La fiducia, prima di tutto. E poi un rinnovato senso di libertà che possa plasmare la società prossima ventura attraverso una minirivoluzione dei rapporti di lavoro resa possibile da un più consapevole utilizzo dello smart working la cui carica innovativa è superiore a quanto si possa comunemente credere. E, come nel dilemma dell’uovo e la gallina, è difficile stabilire quale sia la causa scatenante del movimento: se sia il mondo che cambia a condizionare le regole o sono i nuovi strumenti a disposizione delle imprese a spingere verso inedite forme organizzative.

Sta di fatto che il libro curato da Francesco Maria Spanò per i tipi di Rubbettino – Lo smart working tra la libertà degli antichi e quella dei moderni – getta una luce intensa su un fenomeno che riguarda tutti individualmente e come comunità. E che attraversa le generazioni partendo dagli anziani fino a coinvolgere i giovanissimi entrati in gioco al tempo della pandemia che è stata il grande spartiacque tra il prima e il dopo.

Tutto quello che durante l’era del contagio è stato pensato e fatto per necessità oggi deve essere continuato e implementato per virtù. E giova ricordare che lo smart working, celebre sconosciuto, non ha nulla a che vedere con il lavoro a distanza o il telelavoro con cui pure vanta alcuni gradi di parentela. Lo smart working è dirompente, capace di mutare le relazioni fin qui piuttosto stabili nel triangolo lavoro-impresa-famiglia determinando l’abbandono, soprattutto nel settore pubblico, del concetto di mera prestazione per assumere quello di risultato.

Una conquista non da poco che modifica in profondità il rapporto tra datore e prestatore di lavoro riducendo al minimo lo spazio del controllo come lo abbiamo fin qui conosciuto per affidarsi a una fairness, correttezza di comportamento, capace di incidere positivamente sull’umore personale e la conseguente produttività di aziende e pubbliche amministrazioni messe in grado di essere più attrattive nei confronti dei giovani e dei talenti di qualsiasi età.

La trasformazione culturale che ci vede coinvolti attraverso l’adozione piena dello smart working potrebbe avere effetti benefici anche nel riequilibrio abitativo tra città e periferia, grandi centri e piccoli paesi, restituendo vita e vitalità ai meravigliosi borghi italiani oggi in via di abbandono per la distanza fisica dai luoghi del lavoro. Flessibilità normativa e uso intelligente della tecnologia possono fornire risposte di sistema a domande che da tempo si affacciano sulla scena politica. E Spanò, direttore People e Culture all’Università Luiss Guido Carli, autore di numerosi articoli e testimonianze sul tema della gestione delle risorse umane, offre al dibattito un ulteriore contributo proprio in tema di contrasto alla desertificazione di alcune aree, suggerendone il ripopolamento permanente attraverso il lavoro agile, facendosi promotore di un disegno di legge nella convinzione che parlare è importante ma agire lo è ancora di più. 

Certo, i problemi da affrontare e da risolvere sono molti. Il volume non li nasconde e li sottopone all’attenzione dei lettori anche grazie al contributo dei numerosi autori: Marcello Ascani, Patrizia Asproni, Stefano Boeri, Ginevra Castiglione, Andrea Catizone, Susanna Fiorletta, Fulvio Giardina, Francesca Lauri, Claudia Ricci, Alessandro Scaglione, Walter Simonis, Aronne Strozzi, Greta Tempo, Antonio Soriente, Gabriele Salvatore Vito.