori delle diverse università è stato molto chiaro: i paesi sviluppati devono innovare, spostando continuamente in avanti la frontiera del futuro. La crescita indotta dall’innovazione mette, infatti in moto il meccanismo, di schumpeteriana memoria, della “distruzione creatrice”, erode vecchie posizioni dominanti assunte dalle imprese sui mercati e dai gruppi sociali, e promuove la mobilità sociale e lo sviluppo. Il riconoscimento di questi fenomeni spiega perché, in molti Paesi, i freni all’innovazione vengono frapposti proprio da chi vede minacciata la propria posizione, con conseguenze sfavorevoli per tutti, in quanto il tasso di crescita ne risente negativamente. Spesso tali resistenze vengono motivate da difficoltà di carattere finanziario (motivando così tagli alla ricerca e alle università) o persino da esigenze di carattere sociale. Ma contrariamente a quanto talvolta ritenuto, l’innovazione non determina effetti negativi in termini di aumento delle disuguaglianze misurate con il tradizionale indice di Gini. L’innovazione tende infatti ad aumentare la ricchezza dell’1% nel più ricco dei paesi, ma aumenta anche la mobilità sociale, e dunque nel complesso tende a ridurre le disuguaglianze a livello dell’intera società. Il riconoscimento dell’esistenza di effetti asimmetrici della crescita indotta dall’innovazione su diversi gruppi sociali e di lavoratori, affida allo Stato un ruolo importante, volto ad attenuare da un lato il costo del cambiamento e dall’altro ad accompagnare, mediante la revisione delle competenze, coloro che sono espulsi temporaneamente dal mercato del lavoro, perché impiegati in settori declinanti, verso la nuova occupazione creata invece dai settori in crescita. Liberalizzazioni dei mercati, investimenti nell’alta formazione e regole flessibili per il mercato del lavoro sostengono lo sviluppo delle imprese innovative e per il loro tramite lo sviluppo dell’economia di uno Stato. Una vera e propria sfida della quale occorre essere sempre più consapevoli.

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