Si può rallentare l’invecchiamento? E soprattutto: come si fa a sapere se ciò che facciamo per contrastarlo serve a qualcosa? È la domanda da cui è partito il lavoro del laboratorio di Albert Higgins-Chen, assistant professor di psichiatria alla Yale School of Medicine, appena pubblicato su Nature Medicine.
Primo firmatario è Raghav Sehgal, ricercatore associato con specializzazione in biologia computazionale e bioinformatica, arrivato a Yale con un background da ingegnere e una startup di computational biology già alle spalle. Il suo progetto iniziale riguardava l’applicazione degli strumenti informatici alla ricerca oncologica. Fu il suo relatore a spostare il baricentro: se l’obiettivo è risolvere il cancro, o le patologie cardiovascolari, perché non affrontare direttamente l’invecchiamento, che di quelle malattie è il terreno di coltura? «Mi ha messo su un’altra strada», racconta Sehgal. Come ricercatori, aggiunge, siamo ancora lontani dal comprendere davvero il processo di invecchiamento e dal capire se le contromisure che adottiamo funzionino.
Il metodo: gli orologi epigenetici
Il gruppo di Yale ha lavorato su una nuova generazione di test ematici basati sul DNA, i cosiddetti epigenetic clocks, orologi epigenetici. Misurano l’età biologica – quella funzionale, non quella anagrafica – attraverso lo schema dei gruppi metile, strutture chimiche elementari che si attaccano al DNA come etichette. Con l’età questi marcatori cambiano, e interventi efficaci possono in parte invertirne l’andamento. Algoritmi dedicati traducono poi le variazioni osservate in una stima dell'”età” epigenetica del soggetto.
I ricercatori hanno aggregato i dati di 51 studi su interventi anti-invecchiamento – dagli integratori alle procedure mediche – misurando oltre 110 biomarcatori di metilazione del DNA, tra cui 16 orologi epigenetici principali, e confrontando l’età biologica dei partecipanti prima e dopo. «Quello che abbiamo fatto è piuttosto originale», spiega Sehgal: già sapevamo, da analisi retrospettive e da modelli animali, che alcune cose possono allungare la vita e la vita in salute; qui si è messa insieme quella conoscenza con gli studi clinici reali per identificare quali interventi rallentino l’invecchiamento in modo trasversale a tutti i biomarcatori noti.
Che cosa funziona
Le categorie testate erano quattro: farmaci, modifiche dello stile di vita, integratori da banco, procedure mediche.
Gli interventi sullo stile di vita – combinazione di dieta sana ed esercizio fisico – hanno ridotto in modo costante l’età epigenetica. E il risultato regge indipendentemente dal regime alimentare adottato: mediterraneo, low-carb o low-fat.
L’effetto maggiore è però arrivato dai farmaci. In particolare metformina e semaglutide, prescritti per il controllo metabolico e la gestione del peso, e le terapie anti-TNF, farmaci biologici che agiscono su una proteina del sistema immunitario coinvolta nei processi infiammatori dannosi.
Sul fronte opposto, gli integratori da banco e alcune procedure mediche non hanno mostrato alcun effetto sulla riduzione dell’età epigenetica. Due risultati collaterali meritano attenzione: gli orologi biologici di nuova generazione si sono comportati meglio dei modelli più vecchi, e i biomarcatori si sono mossi di più nei soggetti malati che nei volontari sani.
Perché conta
«Per la prima volta abbiamo dimostrato che certe terapie hanno impatti misurabili», sintetizza Sehgal: non era possibile prima, perché mancavano dati sufficienti a stabilire che questi biomarcatori rispondano in modo coerente agli interventi. Il passo successivo sarà estendere la sperimentazione a una platea di volontari più ampia e diversificata.
La posta in gioco è la velocità della ricerca. Se questi biomarcatori verranno validati come predittori della salute a lungo termine, gli scienziati potranno valutare le terapie anti-invecchiamento in pochi anni o addirittura in pochi mesi, anziché attendere decenni di trial clinici.
Higgins-Chen invita però alla prudenza nell’interpretazione. Il laboratorio ha messo a punto un approccio rigoroso e sistematico per confrontare il modo in cui i biomarcatori cambiano attraverso interventi molto diversi tra loro, e questo è un passaggio decisivo. Ma il significato di quelle variazioni resta da chiarire: quali sono attribuibili all’intervento e quali a fattori confondenti nascosti? Qual è il decorso temporale del cambiamento, durante e dopo l’intervento? Quali i meccanismi biologici sottostanti? E soprattutto, conclude, che cosa significa quel cambiamento per il nostro rischio a lungo termine di malattie legate all’età e di declino funzionale. Il laboratorio sta proseguendo su queste domande con studi ulteriori.













