Alla fine sono rimasti fuori dall’aereo, almeno da quello ufficiale. Ed è proprio questo dettaglio, apparentemente protocollare, ad aggiungere un nuovo capitolo al complicato rapporto economico e geopolitico fra Stati Uniti e Cina. Alla vigilia della visita di Stato di Xi Jinping a Washington, prevista per oggi, 24 settembre, Pechino aveva preparato un’operazione dal forte valore simbolico: portare negli Stati Uniti una nutrita rappresentanza dei grandi gruppi industriali e tecnologici cinesi, seguendo lo stesso schema adottato da Donald Trump durante la sua visita in Cina del maggio 2026. Ma nelle ultime ore la presenza degli imprenditori cinesi nella delegazione ufficiale è diventata incerta, fino a trasformarsi in un piccolo giallo diplomatico. Reuters aveva riferito il 18 settembre che Washington e Pechino stavano ancora definendo la composizione della delegazione e che fra le aziende prese in considerazione figuravano BYD, CATL, Xiaomi, Gotion, Hisense, Wanxiang Group, Bank of China e COFCO Group. Le fonti citate dall’agenzia precisavano tuttavia che la lista non era ancora definitiva e che le autorizzazioni per i visti dovevano essere completate.
L’idea di Xi era trasparente: replicare a Washington la fotografia politica ed economica costruita da Trump a Pechino. A maggio il presidente americano era arrivato in Cina accompagnato da una delegazione di 17 grandi dirigenti dell’economia statunitense. C’erano Tim Cook di Apple, Elon Musk di Tesla e SpaceX, Jensen Huang di Nvidia, Larry Fink di BlackRock, Stephen Schwarzman di Blackstone, Kelly Ortberg di Boeing, Jane Fraser di Citi, David Solomon di Goldman Sachs, Cristiano Amon di Qualcomm e altri top manager di aziende strategiche come Visa, Mastercard, Meta, Micron, GE Aerospace, Cargill e Illumina. La composizione della squadra americana era stata quindi molto più di un elemento di rappresentanza: era il messaggio che Washington voleva inviare alla leadership cinese sul peso che le imprese americane continuano ad avere nel rapporto bilaterale.
Per Pechino la risposta doveva essere speculare. BYD, il colosso cinese dell’auto elettrica; CATL, leader mondiale delle batterie; Xiaomi, gigante dell’elettronica di consumo ormai entrato anche nell’automotive; Gotion, Hisense, Wanxiang, Bank of China e COFCO erano tra i nomi considerati. Non si trattava soltanto di riempire alcuni posti sull’aereo presidenziale. Era una questione di status. Se Trump poteva presentarsi a Pechino insieme ai vertici delle più importanti società americane, Xi voleva arrivare a Washington mostrando che anche la Cina dispone di campioni industriali capaci di sedersi allo stesso tavolo. Una dimostrazione di reciprocità che, nel linguaggio della diplomazia economica fra le due superpotenze, vale quasi quanto una dichiarazione politica.
La lista che complica tutto
Ed è qui che il viaggio degli imprenditori cinesi diventa molto più interessante. Perché alcuni dei nomi che Pechino avrebbe voluto accanto a Xi sono anche aziende che Washington osserva con particolare attenzione. Il caso più evidente è quello di BYD e CATL, entrambe presenti nella Section 1260H, la lista del governo americano delle società cinesi considerate collegate, direttamente o indirettamente, all’apparato militare cinese o alla strategia di fusione tra industria civile e difesa. L’aggiornamento del giugno 2026 ha ampliato sensibilmente l’elenco: il Department of War ha aggiunto 65 entità, fra cui 17 società capogruppo e 48 controllate, portando il totale a 188 entità. Fra le nuove designazioni figurano BYD, Alibaba, Baidu, Nio, CALB, EVE Energy, WuXi AppTec, Unitree Robotics e altre aziende attive nei settori dell’elettrico, delle batterie, dei semiconduttori, della robotica, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie.
