Capitale umano, quale futuro? Liuc e aziende a confronto

Saremo tutti disoccupati e alla fame? O ancora tutti trafelati e occupatissimi dalla mattina alla sera, ma almeno continueremo a  guadagnare da vivere?

Fermo, tu che sei un piccolo imprenditore, un manager, un commerciante: non voltare pagina, non è aria fritta, stiamo parlando di te e dei tuoi figli. E ne stiamo parlando con la Liuc, l’Università di Castellanza – con cui Economy ha una partnership editoriale – e, per la precisione, con la sua Business School, che il 25 gennaio organizza a Castellanza un evento, in stretta collaborazione con l’associazione Liuc Alumni su questi temi, con un titolo che è tutto un programma: “Jobless/Total job society. Quali spazi per l’azione umana?”.

«Da un lato Si pensa a una società dove il contributo umano tenderà a scemare a favore di tecnologie che sostituiranno l’uomo»

«Per questo evento, che ha per noi un grande rilievo abbiamo scelto il tema del capitale umano», spiega il “Dean” della Liuc Business School, Raffaele Secchi: «Perché è evidente che le aziende sono oggi al centro di profonde trasformazioni, principalmente dettate dalla digitalizzazione dei processi e/o dall’automazione dei processi. Robotica, sensoristica, intelligenza artificiale: tutto sta riplasmando i modelli di business, con richieste pervasive di prodotti personalizzati, di servizi anzichè prodotti. Questi nuovi modelli richiedono nuove visioni imprenditoriali, nuovi modelli organizzativi e nuove competenze. Il tema del capitale umano è trasversale, è il focus dell’evento, e per noi, come Business School, diventa anche un’opportunità di riflessione sul ruolo delle scuole come la nostra in quest’epoca di grandi cambiamenti». 

Sul futuro del capitale umano si confrontano due grandi correnti di pensiero. «Ci sono da un lato i pessimisti cosmici che preconizzano la perdita di competitività di intere nazioni, tra cui ovviamente l’Italia tra le prime, per la scomparsa drammatica di imprese inadeguate e con l’eliminazione di un gran numero di posti di lavoro: è lo scenario jobless», argomenta Secchi. «Si pensa a una società dove il contributo umano tende a scemare a favore di nuove tecnologie che sostituiranno l’uomo. Ce lo ricordano anche stime numeriche cupe. Per l’Ocse, entro il 2015 in Europa si potrebbe arrivare a perdere 5 milioni di posti lavoro e il saldo tra le nuove e le vecchie occupazioni umane potrebbe essere del -30%. In realtà è già avvenuto in passato qualcosa del genere. Negli Usa dal 1850 al 1970 le persone occupate nell’agricoltura crollarono dal 60 al 5% del totale. Sempre negli Stati Uniti, dal 1960 ad oggi, la percentuale di persone impegnate nel settore manifatturiero è passata dal 26% al 10%. In Cina, dal 1990 al 2015 un terzo della forza occupata in agricoltura si è spostato ad altre occupazioni. Insomma, rivolgimento enormi sono  già accaduti. Durante la rivoluzione industriale in Gran Bretagna si vissero decenni di stagnazione con effetti devastanti sul capitale umano, che certo nessuno desidera replicare, e ci furono anche rivolgimenti sociali profondi, ma alla fine quell’ innovazione tecologica non soppiantò ma modificò il ruolo del lavoro umano». Accadrà ancora? Un cambiamento di funzioni umane, e non un azzeramento di funzioni? Uno studio McKinsey  evidenzia che da oggi al 2030 – appena 12 anni – tra i 65 e i 375 milioni di lavoratori, tra 3 e 14% di tutta la forza lavoro mondiale cambierà tipo di lavoro…

«Fin qui lo scenario jobless, in cui i robot ci soppiantano in gran parte. Ma c’è anche uno scenario diverso, quello total job. Uno scenario in cui i lavoratori a diversi livelli – non solo la fascia più bassa – vengono coinvolti totalmente nel loro lavoro, con una diversa modalità di prestazione, con tempi e luoghi diversi, e c’è una totalizzazione del rapporto dell’individuo col suo lavoro, intesa come maggior coinvolgimento delle persone nell’azienda, maggiore professionalizzazione, e con due nuovi requisiti essenziali: conoscenze distintive o orientamento al servizio. Queste due dimensioni potrebbero rappresentare un nuovo elemento rispetto alle logiche alle quali siamo abituati».

«Ma c’è anche Uno scenario nel quale i lavoratori, non solo la fascia bassa, vengono coinvolti totalmente nel loro lavoro»

«La grande differenza rispetto alle puntate precedenti della modernizzazione è la velocità; quel che accadeva in 120 anni ora accade in 20», osserva ancora Secchi. Che sottolinea: «La domanda che aleggerà nel nostro dibattito sarà, naturalmente, “che fare?”. Già nel 2002, uno studio di Forrester dimostrava che le nuove tecnologie, inserite in un’impresa che non si era riorganizzata in modo coerente, finivano per essere un grande spreco. Il messaggio che vorrei emergesse dai panel è che dobbiamo mettere insieme 3 fronti di ragionamento: tecnologie, organizzazione e competenze. Per capire come gestire il cambiamento prodotto dai nuovi processi e dalle nuove tecnologie». 

«Un ulteriore, peculiare aspetto dell’evento – prosegue – è che si tenterà di declinare queste tematiche nella dimensione delle Pmi familiari. C’è da fare un gran lavoro sulle compagini proprietarie e le nuove generazioni». Come ha fatto, in fondo, la stessa Liuc Business School, che nell’ultimo anno si è completamente riorganizzata. E ha rivisitato tutti i processi interni, identificando 6 centri di ricerca (nello specchietto in alto) e 4 aree di attività legate a formazione su misura, a catalogo, ricerca e servizi alle imprese e master. «Per il 2018 – conclude Secchi – abbiamo oltre 25 iniziative di formazione, 8 master universitari, un executive mba (per partecipanti che lavorino da almeno 5 anni) e una faculty con 45 docenti, tutti con un background accademico e grande esperienza di relazione e attività con le imprese».