Iva acconciatori

Parrucchieri e acconciatori sono tra le categorie più penalizzate dalla pandemia e dalle chiusure. Per questo Wella, fra i maggiori player del mercato professionale della cosmesi dei capelli, chiede la riduzione dell’IVA sulle prestazioni effettuate degli acconciatori dal 22 per cento al 10 per cento rappresenterebbe un valido intervento a favore dei Saloni, innescando anche un meccanismo virtuoso per dare spinta ai consumi.

Il 30 gennaio un dibattito a Montecitorio

Se ne parlerà il 30 gennaio a Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, durante la seconda edizione di “Arti e professioni dell’eccellenza italiana – Premio Wella ai migliori saloni italiani”, alla presenza di onorevoli e senatori.

Una cerimonia che vede un’alta rappresentanza della categoria acconciatori chiamati a raccolta da Wella, e che segna ormai un momento istituzionale di dibattito e sensibilizzazione su tematiche non solo urgenti, ma strutturalmente necessarie per rilanciare la categoria, anche in armonia con i Paesi dell’UE.

Com’è l’Iva sulle acconciature negli altri paesi Ue

In altri Paesi europei come l’Olanda, ad esempio, per le prestazioni di acconciatura l’IVA è stata abbassata dal 19 al 6 per cento, in prima battuta, per assestarsi – ad oggi – al 9 per cento(1), e se ne vedono i risvolti positivi: aumenti del fatturato per il settore, incrementi di posti di lavoro e importanti successi contro l’economia sommersa .

Anche in Inghilterra è recente la campagna #SaveOurSalons che chiede al Governo di ridurre l’IVA per i parrucchieri dal 20 per cento al 5 per cento, come ha fatto per il settore dell’ospitalità. In Italia la proposta è del 10%. Anche l’Unione Europea, che ha recentemente approvato una Direttiva con cui ha confermato la categoria dei parrucchieri tra quelle cui ciascuno Stato membro può destinare una tassazione ridotta, fino ad un massimo del 5%. La Direttiva entrerà in vigore il 1° gennaio 2025 e gli Stati dovranno recepirne le disposizioni entro la fine del 2024.

Ciascuno Stato membro può accordare la riduzione rispetto a due soli servizi tra quelli individuati. I prossimi due anni sono, dunque, decisivi affinché le istanze degli acconciatori si concretizzino in un testo normativo.

“Come azienda guida del settore, siamo sempre in prima linea nel sostenere e rendere il meritato valore alla categoria degli acconciatori – dichiara Marco Vurro Direttore Comunicazione Wella Italia – . Oltre a puntare su un cambio di mentalità e di percezione di questo mestiere, impegnandoci per un riconoscimento ufficiale di un Albo degli Acconciatori Professionali, vogliamo essere parte attiva del suo rilancio imprenditoriale ed economico, promuovendo un intervento anche sullo strumento fiscale. Una diminuzione dell’IVA, come già avviene in altri paesi europei, porterebbe certamente ad una forte spinta dei consumi, all’aumento di occupazione e produttività, riducendo anche l’economia sommersa in un momento così stagnante per il vulnerabile comparto dei Saloni di Acconciatura.”

Quali sono le motivazioni alla base della richiesta di abbassare l’Iva agli acconciatori 

La richiesta di Wella  di abbassare l’Iva agli acconciatori parte dall’idea che si tratta di servizi resi al cliente con un alto uso di manodopera, che vengono resi a livello locale, quindi non c’è rischio di una distorsione della concorrenza sul mercato interno europeo. Inoltre le aliquote IVA ridotte sono molto efficaci se riferite a prodotti o servizi che vengono forniti direttamente a consumatori finali. Nascerebbe da subito un meccanismo virtuoso che non solo ridurrebbe i costi a carico del cliente, ma determinerebbe un aumento della domanda e di conseguenza maggiore presenza nei saloni degli acconciatori. Il ribasso è in grado di indurre un aumento della domanda e, quindi, una corrispondente risposta in termini di maggiori livelli di produzione e di impiego nei settori interessati. La riduzione delle aliquote IVA può ragionevolmente comportare un aumento della produttività complessiva e del prodotto interno lordo in uno Stato membro se riesce a indurre gli operatori a spostare il tempo utilizzato nelle attività «fai-da-te» convogliandolo in attività lavorative regolari e quindi all’interno dell’economia formale.