Il caso BYD è particolarmente significativo. Nel provvedimento americano la società viene indicata come direttamente e indirettamente affiliata alla State-owned Assets Supervision and Administration Commission, la potente Sasac, e indirettamente al Ministry of Industry and Information Technology. Washington sostiene inoltre che BYD contribuisca alla base industriale della difesa cinese attraverso legami con il sistema di military-civil fusion. BYD ha contestato la designazione, sostenendo di non essere una società militare cinese né un’impresa della military-civil fusion e sottolineando che l’inserimento nella lista 1260H non equivale a una sanzione commerciale generale.
Anche CATL occupa una posizione particolarmente delicata. Il produttore cinese di batterie era già stato inserito nella lista 1260H nell’aggiornamento precedente e il suo nome è diventato uno dei simboli della crescente attenzione americana verso le filiere cinesi delle batterie e dell’auto elettrica. La ragione è industriale prima ancora che tecnologica: le batterie sono uno dei punti di maggiore dipendenza delle catene produttive occidentali dalla Cina e rappresentano un segmento strategico per la transizione energetica, l’automotive e, in prospettiva, anche per applicazioni dual use. Un documento del Congresso statunitense cita espressamente CATL tra le società interessate dalle restrizioni sulla fornitura di batterie e richiama la Section 1260H come uno degli strumenti utilizzati nella politica di contenimento della dipendenza tecnologica dalla Cina.
La Section 1260H non è una sanzione, ma il problema è reale
Qui sta una distinzione fondamentale per capire il caso. Parlare genericamente di “black list americana” può essere giornalisticamente efficace, ma dal punto di vista tecnico la Section 1260H non coincide con la Entity List del Department of Commerce né con la lista delle sanzioni finanziarie del Tesoro americano. L’inserimento identifica una società come “Chinese military company” ai sensi della normativa statunitense e produce conseguenze soprattutto sul rapporto con il governo federale e con gli appalti pubblici. Dal 30 giugno 2026 il Department of War non può stipulare o rinnovare determinati contratti diretti con le società presenti nella lista; ulteriori restrizioni sui rapporti indiretti entreranno in vigore nel 2027. L’iscrizione, quindi, non significa automaticamente che BYD o CATL siano bandite dal mercato americano o che qualsiasi impresa statunitense non possa più fare affari con loro. Ma aumenta in modo significativo il rischio regolatorio, reputazionale e di compliance per chi lavora con queste aziende.
Il caso Xiaomi rende ancora più evidente la complessità della vicenda. Il gruppo era stato designato nel gennaio 2021 secondo il precedente regime della Section 1237, ma aveva impugnato la decisione e ottenuto in tribunale la rimozione dalla lista. La vicenda è diventata uno dei precedenti più importanti nella materia, perché il giudice federale aveva ritenuto insufficiente il quadro probatorio utilizzato dal Pentagono. Xiaomi, dunque, non va oggi semplicemente descritta come una società presente nella Section 1260H: nell’aggiornamento ufficiale del giugno 2026 non compare fra le nuove designazioni. È però proprio la sua storia precedente a spiegare perché il suo nome continui a essere particolarmente sensibile quando si parla dei rapporti fra grandi aziende cinesi e liste americane.
Il paradosso della cena alla Casa Bianca
Il vero problema, allora, non era soltanto l’aereo. Era la cena. La Casa Bianca aveva previsto per Xi Jinping una cena di Stato con un numero limitato di invitati, anche per la capacità dell’East Room e per i lavori in corso al complesso presidenziale. La delegazione cinese avrebbe chiesto una quota consistente dei posti disponibili, in una logica di reciprocità rispetto alla grande rappresentanza americana che aveva accompagnato Trump in Cina. Ma proprio qui si materializzava il paradosso: alcuni degli imprenditori che Pechino avrebbe voluto portare al tavolo con Xi sono figure legate ad aziende sottoposte a un livello elevato di attenzione da parte delle autorità americane.
