Diciamolo, i cappellini coloratissimi della signora Ngozi Okonio-Iweala, direttrice generale del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio nata nel 1995 ai tempi del presidente Clinton (lo stesso che ha aperto le porte alla Cina), mettono allegria. Ispirano ottimismo. E fiducia sulla globalizzazione. Che non è finita nonostante gli attacchi dei sovranisti di mezzo mondo, a cominciare dal presidente Trump con il suo Liberation Day e le sciagurate politiche doganali (che, però, stanno danneggiando soprattutto i consumatori americani che ora pagano un gallone di benzina cinque dollari e un burrito 20).
Non è finita, sta solo cambiando pelle e consistenza come ha ricordato la signora del Wto, che è stata due volte ministra delle finanze della Nigeria, il suo paese, e per venticinque anni dirigente della Banca Mondiale con due lauree in economia ad Harvard e a Stanford. Insomma, una che ne capisce e che, anche nei momenti più duri e nei passaggi più complicati del sistema economico globale, ispira ottimismo come s’è detto con i suoi coloratissimi turbanti africani.
“Le imprese e i governi non fanno passi indietro, non si ritirano dai processi di globalizzazione economica, semmai ne ridisegnano e ne riconfigurano i processi per rispondere alle nuove esigenze delle diverse economie e delle società” ha detto la signora Ngozi Okinio-Iweala appena ha letto l’ultimo rapporto dell’Ocse, altro baluardo della globalizzazione, arrivato sulla scrivania alla fine di luglio.
Curato dall’economista francese Sébastian Miroudot, uno che si è formato nella parigina SciencePo, il rapporto chiarisce un volta per tutte e con un poderoso apparato di tabelle che la globalizzazione regge perché in questi ultimi anni, pur tra guerre ed epidemie, sono cambiate le cosiddette “catene del valore mondiale” che ormai si articolano e si sviluppano per utilizzare al meglio le caratteristiche, le risorse, le evoluzioni tecnologiche dei diversi sistemi economici coinvolti nel processo.
Oggi, ricorda il documento dell’Ocse, il commercio internazionale non si limita alla vendita di un prodotto da un paese all’altro (ed è questa è una delle ragioni del fallimento delle politiche doganali di Trump, uno che è rimasto al Novecento) ma si sviluppa (e crea valore) nel passaggio continuo dei semilavorati e dei diversi componenti che fanno il prodotto che alla fine arriva sui vari mercati, al consumatore finale.
Questi scambi continui, che rappresentano appunto la “catena del valore mondiale” (CVM per usare la sigla dell’Ocse che anche il Wto ha fatto propria nei suoi documenti), hanno toccato il record nel 2025 pari al 17% del valore complessivo del commercio mondiale che in quell’anno ha raggiunto il tetto del 31% del pil mondiale. Bastano queste due percentuali – il 17% del commercio mondiale che a sua volta rappresenta il 31% del pil del mondo – per far dire al Wto e all’Ocse che la globalizzazione, nonostante tutti i venti contrari, continua a far funzionare le economie del pianeta.
E non parliamo solo di prodotti, progettati assemblati e venduti in giro per il mondo. Perché al fatturato del commercio internazionale dei beni che nel 2025 ha raggiunto la cifra record di 26.260 miliardi di dollari (con una crescita del 7% rispetto al 2024), bisogna aggiungere il fatturato del commercio, l’interscambio dei servizi (telecomunicazioni, Internet, turismo, sanità, trasporti, logistica: solo per fare qualche esempio) che ha toccato nello stesso periodo, il 2025, i 9.560 miliardi di dollari (con una crescita dell’8% sul 2024). Cifra che, secondo l’Ocse, è sottostimata perché non contabilizza il valore generato dalle “supply chain”, dalle catene all’interno dello stesso processo produttivo. Sempre secondo l’Ocse il valore totale dei servizi scambiati nel mondo globale ormai toccherebbe i 18.900 miliardi di dollari con un tasso di crescita tra il 2011 e il 2023 del 64%, più del doppio della crescita nello stesso periodo del commercio internazionale di prodotti , crescita “ferma” al 26%.
Insomma, nel mondo globale e sempre più terziario, l’interscambio di servizi (con sempre maggiori contenuti intellettuali, pensiamo solo all’Intelligenza Artificiale) corre più veloce del commercio tradizionale. In entrambi mercati, servizi e prodotti, gli attori-chiave restano in ogni caso le multinazionali, vere “padroni” della CVM, la catena mondiale del valore. Multinazionali concentrate, ça va sans dire, negli Stati Uniti e in Cina e, buona ultima, l’Europa. Due soli dati per capire. Il valore prodotto dalle filiali estere (cioè impiantate in paesi diversi dagli Usa) delle multinazionali americane rappresenta il 23% del commercio mondiale, mentre quello delle multinazionali cinesi è appena il 3,8% seppure in rapida crescita negli ultimi due anni.
Ma c’è un altro dato del rapporto Ocse che conferma la forza della globalizzazione anche in quest’epoca di guerre e sovranismi: la crescita dei paesi all’interno delle dinamiche delle catene mondiali del valore. L’Ocse ne ha contati 49 misurando la percentuale di componenti stranieri all’interno di un panel di prodotti esportati. Questo valore “straniero” (virgolette d’obbligo in un mondo globale) si aggira intorno al 25% per l’Italia, la Francia, la Spagna. Per gli Stati Uniti e la Cina questo valore è molto più basso, intorno al 10%. Ritorno all’autarchia? No, diversa configurazione dei sistemi produttivi. Segno che Stati Uniti e Cina (ma nel paper dell’Ocse si parla anche del Brasile) comprano meno componenti (prodotti) fisici e più tecnologie (informatica, IA, etc.). Lo sta facendo la Cina che dal 2011 al 2024 ha ridotto drasticamente l’import di componenti stranieri (per esempio, per la sua industria automobilistica). E lo stanno facendo anche Usa, Giappone ed Europa.
Solo che la Cina sta facendo anche altro: sta aumentando l’export di prodotti finiti (pensiamo ancora all’auto) soprattutto verso l’Europa: nel 2024 il doppio rispetto al 2011. Verso gli Stati Uniti l’export cinese è fatto soprattutto di componenti, ma in questo caso il canale non è diretto ma passa attraverso i cosiddetti “paesi relais” come il Messico, la Malesia, il Vietnam. Calcolo difficile, dunque.
Ma il risultato finale, per dirla con l’economista dell’Ocse Miroudot e con la direttrice del Wto, non cambia. La globalizzazione, che l’Ocse ha misurato come s’è visto con il parametro CVM, la catena mondiale del valore, non si ferma nonostante le guerre di Trump e Putin e le paranoie di Netanyahu in Medio Oriente. La globalizzazione regge a tutte le follie e, allora, è bello ascoltare la signora Ngozi Okonio-Iweala con i suoi coloratissimi turbanti colorati. I colori di un mondo globale che continua a crescere.
