La domanda diventava inevitabile: come può Washington presentare come interlocutori economici di primo piano società che il proprio apparato di sicurezza considera legate, direttamente o indirettamente, alla macchina industriale e militare cinese? È una contraddizione solo apparente, perché il sistema americano dispone di liste differenti, con finalità differenti e conseguenze differenti. Ma dal punto di vista politico l’immagine sarebbe stata potentissima: un amministratore delegato indicato dal Pentagono come vertice di una società militare cinese seduto alla Casa Bianca accanto al presidente degli Stati Uniti. Per Pechino sarebbe stata una fotografia utile a dimostrare che le misure americane non possono cancellare il peso economico dei suoi campioni industriali. Per Washington, al contrario, sarebbe stato necessario evitare che la presenza istituzionale alla cena venisse interpretata come una legittimazione delle società inserite nelle liste di sicurezza.
La diplomazia dei CEO entra nel territorio della sicurezza nazionale
Il caso racconta qualcosa di più profondo sulla nuova fase della competizione economica tra Stati Uniti e Cina. Per anni la diplomazia commerciale ha cercato di separare, almeno in parte, le imprese dai governi. La globalizzazione aveva prodotto catene di fornitura nelle quali una società cinese poteva vendere batterie a un gruppo europeo, componenti a un produttore americano e automobili in diversi continenti senza che la propria nazionalità diventasse necessariamente una questione geopolitica. Oggi questa separazione è molto più difficile.
Auto elettriche, batterie, semiconduttori, intelligenza artificiale, robotica, telecomunicazioni e infrastrutture energetiche sono diventati contemporaneamente settori industriali e settori di sicurezza nazionale. La stessa azienda può essere quindi, a seconda del punto di vista, un concorrente commerciale, un potenziale fornitore, un partner industriale, un rischio per la supply chain o un soggetto sottoposto a controlli di sicurezza. L’espansione della Section 1260H nel giugno 2026 lo dimostra plasticamente: l’elenco non riguarda più soltanto comparti tradizionalmente associati alla difesa, ma si estende a settori civili ad alta intensità tecnologica e strategica.
Il vero braccio di ferro è sul mercato americano
Per Xi, portare i grandi gruppi cinesi a Washington avrebbe avuto quindi un valore che va oltre la fotografia diplomatica. Significa ricordare agli Stati Uniti che la relazione economica non può essere facilmente separata dalla competizione strategica. BYD vuole crescere nell’automotive globale; CATL è un attore centrale della filiera mondiale delle batterie; i gruppi cinesi dell’elettronica e della tecnologia puntano a espandersi nei mercati internazionali. L’accesso agli Stati Uniti, direttamente o attraverso partnership e filiere globali, resta uno dei nodi fondamentali della partita.
Per Washington, allo stesso tempo, la questione non è semplicemente quella di chi può vendere un prodotto americano o cinese. Il punto è stabilire quali imprese possano entrare nelle catene produttive considerate strategiche senza trasferire capacità industriali, dati, tecnologie o know-how verso un sistema che gli Stati Uniti considerano un concorrente strategico. La Section 1260H è uno degli strumenti di questa politica, ma non è l’unico. Accanto a essa operano la Entity List del Commerce Department, le restrizioni sugli investimenti, le norme sugli appalti federali, i controlli sulle esportazioni e una crescente attenzione alle filiere considerate critiche.
È anche per questo che il possibile arrivo dei manager cinesi su un aereo diverso da quello presidenziale, se confermato, avrebbe un significato tutt’altro che logistico. Sarebbe la soluzione tipicamente diplomatica a un problema che nessuna delle due parti può permettersi di ignorare: avere gli imprenditori presenti, ma senza trasformare automaticamente la loro presenza nella delegazione ufficiale in una sorta di riconoscimento politico. Il business può dunque entrare alla Casa Bianca, ma attraverso una porta più stretta.
















